6 novembre 2020

Furore simbolo valore, di Ernesto De Martino

 

Lasciamo vibrare il furore che scuote il titolo della raccolta di saggi di Ernesto De Martino, da lui personalmente curata e pubblicata nel 1962 (Furore simbolo valore, ora ristampata per i tipi de Il Saggiatore); permettiamo al suo significato di sciogliere un alone che tocchi una vena genealogica non propriamente ufficiale e ortodossa al discorso etnologico, attraverso un movimento sismico capace di sfiorare con le sue onde una furia la quale, di primo acchito, apparirà ben differente da quella evocata nelle pagine dell’antropologo: ossia “la grande follia” che coglie Orlando, nel poema ariosteo, di fronte alle prove dell’amore che stringe Angelica a Medoro. Con grande finezza Yves Bonnefoy, il quale, oltre ad essere una delle voci poetiche contemporanee più determinanti, è anche un critico sottile e attento (allievo perfetto, in questo senso, di Henri Focillon), traccia in alcune pagine rilevanti lo iato profondo che spezza la vita dell’eroe carolingio, il quale fino a quel momento ha vissuto il proprio amore per Angelica come quello che si nutre per un’astrazione: «prima grande indicazione dell’Ariosto su questo campione in materia di religione, su questo difensore della fede; esseri come lui, nobili e virtuosi come sono, possono sacrificare la conoscenza dell’altro, e dunque la conoscenza di sé, al sogno di una realtà immaginata superiore». A emergere, in definitiva, è il tramonto di una vita condotta in un universo di immagini fallaci, in un sistema di rappresentazioni del tutto incapace di “guardare” il mondo nella sua concreta singolarità ma sempre pronto, al contrario, a smaterializzarne flussi e passioni in un cielo asettico e astratto.

Tutta l’opera di De Martino, a essere chiari, ha uno sviluppo coerente con quanto individuato nell’opera di Ariosto, proprio a causa della comune matrice umanistica che si potrà considerare scaturigine di quell’ethos della presenza, per quanto riguarda De Martino, del quale le prime pagine di Morte e pianto rituale nel mondo antico offrono puntualissima descrizione, in una prospettiva in toto fedele alla visione crociana dell’ethos inteso non più come «una distinta forma del circolo spirituale, ma come la potenza suprema che promuove e regola la stessa distinzione del vario operare umano». Ma il disgregamento dell’unità spirituale è, purtuttavia, sempre imminente; e questa crisi di presenza, se da un lato sarà da ricondurre, secondo De Martino, al doppio volto dell’economico (a ciò che, nonostante un alto grado di civiltà, permane sempre come “resto” che scorre senza e contro di noi, nel gorgo di forze naturali cieche e distruttive), dall’altro, di certo, potrà essere riportato a quel mondo di immagini fallaci all’interno del quale Orlando si è mosso prima di scoprire l’amore fra Angelica e Medoro. Pertanto, sarà immediatamente rintracciabile nell’opera demartiniana (della quale Furore simbolo valore costituisce eccellente compendio) uno slancio intriso di Aufklärung che individuerà, nel fenomeno religioso, lo stesso tipo di procedimento che Freud, nel celeberrimo Al di là del principio del piacere, aveva osservato nel “gioco del rocchetto” compiuto da un bambino di diciotto mesi: la ripetizione coatta di un evento traumatico viene risolta attraverso una ripetizione attiva che mira alla riappropriazione e alla risoluzione dell’episodio traumatizzante.

Perciò si possono osservare, nelle pagine della silloge, alcuni temi ricorrenti i quali, in definitiva, potranno essere ricondotti a un movimento chiaro e limpido di svelamento: la critica al cosiddetto irrazionalismo (in particolare nel saggio liminare: Mito, scienze religiose e civiltà moderna), il quale, se sotto innumerevoli aspetti ha contribuito a sfrondare il fenomeno religioso di cascami del tutto deleteri alla sua comprensione, d’altro canto, proprio per il carattere di assoluta alterità che individua (sulla scorta del lavoro di Rudolf Otto) nell’epifania religiosa, secondo De Martino è complice della sommersione della coscienza in un regressus ad uterum non più interpretabile come passaggio, bensì come termine ultimo, crollo in un caos definitivo e irrevocabile; ovvero, negli Itinerari meridionali, all’egemonia (il senso gramsciano della parola è perfettamente leggibile nel testo) del conformismo tradizionale della Chiesa, il cui intreccio col potere l’autore mette ripetutamente in luce, viene sempre contrapposta la resistenza che le classi umili mettono in atto attraverso l’utilizzo di materiali del tutto differenti (un cristianesimo che si potrebbe definire sciamanico, la sopravvivenza dell’antico nei culti e nelle credenze, l’adesione al comunismo che assume sfumature müntzeriane), il cui impasto va a costituire ciò che Claude Lévi-Strauss avrebbe definito pensiero selvaggio.

Ma l’Aufklärung con cui De Martino compie le sue indagini è spesso inconsapevole della Dialektik che ne contraddistingue la fisionomia: non sarà per nulla infruttuoso, in questo senso, provare a mettere in tensione il suo pensiero, ancora così legato ad un umanesimo radicale e alla fiducia che esso implica, con gli sviluppi del pensiero antropologico e filosofico degli ultimi decenni, il quale si è dovuto scontrare con un senso di catastrofe di scala del tutto incommensurabile a quella umana. Timothy Morton ed Eugene Thacker, per esempio, attraverso la riflessione compiuta sul riscaldamento globale e le pandemie, aprono uno squarcio su un mondo-senza-di-noi nel quale l’impronta umana è fuggevole e irrilevante rispetto all’abisso che si spalanca hic et nunc, al di là della razionalizzazione compiuta dalla lingua umana, nell’indifferenza assoluta di una realtà allotria e priva di quelle causalità logiche e sintattiche che, come uno smalto, l’essere umano spalma su questa melma ribollente e informe. Ma anche Eduardo Viveiros de Castro, attraverso l’elaborazione del Prospettivismo cosmologico, la cui sintesi l’autore porta avanti in un’epoca che vede la vita della cultura amazzonica in gravissimo pericolo, spalanca le porte su un mondo differente da quello strutturato dal pensiero aristotelico, un mondo distaccato dall’antropocentrismo ormai delirante che contraddistingue il mondo occidentale. Il pensiero di De Martino, al contrario, non è stato capace di eludere quell’afflato antropocentrico, sebbene la sua riflessione ne distilli le essenze più nobili e preziose: ma l’Outside, come lo chiamava Lovecraft, oggi, impone in modo ancora più forte la propria ombra sulle res gestae dell’umanità.

 

Ernesto De Martino, Furore simbolo valore, Il Saggiatore, 2020, pp. 240

 

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