12 marzo 2018

Frankenstein ha 200 anni

Frankenstein, o il moderno Prometeo di Mary Wollstonecraft Godwin Shelley ha compiuto l’11 marzo due secoli e pur essendo un romanzo ‘di genere’ – un horror gotico fantascientifico – non finisce mai di suscitare commozione e orrore.

L’autrice lo scrisse a 18-19 anni e lo pubblicò anonimo la prima volta nel 1818 e poi, in una versione ancor più tetra, in una seconda edizione nel 1831. La sua genesi è conosciuta: nell’estate del 1816 Mary, la sorella Claire, il futuro marito Percy Bysshe Shelley, gli amici lord Byron e il medico John William Polidori si trovavano sul lago di Ginevra, dove il mostro nel romanzo infatti prende vita, e per riempire le cupe giornate – quell’anno, straordinariamente freddo, fu ricordato come l’anno senza estate o della povertà –, si sfidarono alla stesura di racconti di orrore. I discorsi tra i suoi romantici amici vertevano in quei giorni sulle sperimentazioni sulla vita del naturalista Erasmus Darwin, nonno di Charles, sull’idea galvanista dell’elettricità animale e sugli studi sull’elettricità di Benjamin Franklin, e le suscitarono un incubo la cui angosciosità volle raccontare.

La trama, svolta in forma epistolare, è in breve la seguente: l’estensore delle lettere, il giovane capitano Robert Walton, impegnato in una spedizione al Polo Nord per scoprire i misteri dell’ago magnetico e rimasto intrappolato con la sua nave tra i ghiacci, scorge su una slitta la figura di un uomo gigantesco che subito scompare e, il giorno dopo, soccorre un secondo uomo quasi assiderato che gli narra la sua atroce storia. È Victor Frankenstein, uno scienziato idealista e spregiudicato che, mettendo assieme pezzi di cadavere, ha dato vita a una creatura orrenda, che gli è sfuggita e che perseguita lui e i suoi cari per vendicarsi della sua infelicità. Il mostro, infatti, diversamente da molte delle successive trasposizioni cinematografiche, nel romanzo non è un demente privo di moralità, ma una creatura intelligente e buona che la mancanza di amore e il rifiuto sociale dovuto al suo aspetto orribile costringono all’abbrutimento e alla violenza.

Frankenstein è un romanzo complesso e ricco di riferimenti culturali, del tutto espliciti e consapevoli, sia al dibattito scientifico coevo sia letterari: il Prometeo del sottotitolo è il titano che dona il fuoco agli uomini o che, secondo Ovidio, plasma gli umani dalla creta (e il ‘Prometeo della modernità’ era per Kant proprio Franklin, che sapeva domare i fulmini); Victor, lettore di Paracelso e Cornelio Agrippa, rievoca il Faust di Goethe, mentre il mostro reietto che si ribella al suo creatore il Lucifero del Paradise lost di John Milton e, forse, il Golem.

Il problema etico della scienza, la solitudine, il dolore della perdita e l’inaccettabilità della morte, l’onnipotenza dell’uomo che vuole sostituirsi a Dio, l’idea rousseauiana della corruzione morale prodotta dalla società, sono alcuni dei temi che Mary Shelley pone nel suo capolavoro. Benché tanto giovane, Mary era infatti, oltre che intelligentissima, molto colta, anche grazie all’educazione familiare: la madre, che morì pochi giorni dopo la sua nascita, era Mary Wollstonecraft, antesignana del femminismo e autrice di A vindication of the rights of woman, e il padre, di cui Percy fu discepolo (nonché perenne insolvente debitore), il filosofo William Godwin, autore della Enquiry concerning political justice. Mary e Percy avevano compiuto una fuga d’amore talmente incosciente da irritare il pur tollerante Godwin, e all’epoca della prima ideazione del romanzo, non ancora sposati, già avevano perso una bambina (e altri ne avrebbero persi in seguito, fino alla prematura morte di Percy stesso nel 1822).

Numerosissime sono state le trasposizioni teatrali e cinematografiche del Frankenstein, in cui spesso la creatura, che non ne possiede alcuno, ha sottratto il nome al suo creatore ed è stata via via ridisegnata: Wikipedia cita una cinquantina di lungometraggi, tra i quali non si possono non ricordare almeno quello di James Whale del 1931 e, naturalmente, l’impareggiabile parodia di Mel Brooks del 1974.

 

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