8 agosto 2022

Fango e stelle, di Sara Wheeler

Per sua natura, osserva il critico letterario Alfonso Berardinelli, il saggio è un genere che non tratta, in realtà, di quello di cui sostiene di occuparsi, bensì del suo autore. In altre parole, il saggista non deve per forza – benché, naturalmente, può – essere un esperto della materia di cui scrive: assai più spesso (gli esempi sono infiniti, ma è sufficiente fare un nome come quello di Montaigne) egli – o ella – è un colto generalista, con uno sguardo penetrante sul mondo che lo circonda, uno stile tagliente  e una buona dose di misantropia: se non nei confronti dell’umanità in quanto tale, di certo quando si tratta dei singoli individui, un aforisma non a caso attribuito, tra gli altri, a Bertrand Russel, che della saggistica così intesa era un grande esperto e uno dei sommi rappresentanti.

Stanti queste premesse, si riesce meglio a comprendere, e ad apprezzare, un’opera come Fango e stelle di Sara Wheeler, una vita nel mondo dell’editoria prima di assumere una docenza al Brasenose College di Oxford (del quale è stata anche allieva) ed autrice – per l’appunto – di numerosi saggi, tra cui un viaggio in Cile e un’odissea nell’Antartide che fa concorrenza alle pagine, ispiratissime, della crociera artica narrata ne La frontiera da Erika Fatland. Menzionare questi due titoli in una versione, per quanto compendiaria, della vita dell’autrice non è specioso, dal momento che il suo ultimo libro si presenta, nel sottotitolo, come un prodotto della letteratura odeporica esso stesso, dichiarandosi infatti un Viaggio in Russia in compagnia di Puškin, Tolstoj e altri geni dell’Età d’Oro.

Specie per un pubblico europeo, questa partizione cronologica merita qualche chiarimento. Wheeler colloca tale epoca tra la nascita di Puškin – il 1799 – e la morte di Tolstoj, nel 1910, cinque anni dopo la cosiddetta prima rivoluzione d’ottobre (più una batosta di proporzioni immani nelle acque del Pacifico) e a due dalla pubblicazione, ad opera dello stesso autore (ormai una leggenda vivente) di quel Non posso tacere che suona ancora, un secolo abbondante dopo, come una campana a morto di un regime il cui vitalismo esagerato e di posa (nel 1913 si celebrò il tricentenario della dinastia, cento anni dopo la reconquista della Crimea, e con essa di fatto la necromanzia dello zarato) nasconde a fatica un’inarrestabile e grottesca senescenza. Buona parte dei lettori di Wheeler non avrebbero – relativa – difficoltà a identificarsi in questo giudizio, dato che al di là dei confini nazionali la letteratura russa coincide con le opere del medesimo Tolstoj e di Dostoevskij. Non è accidente che si sia selezionato uno dei due (perché non l’altro è una questione che meriterebbe approfondimento) per l’operazione di embargo al putinismo culturale, se non alla Russia qua ipsa, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina.

Questa, tuttavia, non è la percezione che della propria tradizione hanno i russi, quelli che perlomeno ancora leggono, e tantomeno era quella dei contemporanei, inclusi i due sopracitati: l’età d’oro della letteratura nazionale, infatti, si identifica (in Russia) con Puškin e Gogol′, dunque una quarantina d’anni circa nel primo Ottocento, e ciò perché essi rappresentano la fonte, alla quale non si può non fare ritorno mentre si cerca di prenderne le distanze, della prosa e della poesia, nonché di una panoplia di concetti, sentimenti, visioni del mondo e tipi umani (Tat′jana e Čičikov, per non fare che due esempi paradigmatici) la comprensione dei quali fornisce un efficace grimaldello con il quale dare l’assalto a quell’indovinello, avvolto di mistero all’interno di un enigma che secondo Churchill era – e forse ancora adesso è – il Paese. «Siamo usciti tutti dal cappotto di Gogol′», la celeberrima (e apocrifa) affermazione di Dostoevskij indica sia una discendenza sia un tentativo di fuga, e dice quanto basta in merito alla natura del canone letterario russo.

Fango e stelle, però, non parla di questo: o meglio, non parla solo, né soprattutto, di questo. Chi sia in cerca di una storia della letteratura russa (a suo modo un altro tipo di letteratura di viaggio) può rivolgersi senza tema d’errore ai due volumi pubblicati per Carocci da Guido Carpi. Quanti invece siano curiosi di sapere quale effetto la lettura di certi testi abbia avuto su di una persona lungo l’arco di svariati anni (e nella fattispecie, per ammissione stessa dell’autrice, in un momento particolarmente drammatico della propria vita) nel confronto continuo con una lingua, una nazione e un popolo allo stesso tempo profondamente amati, mai fino in fondo compresi, e nei confronti dei quali emerge talvolta una viscerale, quasi atavica antipatia, trova nel saggio (inteso come sopra) di Wheeler una delle migliori prove del genere.

Dalla distopica riviera di Soči alla maestosa – nella sua terrificante desolazione – riserva indiana (o prigione) di Anadyr′, poche migliaia di abitanti negli spazi infiniti della Čukotka, e dalle foreste della Carelia alle terme di Pjatigorsk, l’autrice ha percorso in lungo e in largo la Russia alla ricerca dei luoghi dell’anima, e non di rado delle sofferenze, di alcuni tra i più grandi classici della cultura nazionale (accanto ai mostri sacri anche altri nomi meno noti, per lo meno in Europa, da Leskov a Herzen, che pure meriterebbero riscoperta e conseguente riedizione delle opere), ricostruendo in pagine ricche di ispirazione descrittiva, pungente ironia, spesso violento sarcasmo e (talvolta) sincera compassione le tappe del proprio percorso umano e intellettuale.

Ella stessa una scaltrita narratrice, Wheeler intreccia nelle sue pagine, in perfetto ossequio alla migliore tradizione saggistica (serendipica fino al parossismo), acute riflessioni sull’evoluzione nazionale russa di ieri e di oggi, un’amplissima gamma di incontri e vicende umane tra il comico, il surreale, il grottesco e non di rado il disperante, una cronaca talvolta – letteralmente – diaristica della sua personale, accanitissima, alle volte violenta, lotta per impadronirsi di qualcosa che assomigli alla lingua che affiora dalle pagine degli autori di cui parla, una sequela di medaglioni attentamente studiati, nella loro apparente foggia impressionistica, della personalità (per lo meno quale avvertita da Wheeler stessa sulla base tanto delle opere – una peculiare forma di autoschediasmo – quanto della letteratura secondaria, da lei evidentemente compulsata in quantità esorbitanti) e del mondo in cui alcuni tra i maggiori scrittori russi vissero.

In una formula, una cartina al tornasole sempre utile per familiarizzarsi con alcuni nodi irrisolti della storia di questo immenso Paese, come si dice da quelle parti, e che oggi, sull’onda degli eventi, il dibattito pubblico tende a presentare come epifenomeni della contemporaneità – dunque, di fatto, cronaca e non storia –, mentre in Russia si sa anche troppo bene trattarsi di questioni dibattute almeno dai tempi di Pietro il Grande, e dunque forse destinate come la quarta Roma (Mosca) a rimanere in eterno. Pregio maggiore del volume, accanto a un assai salubre pro memoria del fatto che, per dire, Dostoevskij fu un contemporaneo di Puškin (come Lermontov lo fu di Gogol′) e che Čechov e Tolstoj ebbero modo di parlarsi al telefono – con il che si comprende meglio l’evoluzione di una tradizione letteraria che, con poche, lodevoli eccezioni (per esempio il già citato Carpi), la manualistica tende invece a presentare come una successione seriale di individui avulsi da qualsiasi contesto – è senza dubbio la sapiente trama di citazioni che permea il paratesto, se così si può chiamarlo, dell’intero saggio.

In mancanza di estratti dalla Lettera di Tat′jana a Onegin o della scena madre della visita di lui quando tutto è ormai perduto per sempre (per più versi un archetipo di molta della letteratura successiva, come chiunque abbia letto, per esempio, Oblomov può facilmente constatare), il volume dà il meglio di sé, da un lato, nel capitolo conclusivo – non a caso – dedicato a Lev Nikolaevič, intessuto di alcuni dei più fulminanti aforismi sulla natura umana che siano mai stati scritti (con tanti saluti al crisma di psicologo, che lui per altro odiava, solitamente affibbiato a Dostoevskij); dall’altro, alle pagine, sconvolgenti nella loro struggente bellezza, del viaggio transiberiano di Čechov alla volta della colonia penale di Sachalin.

Tra paesaggi di abbacinante, intimorente bellezza e desolato squallore umano, Anton Pavlovič emerge dallo spazio a lui dedicato in Fango e stelle, forse involontariamente, non solo, per dirla con De André, nelle fattezze di «un uomo onesto, un uomo probo», ma anche, soprattutto, come un sensibilissimo interprete di tutte le contraddizioni di un Paese, la Russia, nella cui vicenda ciascuno può rispecchiarsi, e nelle sue peripezie interrogare se stesso in merito a ciò che si è e che si vorrebbe essere, senza mai riuscirci del tutto.

 

Sara Wheeler, Fango e stelle. Viaggio in Russia in compagnia di Puškin, Tolstoj e altri geni dell’Età dell’Oro, Vicenza, Neri Pozza, 2021,  pp. 320

 

Immagine: Monumento a Puškin con il suo eroe letterario Eugene Onegin. Sullo sfondo la cattedrale dell’Annunciazione, Yoškar-Ola, Russia (6 settembre 2021). Crediti: rebrova irina / Shutterstock.com

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