19 marzo 2018

Giordano Bruno, la statua

Da Ponte Sant’Angelo a Piazza Campo de’ Fiori passa poco più di un chilometro, per Google Maps il tragitto più breve si percorre in quattordici minuti a piedi. Il carcere di Tor di Nona, invece, non esiste più e l’unica cosa rintracciabile a questa voce è Lungotevere Tor di Nona. Eppure, c’è stato un periodo in cui bastava dire “la presone dello papa” per indicare non solo il carcere di Tor di Nona – collocato nella torre medioevale appartenuta agli Orsini – ma anche quel luogo sciagurato ove avvenivano le esecuzioni capitali.

Era l’inizio del XV secolo e precisamente, tra Ponte Sant’Angelo, piazza Navona e Campo de’ Fiori, si disegnava il triangolo della morte, proprio nel cuore di Roma.

In quelle atroci e fetide celle furono rinchiusi Beatrice Cenci e suo fratello, e Giordano Bruno, a cui toccò la secreta di Benvenuto Cellini – se il primo se la cavò uscendone vivo, ciò non avvenne al secondo, che venne fuori solo per andare al patibolo –; ma ancora, vi fu rinchiuso Caravaggio.

Era il 17 febbraio del 1600, precisamente 418 anni fa, quando, già segnato sul corpo come la preda nella bocca del suo aguzzino, venne condotto fuori dal carcere, al buio di un nuovo giorno che stava per iniziare, Giordano Bruno. Il frate domenicano, il filosofo nolano, l’eretico impenitente e pertinace, l’accademico senza accademia percorse, tra l’orda di Confratelli di San Giovanni Decollato con il sacco nero, quell’ultimo chilometro di vita, mentre, con salmodianti litanie, i confratelli lo persuadevano alla confessione. In quei quattordici minuti a piedi, tra via del Banco di Santo Spirito, via dei Banchi Vecchi e infine via del Pellegrino, appena prima di entrare in Campo de’ Fiori, un cordone di torce luciferine, come bava di un cane ringhiante, fremevano per azzannare quella carne eretica impenitente. Urlando per le ferite e ferito per le urla, avendo in bocca la mordacchia, Bruno raggiunse il patibolo quasi del tutto privo di quel suo corpo che, come la sua mente, non sapeva tacere. Recisi i vestiti fu legato ad un palo e arso vivo nell’albeggiare del giorno.

Eppure, come per le vite dei santi, quel martirio non fu senza significato; la sua pena fu consacrata al pensiero libero e a tutti quei pensatori che alla ricerca e non al dogma rivolgono le loro preghiere.

Dopo anni di rigoroso silenzio, nel 1849, con i moti della Repubblica romana, l’insediamento dei triumviri e la diatriba tra clericali e anticlericali, fu scacciato papa Pio IX per far spazio alla statua di Giordano Bruno, che, però, durò pochissimi mesi; infatti, con il ritorno del papa fu immediatamente distrutta.

Questa storia sembra sempre più richiamare il concetto romano di scelus, ovvero della colpa che grida vendetta, tant’è che il neonato comitato anticlericale composto da Hugo, Ibsen, Bovio, si proponeva di ricollocare, come un alfiere sulla scacchiera, la statua di Bruno per continuare la sfida contro la Chiesa.  La partita tra i due schieramenti fu lunga e senza esclusione di colpi, la Santa Sede rispose con il non expedit, ovvero l’esortazione a tutti i cattolici a non prendere parte alla vita politica del Paese.

Solo nel 1889, calmati gli animi, si poté collocare la statua di bronzo in Capo de’ Fiori, retta sulla possente base di granito di Baveno, con all’interno incastonati medaglioni di altrettante figure controverse della storia come Erasmo da Rotterdam e Tommaso Campanella, al centro una frase di Giovanni Bovio: «A Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse», come ci appare.

Nel 1929, papa Pio XI riprovò, con il concordato, a chiederne la rimozione a Mussolini, che però, conoscendo le vicende pregresse, mediò per un tiepido divieto di riunione per fini contestatori anticlericali sotto quel monumento, senza però toccare la statua, e ciò, anche grazie all’influenza dello studioso Giovanni Gentile, che non accettava quella radicale imposizione clericale.

Oggi, pare non sia più in pericolo la statua del Nolano, ma un’altra minaccia sembra incedere silente e offensiva, ovvero l’indifferenza di chi osserva con distanza e disinteresse questa storia, credendo che il libero pensiero non abbia più bisogno di martiri o di parole contrarie, come se quegli uomini fossero morti invano, uccisi da una malattia, ormai, del tutto curabile con il pensiero comune, che è quello diffuso, vaccino efficace per qualunque male.

Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0). Autore: dreis.01


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