22 maggio 2022

Francesca Morvillo, magistrata, non solo moglie di eroe

 

Il 23 maggio 1992, sull’autostrada che dall’aeroporto conduce a Palermo, all’altezza dello svincolo per Capaci, un attentato uccide il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della sua scorta. Queste bombe rappresentano un evento abnorme nella storia politica italiana, l’aggressione della mafia per loro tramite raggiunge il picco, replicato il 19 luglio, meno di due mesi dopo, con la strage di via D’Amelio contro Paolo Borsellino e la sua scorta.

Nei momenti successivi al primo attentato le ricostruzioni assumono quasi inconsapevolmente una connotazione di genere: gli uomini sono uccisi nell’adempimento del dovere, la loro morte è eroica, degna di essere commemorata, mentre quella della donna, seppure magistrata e vittima della stessa violenza mafiosa, avviene per una ragione privata: semplicemente accompagnava il marito. A dirla con franchezza, l’immagine di Francesca Morvillo ha faticato a uscire dal cono d’ombra dove l’hanno posta l’indubbia grandezza della figura di Giovanni Falcone, la tragica abnegazione degli uomini della scorta e, infine, il peso politico della strage in questione. Ancora ai nostri giorni resiste in maniera vischiosa, seppure anacronistica, lo stereotipo che assegna alle ricostruzioni biografiche canoni diversi se si tratta di uomini o di donne. Dei primi si mettono in luce di preferenza i ruoli pubblici e le virtù civiche, delle seconde l’attaccamento alla famiglia e l’ottemperanza ai doveri verso i suoi membri. Se nella narrazione dell’evento, divenuta subito un ‘canone’, la prevalenza veniva assegnata al suo ruolo di moglie, diventava difficile farne una figura pubblica e le veniva assegnato un ruolo ancillare, umbratile appunto.

Alcuni cronisti paragonano la morte di Francesca Morvillo a quelle di Emanuela Setti Carraro, la giovane moglie del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinata insieme a lui dieci anni prima, e di Lucia Precenzano, moglie del maresciallo Salvatore Aversa, caduta in Calabria insieme al marito il 4 gennaio 1992. Ci documentano implicitamente che la mafia uccide anche le donne, al contrario di quanto pretenderebbe uno stereotipo ‘cavalleresco’, costruito da letteratura e cinematografia, secondo cui questo sarebbe estraneo al presunto codice d’onore mafioso. Le tre donne sarebbero accomunate non solo dalla circostanza di essere state raggiunte in auto accanto ai consorti, tutti e tre servitori dello Stato, ma dal rappresentare un modello di amore coniugale oblativo che le porta a condividerne il tragico destino. Mogli d’eroi, titola un giornale che ha bisogno di spiegare come non siano state decorate a seguito della loro morte, poiché essa è avvenuta in conseguenza di quella dei mariti. Per sottrarre Francesca Morvillo a un modello siffatto sarebbe bastato valutarne la caratura di magistrata: a Capaci è stata uccisa una magistrata prima che una moglie, la prima e unica nell’Italia delle stragi.

 

Francesca Morvillo nasce a Palermo il 14 dicembre 1945, si laurea a 22 anni in giurisprudenza con una tesi su Stato di diritto e misure di sicurezza, vince il concorso in magistratura, nel 1986 sposa in seconde nozze Giovanni Falcone, nel 1991, poiché  il marito era stato nominato direttore generale degli affari penali al ministero di Grazia e Giustizia, ottiene di essere trasferita a Roma come commissario al concorso per l’ingresso in magistratura; muore a Capaci il 23 maggio 1992. La sua carriera inizia nel 1970 – solo dal 1963 la magistratura era diventata accessibile alle donne – come uditore giudiziario a Palermo, prosegue nel 1971 come giudice del tribunale di Agrigento, dal 1972 al 1988 è sostituto procuratore presso il tribunale dei minorenni di Palermo e nel 1988 consigliere di Corte di appello, infine nel 1991 a Roma. Una donna colta e riservata, una magistrata preparata, scrupolosa e schiva; nei 17 anni trascorsi alla procura dei minori affronta casi delicati, ricchi di implicazioni sociali e psicologiche con l’occhio attento al reinserimento dei giovani. In Corte di appello passano dalle sue mani centinaia di processi scottanti, come quello concluso con una condanna nel 1991 contro Vito Ciancimino per gli appalti per la manutenzione di strade e illuminazione di cui si era occupata la Commissione parlamentare antimafia nel 1976 e nel 1984 e la stampa nazionale e internazionale: un torbido groviglio di interessi aveva legato per decenni alcuni sindaci, assessori, funzionari degli uffici comunali e imprenditori privati che avevano goduto per anni di una sorta di monopolio. Una radiografia impietosa dell’amministrazione di Palermo, una vicenda paradigmatica che mostra la commistione di interessi privati, corruzione o connivenza della pubblica amministrazione, lo stretto intreccio tra gruppi mafiosi e coperture politiche e, più in generale, come la mafia abbia saputo tenere in scacco l’intera città, l’abbia condannata all’arretratezza e all’immobilismo, ne abbia impedito la modernizzazione. Come non considerare Francesca Morvillo una magistrata antimafia?

 

◊ A trent’anni dalla scomparsa, Treccani ha dedicato a Francesca Morvillo il volume Non solo per amore. In memoria di Francesca Morvillo, a cura di Cetta Brancato, Giovanna Fiume, Paola Maggio, Prefazione di Marta Cartabia, Treccani, Roma, 2022

 

 

Immagine: Franz Marc, Kämpfende Formen, 1914. Crediti: Bayerische Staatsgemäldesammlungen - Sammlung Moderne Kunst in der Pinakothek der Moderne München, Monaco di Baviera

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