3 maggio 2020

Franco Fortini, la distanza verticale

 

Una donna esce dal supermercato: tra le mani ha le buste della spesa; una sciarpa avvolta con cura attorno al viso le fa da mascherina. È strano, quando attraversa le porte automatiche, non comincia a camminare sul marciapiede. Preferisce proseguire sulla strada, occupando la corsia preferenziale degli autobus, come se volesse tenersi distante non soltanto dai passanti occasionali, ma persino dalle mura della città, cosparse chissà da quale invisibile morbo. Come se l’infezione fosse sempre in agguato, dietro l’angolo di un palazzo, all’incrocio di due vie.

 

Osservando quella donna scegliere il rischio della strada piuttosto che quello dei passanti e delle mura, è stato inevitabile pensare ad alcuni versi di una poesia di Franco Fortini, La città nemica:

 

Quando ripeto le strade

Che mi videro confidente,

Strade e mura della città nemica

 

E il sole si distrugge

Lungo le torri della città nemica

Verso la notte d’ansia

 

Sembra quasi di stare di fronte a un paradosso: la stessa geografia - umana e architettonica - che fino a qualche settimana fa era per tutti prossima, «confidente», che ha custodito la storia, i ricordi, le passioni di un’intera comunità, oggi viene avvertita come minaccia, «nemica» dice di continuo Fortini, uno spazio ostile pronto a fare del male. Anche se è difficile trovare una risposta, è comunque lecito chiedersi come e perché succede questa trasformazione.

 

Fortini pare suggerire che dipenda dal sentimento d’impotenza che ciascuno avverte su di sé durante e dopo una catastrofe. Un sentimento che si mostra sui volti come una sorta di «morte seconda», la morte di chi non sa come reagire, di chi ha paura e diffida dell’altro. E la diffidenza verso l’altro che ci viene incontro si estende fino a comprendere gli spazi che ci circondano. Non importa se la minaccia è passata, all’infuori di sé tutto è ancora in guerra. Così infatti prosegue il suo testo:

 

Quando nei volti vili della città nemica

Leggo la morte seconda,

E tutto, anche ricordare, è invano

 

E «Tu chi sei?», mi dicono, «Tutto è inutile sempre»,

Tutte le pietre della città nemica,

Le pietre e il popolo della città nemica 

 

È facile scambiare questi versi per una fotografia del presente, schiacciato psicologicamente dall’emergenza del Coronavirus. Forse perché molto spesso, per giustificare i sacrifici fatti negli ultimi mesi, giornali e televisioni hanno parlato del «nostro dopoguerra»; La città nemica, in effetti, inaugura la stagione poetica del secondo dopoguerra italiano: si potrebbe dire che un’inconsapevole immedesimazione la rende di certo attuale. Eppure, nello stesso anno in cui Einaudi la pubblica all’interno della prima raccolta di versi di Fortini, Foglio di via (1946), il poeta Paul Éluard scrive una poesia che appare come il suo esatto contrario: lo scenario è identico, anche il generale clima di rassegnazione e paura è lo stesso. Ma Éluard aggiunge un elemento che stravolge tutto, e quell’elemento è la speranza. Il testo infatti si intitola La potenza della speranza e basta leggere alcuni estratti per accorgersene:

 

Tuttavia il mio cuore, vuoto, non si ferma mai,

Malgrado il dolore mai il mio cuore si smarrisce

 

e soprattutto:

 

Non abbiate pietà, se avete scelto

D’esser limitati e di stare senza giustizia:

Verrà il giorno che sarò

Tra i costruttori di un vivente edificio,

 

La folla immensa in cui l’uomo è un amico.

 

Anche in questo caso c’è uno spazio architettonico («un vivente edificio») che coincide e assimila uno spazio umano («la folla immensa»), ma stavolta l’ostilità è cessata del tutto, si è estinto l’ultimo fuoco della guerra psicologica contro gli altri, si pensa alla ricostruzione, alla speranza dettata dal verbo futuro («verrà un giorno che sarò»).

 

Éluard è una figura cara a Fortini. Che recepisce il suo magistero in modo dialettico, problematico. Il tema della speranza, ad esempio, per influenza diretta o indiretta, comincia presto a far parte dell’orizzonte poetico di Fortini, ma non è percepito come una semplice fiducia nell’avvenire, un’infondata retorica del domani. Per l’autore della Città nemica la speranza è una misura di distanza: è la capacità di allontanarsi un attimo dal presente, dall’infamia del tempo e degli uomini, e riuscire a guardare in alto: «[...] Molto meglio essere travolti/ da una speranza come una cupola», scrive in Editto contro i cantastorie.

 

È affascinante questa similitudine che lega la speranza alla forma della cupola, che subito innesca nell’immaginario comune il ricordo del Pantheon o della Camera degli Sposi di Mantegna, dove il soffitto sembra essere aperto sul cielo. Una cupola è sempre distante dal suo osservatore, e deve sempre essere osservata dal basso verso l’alto, come qualcosa a cui si ascende. Ecco, per Fortini coltivare la speranza significa prendere coscienza della distanza verticale tra l’uomo e ciò che lo sovrasta. Tra l’ostilità del presente e il riscatto del futuro, tra il destino individuale e i destini generali. Di cui tutti siamo responsabili.

 

In questa prospettiva, la distanza, e quindi la speranza, non è una separazione da qualcuno o da qualcosa, ma una compresenza. Di vittorie e sconfitte, di errori e soluzioni.

 

Non ti dico speranza. Ma è speranza.

Questa parola che ti porgo è niente,

la sperde il giorno e me con essa. E niente

ci consola di essere sostanza

delle cose sperate. In queste lente

sere di fumo e calce la città

 

che mi porta s’intorbida nei viali

sui battistrada di autotreni, muore

fra ponti di bitume, fari, scorie.

Qui sarò stato io vivo; e ai generali

destini che mi struggono, l’errore

che fu mio, e il mio vero, resterà.

 

 

Piccola bibliografia:

 

Franco Fortini, Tutte le poesie, Mondadori, 2014

Paul Éluard, Ultime poesie d’amore, trad. V. Accame, Passigli Editori, 1996

 

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Immagine: Donna solitaria seduta su una panchina in riva al mare. Crediti: Den Rozhnovsky / Shutterstock

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