17 gennaio 2018

Gli Antichi Beringia: antenati degli antenati dei nativi americani

Attraverso l’analisi del DNA dei resti del corpo di due bambini e di un feto ritrovati in Alaska e risalenti a circa 11.500 anni fa, un gruppo di scienziati di diverse università americane ed europee ha scoperto una nuova popolazione, a cui è stato dato il nome di Antichi Beringia, che fornisce una nuova tessera del puzzle, alquanto difficile da ricostruire, della storia ancestrale dei nativi americani.

Che le Americhe siano state raggiunte da popolazioni provenienti dall’Asia nel corso del Pleistocene superiore, all’epoca dell’ultimo massimo glaciale – il periodo di maggiore espansione dei ghiacci durante l’ultima glaciazione (26.500-19.000 anni fa) – è noto da tempo. L’Alaska era infatti a quel tempo collegata all’estremità nordorientale dell’Asia da una striscia di terra, la Beringia, ricoperta da una bassa vegetazione e popolata da diverse specie di mammiferi, come i mammut, mentre il resto del continente americano era coperto da ghiacci. Una parte delle popolazioni siberiane, seguendo i percorsi di caccia, si spostò dunque verso est e attraversò l’attuale stretto di Bering sulla terraferma. Ma quando e con quali tempi e modalità – se in un unico fenomeno migratorio o in diverse fasi – tale passaggio e la successiva colonizzazione siano avvenuti è molto lontano dall’essere stato chiarito.

Secondo un’ipotesi accreditata, dalla Beringia i primi gruppi colonizzatori del continente americano partirono intorno a 15.000 anni fa, quando i ghiacci cominciarono a sciogliersi, ma meno di 800 anni dopo erano già giunti in Cile, come dimostrano i ritrovamenti nel sito di Monte Verde. Come percorsero in un così breve tempo una distanza così straordinaria? Forse via mare, forse avanzando attraverso un corridoio libero dai ghiacci a est delle Montagne Rocciose.

Gli studi di genetica hanno dato un grande contributo alla ricostruzione dell’avventura umana in quei tempi remoti, ma sempre supportati da altro genere di prove, che in questo caso risultano assai difficili se non impossibili da reperire poiché la Beringia è sommersa da millenni dal mare. Un dato importante fornitoci dalla genetica è comunque che le attuali popolazioni dei nativi americani hanno una specificità genetica che le distingue dai loro antenati asiatici, e secondo gli scienziati tale differenziazione ha richiesto parecchio tempo, al minimo 7.000 anni. Un’ipotesi è che gli antenati dei nativi americani abbiano compiuto una ‘pausa di incubazione’, ossia un periodo di isolamento genetico, durante il quale avrebbero acquistato gli attuali caratteri dei nativi americani, proprio nella Beringia, ed è per ciò che la scoperta di una popolazione del tutto sconosciuta e stanziale in Alaska, su cui la Beringia appunto affacciava, rappresenta un fatto rarissimo e di grande importanza.

I resti del feto e dei due bambini – una femmina di poche settimane e un maschio di circa tre anni –  sono stati ritrovati nel 2013 nel sito di Upward Sun River, nell’Alaska centrale, seppelliti nella loro abitazione sotto un focolare e circondati da suppellettili. I ricercatori inizialmente si attendevano che la bambina, sulla quale è stato possibile effettuare le analisi più complete, appartenesse al gruppo genetico dei nativi del Nord, ma tale ipotesi non pare essere confermata: essa non sembra appartenere a nessuno dei due gruppi genetici dei nativi americani, quello del Nord e quello del Sud, e tuttavia apparirebbe imparentata a entrambi. Benché una popolazione imparentata a entrambi i gruppi dei nativi americani fosse stata supposta, fino a oggi non era mai stata trovata, e ciò sembrerebbe confermare l’idea di una ‘pausa di incubazione’ e anche l’idea di un unico fenomeno migratorio dall’Asia attraverso quella terra di mezzo. Secondo i modelli elaborati da questo team di ricercatori, inoltre, gli antenati dei nativi americani si sarebbero iniziati a differenziare geneticamente dalla popolazione a cui appartenevano i bambini di Upward Sun River circa 20.000 anni fa: ciò che comporterebbe un anticipo ragguardevole dell’inizio della colonizzazione del continente rispetto ai 15.000 supposti da molti.

Per gli autori di questa ricerca, un’ipotesi plausibile è che gruppi di Antichi Beringia siano partiti alla conquista del continente 20.000 anni fa circa, mentre altri siano rimasti stanziali in Alaska, e che tra i 17.000 e 14.600 anni fa i gruppi colonizzatori si siano iniziati a distinguere in antenati dei nativi del Nord e in antenati dei nativi del Sud America. Le popolazioni rimaste in Alaska sarebbero poi state assorbite dagli antenati degli Athabascan, i nativi di questa regione, che avevano mosso di nuovo verso il Nord circa 6.000 anni fa, e sarebbero pertanto scomparse.

Si tratta di ipotesi che andranno approfondite e confermate: gli stessi ricercatori avvertono quanto ardue ancora siano per la scienza queste indagini genetiche compiute su reperti così antichi e compromessi e quanto il minimo errore possa spostare gli eventi di migliaia di anni. Ma poiché si tratta di elaborare indizi minuscoli di una storia antichissima e in questo caso sepolta nei fondi di un mare, la scoperta di una possibile nuova popolazione, se venisse confermata, appare veramente straordinaria: la complessità dell’avventura del genere umano continua a stupirci.


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