23 agosto 2020

Le topografie letterarie e la realtà dell’immaginario. Mezzogiorno, Napoli

 

Nel 2019 si potevano incontrare in via Benedetto Croce, già via Trinità Maggiore, cioè lungo la fenditura geologica di Spaccanapoli, turisti europei (soprattutto francesi) incamminati, dietro un GPS, sulle tracce dei luoghi nei quali si ambientavano le narrazioni di Elena Ferrante, della scrittrice che con questo pseudonimo ha costituito il fenomeno più interessante della letteratura italiana contemporanea. Su quella medesima via, al numero 12, si incontra Palazzo Filomarino, la dimora di Benedetto Croce, il quale nel 1911 nel celebre testo Un angolo di Napoli raccontò la storia secolare del nobile edificio e le vicende di abitanti e frequentatori, descrisse ciò che vedeva dal suo studio, le vetuste fabbriche che l’una incontro all’altra sorgono all’incrocio della via della Trinità Maggiore con quella di San Sebastiano e Santa Chiara. Perché ovunque si vada, qui, si entra sempre in qualche storia.

Intorno a Spaccanapoli si dipanano altri percorsi precedenti e si vorrebbe dire narrativamente prescrittivi, certo per la stessa Ferrante. Più avanti, la via di San Biagio dei Librai ricorda uno dei racconti-reportages più urticanti e amari della Ortese dagli inferi napoletani (Oro a Forcella, poi in Mare non bagna Napoli, 1954). Si attraversa la strada di Mezzocannone, la via dell’Università, Piazzetta Nilo e si giunge a via Duomo, in un intrico di trame, da Mastriani a Giuseppe Marotta. Dalla parte opposta da piazza del Gesù si arriva a Toledo mentre a sud si scende a rua Catalana – con il quartiere di Malpertugio dove in parte è ambientata l’avventura di Andreuccio da Perugia nel Decamerone. A nord ecco via Foria, cara alla Serao e alla Ortese (Grande via, L’infanta sepolta, 2000). Poco lontano, a vicolo Giganti, Giambattista Vico elaborava ignoto il suo immane pensiero, e in Monteoliveto il vecchio letterato don Giuseppe Valletta sistemava la Biblioteca e il Museo con i codici preziosi, poi confluiti in parte nella biblioteca dei Girolamini.

È la Napoli storica, quella che sottende le narrazioni dei maggiori scrittori napoletani, quasi compulsivamente, almeno fino a metà Novecento. Anche in questo modo le topografie letterarie ci attestano fino a che punto viviamo di rappresentazioni mentali, e ciò vale, nella misura più attiva, per gli scrittori che abitano la Città come Testo. Per l’immaginario del Sud, concentrato sulla ex Capitale del Regno, il discorso investe questioni antiche, che intrecciano letteratura, arte, storia, assai prima di intercettare le nuove tecnologie.

Nella dimensione della cultura dell’ultimo Novecento la crisi definitiva del principio prospettico, misura spazio-temporale generatrice di ogni forma di storicità, ha segnato difatti l’apertura di una diversa stagione. A partire dagli anni Settanta lo spatial turn, cioè la svolta spaziale o meglio cartografica, ha imposto i suoi criteri di catalogazione, l’esigenza neopositivistica della tavola sinottica, sulla quale operare e produrre tassonomie. E sta bene. In seguito, la digitalizzazione, il web, tutti i dispositivi che per giungere alla realtà territoriale offrono mappe e percorsi facilitanti, che tengono luogo di quella, hanno fatto il resto, ma costituiscono il risultato di un processo iniziato molto tempo fa e non ancora concluso.

D’altra parte le cartografie dell’immaginario hanno rappresentato negli studi italiani un punto di resistenza e di cooperazione fra Geografia e Storia. La pressione dello storicismo crociano, la presenza autorevolissima di Carlo Dionisotti (Geografia e storia della letteratura italiana, 1967) e poi la grande intelligenza dei geografi italiani (F. Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Torino 2009) hanno garantito un saggio equilibrio, perché non ha fatto dimenticare il valore etico ed estetico della tradizione letteraria italiana e nello stesso tempo le articolazioni progressive dello spazio in cui questa si contestualizza con sempre nuovo senso e moderna ragione.

In questo quadro, l’immagine del Sud d’Italia occupa un posto rilevantissimo nella letteratura e nei media contemporanei, rivelatore delle tendenze in atto, intanto perché è uno spazio impossibile da pensare se non in diacronia, con le sue soglie, oltre che con le sue attuali planimetrie. Il Meridione fu innanzitutto «camminato» descritto e raccontato dai pionieri illuministici della Geografia e della Geologia. Si pensa ai territori del Regno perlustrati da Giuseppe Maria Galanti, il maestro di Vincenzo Cuoco, a sua volta fondatore della storiografia moderna. Mentre l’Illuminismo meridionale poneva le basi delle nuove scienze, l’Economia, il Diritto, la Statistica, la Geografia politica, anticipando il sogno degli intellettuali di determinare la realtà, i viaggiatori del Grand Tour siglavano una certa immagine e una certa idea di Mezzogiorno, in un itinerario stabilito, con un limite e un centro. Non è lecito eludere tale duplicità di discorsi. Nella rete meridiana l’arrivo a Napoli – Goethe fa testo – è approdo finale, esperienza conoscitiva e avventura, in un luogo dove convivono la civiltà e il caos, l’Europa e il suo contrario, la città del teatro e delle arti e l’off-limits del mondo lazzaro.

È una dualità che Vincenzo Cuoco, raccontando la storia tragica del ’99, avrebbe individuato come organica alla realtà sociale della Capitale, nella straordinaria notazione storico-antropologica dei due popoli, quasi due etnie, separati da almeno due secoli. La compresenza di temporalità specifiche diverse nello stesso luogo sarebbe stata svolta come «sfasatura di tempi storici non congruenti fra loro che coesistono nello stesso presente cronologico», da un viaggiatore del Novecento, il filosofo Ernst Bloch, ed è uno dei tratti resistenti della storia e dell’immaginario napoletano e meridionale. Rimane significativo che dopo l’Unità, quando saranno gli scrittori del luogo a prendere in mano i propri materiali, contesteranno la visione dall’esterno, e si impegneranno a depurarla da stereotipi e falsi miti – nel segno del realismo.

La battaglia di Matilde Serao contro la Napoli delle «collinette fiorite» e il suo docu-drama Il Ventre di Napoli (1884) inaugurano la stagione del giornalismo e delle inchieste, e testimoniano di una vita artistico-letteraria ricca, produttiva e modificatrice, in dialogo efficace col pubblico. E nelle pagine dell’altro capostipite, Salvatore Di Giacomo narratore e storico della città, lo scandaglio si volge verso il labirinto dei vicoli e strettole. Là il Tempo stagna, nulla accade: vicolo Giganti del basso di Vulite ‘o vasillo (Mattinate napoletane, 1885) la descrizione della Strettola degli Orefici, cancellata dal Risanamento, con i pallidi lavoratori del metallo negli antri dei laboratori, il «lurido budello di Mezzocannone», del racconto, già di taglio cinematografico, La Regina di Mezzocannone, (1885). Vi si affianca, omogeneo, l’affresco gremito, barocco, realizzato da Croce narratore di Agonia di una strada (1894). La Napoli tra Otto e Novecento, nella mutazione o resistenza dell’impianto topografico e toponomastico, presenta una configurazione reale che si fa funzione narrativa di lunghissima gittata. All’immagine di uno spazio chiuso – la Città come immenso intérieur – corrisponde una temporalità bloccata, una non-storia.

Ancora in pieno Novecento il binomio di memoria letteraria e capacità di variazione del canovaccio metropolitano, rimodulate sulla prossimità ai processi della Napoli contemporanea, possono dare conto di presenze autoriali di portata nazionale: il Bernari di Tre operai (1931), nella grigia Napoli-Bagnoli, della Ortese del Mare non bagna Napoli,  La Capria con il romanzo Ferito a morte (1961), dove il mare sul quale si affaccia Palazzo Donnanna, è un mare dalla notturna alterità, lo stesso che attrae e risucchia il bambino-pesce Niccolò, nella leggenda amata e raccontata da Croce. C’è, infine, la drammaturgia epica di Eduardo, ambientata, nei suoi capolavori, entro la struttura urbana storica della capitale del Sud, cioè il Palazzo dove convivono classi sociali differenti, multiversum di temporalità e modi di essere, spazio teatrale-in-sé. I nomi delle vie e dei quartieri sottolineano la misura del realismo come ricerca della realtà, per le strade, giunture fra metafora e storia: una tensione che si registra nella toponomastica, reale e allusiva, di due scrittori autentici, Erri De Luca (Montedidio, 2013) e Domenico Starnone (Via Gemito, 2005).

Ancora nell’ultimo scorcio di Novecento, la produttività portentosa di un insieme di immagini e figure inaugurate o variate, incrementate o riorientate all’interno della tradizione letteraria, comunque centrate sul carattere autogestito della Città, habitat e tema, problema storico-sociologico e mondo di invenzione, costituisce una sequenza di tratti riconoscibili. Si tratta di un fenomeno unico nella storia della letteratura italiana e della moderna industria culturale, da valutare ormai in una dimensione europea. Oggi ci sono i Sorrentino, i Martone, i Servillo, anche più incisivi e convincenti degli scrittori, per la natura stessa dei media che adoperano, nel disegnare il modello della Napoli contemporanea, nei due termini, di metafora e storia: questi indicano un principio di convergenza, uno scambio dialettico, se è vero che la parola-immagine può diventare essa stessa evento ed azione, e la realtà è testo da decifrare, o da riscrivere.

 

Bibliografia di riferimento

E. Giammattei, Il romanzo di Napoli. Geografia e storia della letteratura nel XIX e XX secolo, 2° ed. riveduta e accresciuta, Napoli 2016.

 

Immagine: Francesco Rosselli (?), Tavola Strozzi (tempera su tavola, anni Settanta del XV secolo. Veduta della città di Napoli dal mare. Rientro trionfale della flotta di Alfonso V di Aragona dopo la vittoria su Giovanni d'Angiò, avvenuta al largo di Ischia il 7 luglio 1465). Museo di San Martino, Napoli. Crediti: Francesco Rosselli / Public domain attraverso https://commons.wikimedia.org/wiki/

 

 


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