18 luglio 2021

Genova anfibia

Luca, il protagonista dell’omonimo film d’animazione, ha il carattere anfibio, più poetico che ambiguo – i liguri sono fatti così – della creatura marina che sulla terraferma perde la coda e le pinne, guadagna dei portentosi piedini, succhia trenette al pesto con fagiolini e patate e scopre che le stelle non sono pescetti. Dopo aver scorrazzato in bicicletta per le crêuze e i carruggi di Portorosso (sintesi inventata della riviera reale, da Portovenere a Monterosso, di quelle Cinque Terre «che potrebbero essere anche nove» si contassero, come suggerì Eugenio Montale, da Punta del Mesco o addirittura dalla Baia delle Favole all’Isola del Tinetto), Luca prende un treno per Genova, la città mitica che mica sta oltre l’orizzonte – barriera che non esiste per un abitante del mare – bensì oltre le montagne e chissà quante gallerie.

I viaggi attraverso le gallerie sono eccitanti, sono sempre esotici i posti in cui conducono – chiedetelo alle sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi, dirette ad Ancona ma preoccupate nemmeno stessero andando ad Ankara – infatti Luca, partito per Genova con il desiderio di andare a scuola e di capire le leggi dell’universo, non lo sa cosa aspettarsi né lo sappiamo noi siccome il lungometraggio della Disney-Pixar termina dissolvendo a nero dentro il primo tunnel.

In realtà si sprecano gli spoiler letterari sulla città mitica. Nel tratto finale di Verso Genova, la poesia su «strada ferrata» di Luciano Erba, «si usciva dal tunnel | Genova cominciava | apparivano case | altissime e viola | strette una all’altra | ma non così tanto | che non sfuggisse sul fondo | ma una volta, una sola | un po’ meno alta | un po’ meno viola | una luce di opale | una frangia di mare». Ad Anna Maria Ortese Genova appare per squarci d’ombra, non di luce, se, arrivando in treno in Alonso e i visionari, la città le si profila «ombra verticale, vera fiancata di nave, punteggiata di fanalini d’oro».

Anche l’entusiasmo di Luca all’arrivo in stazione possiamo immaginarcelo grazie alla letteratura, lo hanno provato già altri personaggi: «Con scintille violette nella sua fronte, il locomotore apparve, alla sua ora e al suo mattino, dalla gola nera del tunnel. Docile scivolò lungo la clamorosa banchina, docile spense, lentamente, la corsa», si legge nel Castello di Udine di Carlo Emilio Gadda, «solo il battito del compressore continuava imperterrito. Genova Principe! Genova Principe! […] Genova, porta del rotolante mondo!». In Liguria le gallerie sono, in effetti, stargate. Per la precisione Genova è una porta «ai confini del mondo»: «Il rumore del treno, il cicaleccio puerile che lo circondava nello scompartimento stipato, tutto ciò che rideva e cantava intorno a lui ritmava e accompagnava una specie di danza interiore che lo portò per ore, immobile, ai confini del mondo», si legge nella Morte felice di Albert Camus, «e finalmente lo scaricò, giubilante e interdetto in una Genova assordante, che scoppiava di salute davanti al suo golfo e al suo cielo in cui fino a sera lottavano il desiderio e la pigrizia».

Un vecchio adagio avverte che conta più il viaggio che la meta, del resto i treni stessi che seguono la costa per scaricarti a Genova sono entusiasmanti, corrono obliqui lungo i binari (potessero, batterebbero la battigia), corrono inclinati sugli scogli verso il mare come le agavi, anzi le loro ruote sembrano staccarsi da terra come le radici dei pini marittimi. Mentre le pupille fanno ping-pong per seguire il time-lapse che scorre sui finestrini (cabine-cabine-campanile-cabine…) e si dilatano al buio delle gallerie e si restringono al sole, la spalla poggiata al sedile, in un angolo di trenta gradi e a un metro sul livello del mare, suggerisce al passeggero che il treno, messo così, potrebbe benissimo essere una barca.

Luca ci si troverà bene a Genova, qui il terrestre tende all’acquatico, e viceversa: lo zimino, i monti marittimi, i cinghiali sulla spiaggia, ogni crêuza de mä, i palazzi che fan quartiere con le navi da crociera, la toponomastica (dal vico chiuso della Rana alla via dei Conservatori del Mare, da piazza delle Fontane Marose al parco dell’Acquasola), «le alberature a selva» delle barche al porto, per dirla con un mottetto di Eugenio Montale, e «gerani e basilico piantati in scatole di tonno», questi li vede Antonio Tabucchi nel romanzo Il filo dell’orizzonte, a bordo di un mezzo di trasporto simile a quello messo in versi da Giorgio Caproni nelle Stanze della funicolare che s’arrampica fino al Righi e che può essere «arca» o «barca a fune».

In realtà qualcosa di come e dove vada a finire Luca lo sappiamo perché nei titoli di coda vengono raccontate, tramite disegni, le avventure cittadine della creatura marina. A un certo punto, con l’amichetta Giulia Marcovaldo (cognome forse preso in prestito dalla raccolta di novelle di Italo Calvino, guarda caso “alternativo” alle Stagioni in città), Luca sta affacciato alla ringhiera della spianata di Castelletto, il «balcone spalancato su Genova» da cui si potrebbe, assicura Camillo Sbarbaro in un truciolo, «aspettare l’Amore», e dove s’affaccia Montale che, nella Farfalla di Dinard, risale il fiume del tempo e, come da bambino, ripercorre il percorso casa-scuola: «guardava in basso l’immensa distesa dei tetti grigi, il porto, la Lanterna, il mare sferzato dal libeccio e le dighe. Si poteva spingersi fin lassù con un ascensore che si alzava dal cuore della città». È notte nel disegno, sullo sfondo c’è l’ascensore, altro mezzo a fune con cui Caproni ha deciso di andare in paradiso (con la funicolare viene alla luce dal tunnel come da un grembo materno e sfonda l’ultima stazione trapassando la morte).

«Quando mi sarò deciso | d’andarci, in paradiso | ci andrò con l’ascensore | di Castelletto, nelle ore notturne», confida il poeta che, più avanti nei versi, s’affaccia alla stessa ringhiera con la madre che sta per morire ma che emerge «fra le leggiadre | giovani in libera uscita | con cipria e odor di vita | viva», per una mutazione più poetica, appunto, che ambigua: «Con lei mi metterò a guardare | le candide luci sul mare. | Staremo alla ringhiera | di ferro – saremo soli | e fidanzati, come | mai in tanti anni siam stati».

Ignoro se sia voluto l’omaggio ai versi dell’Ascensore da parte del regista di Luca, il genovese Enrico Casarosa che in riviera trascorreva le «estati lontane», quelle dell’adolescenza, come le chiamò già Montale, a testimonianza di un viaggio ininterrotto, lungo cent’anni dagli Ossi di seppia al film della Disney-Pixar, rigorosamente in treno «tra l’apertura e l’altra di un lunghissimo tunnel», per ritrovarsi a Piazza Principe dove, ce lo fa notare Enrico Testa, «la fioritura della bouganvillea / resiste», con la poesia, «di fronte al binario 20 / l’ultimo a nord della stazione: / anno dopo anno / salendo ha ricoperto / sarmentosa e temeraria / intere campate / dell’alta massicciata / di mattoni rugginosi» (stessa resistenza che, la bouganvillea, mostra in riviera e nel film).

Comunque il disegno dei titoli di coda m’invita a proseguire il viaggio di Luca, sbucare oltre le gallerie e interrogare con la letteratura la città del mito. Un «ammasso di edifici che scappa su dalle acque, che in quelle si precipita» per Edoardo Sanguineti, mentre Mario Luzi si chiede se in una città del genere «l’inferno si approssima o il paradiso s’avvicina», e l’indecisione caratterizza Caproni, il quale prima dice «E io dovrò ridiscendere» e poi «Ma no! se mi sarò deciso»…

Quanto all’anfibio Luca, indagherà l’universo e se la caverà a Genova, squarcio di azzurro fra le case o taglio d’ombra di una nave, porta ai confini di un mondo rotolante e balcone a cui affacciarsi per scrutare l’universo e aspettare l’amore, città ammonticchiata o ammarata a seconda dell’umore, non suo ma di chi la guarda. E Luca, che ha scelto la terra, nel disegno ha un indice puntato al mare e un sorriso spalancato all’aria.

 

Immagine: Vista del porto di Genova con navi e barche. Crediti: Elena Krivorotova / Shutterstock.com

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