02 marzo 2015

Gli autografi di Boccaccio

Nella primavera del 1370 l’ormai sessantacinquenne Francesco Petrarca, in procinto di partire per Roma, decide di fare testamento. Nell’elenco delle donazioni spicca tra gli altri il nome del suo antico allievo Giovanni Boccaccio, al quale andranno «quinquaginta florenos auri de Florentia pro una veste hiemali ad studium lucubrationesque nocturnas (“cinquanta fiorini d’oro per una veste da indossare nelle ore di studio e di meditazione nelle notti di inverno”)».

Secondo Francisco Rico Petrarca sta insinuando con bonaria malizia che «a Boccaccio conviene studiare molto» (Ritratti allo specchio. Boccaccio, Petrarca, Roma - Padova, Antenore, 2012), come se l’operato del certaldese fino a quel momento fosse stato di poco conto. Eppure Boccaccio aveva già prodotto una notevole mole di opere in latino e in volgare, arrivando a scrivere col Decameron il primo “bestseller” della narrativa italiana. Inoltre, diversamente da Petrarca che si limita a trascrivere essenzialmente i propri testi, Giovanni Boccaccio fu copista molto fecondo, di opere proprie e altrui; di lui restano ben 33 codici: 22 parzialmente o integralmente autografi, e 11 postillati, passati per il suo scrittoio e riconoscibili per lo più per la presenza di sue note, segni di attenzione, graffe, richiami e manicule. Le sue trascrizioni non riguardano solo i grandi autori del passato come Marziale, Terenzio, Paolo Diacono, ma anche i contemporanei: innanzitutto Dante Alighieri, del quale realizza tre voluminosi manoscritti (oggi conservati tra Italia e Spagna), in secondo luogo lo stesso Petrarca, il cui Canzoniere affianca, in un’ottica da critico militante, proprio all’opera dantesca per creare un “canone” del presente. All’attività di copia di testi in volgare da parte di Boccaccio è ora dedicato un volume fresco di stampa: Dentro l’officina di Giovanni Boccaccio. Studi sugli autografi in volgare e su Boccaccio dantista, a cura di Sandro Bertelli e Davide Cappi, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2014 (Studi e Testi 486). Il libro si propone di approfondire la conoscenza di codici e testi volgari autografi di Boccaccio, principalmente quelli del Boccaccio dantista, con indagini di tipo sia paleografico-codicologico che filologico-linguistico. I suoi autografi vengono analizzati in profondità non solo per il Trattatello in laude di Dante - verosimilmente la prima biografia dantesca scritta dallo stesso Boccaccio, giuntaci in molteplici redazioni -, ma anche per il testo del Teseida, del Decameron e soprattutto della Divina Commedia, ripetutamente modificato nelle sue tre trascrizioni, quasi ventennali, allo scopo di migliorarlo, avvicinandosi il più possibile all’inafferrabile originale dantesco. Il volume offre inoltre un’accurata analisi della scrittura boccacciana nelle sue diverse fasi di sviluppo, a partire dalle testimonianze autografe della giovinezza (il Teseida) fino a quelle della vecchiaia (il Decameron), con l’obiettivo di collocare cronologicamente i codici di sua mano, tutti privi di datazione. Il risultato è brillantemente raggiunto: dalla lettura del volume emerge non soltanto l’attività di un copista di alacrità straordinaria, ma soprattutto quella di un intellettuale di notevole acribia. Che il discepolo abbia superato il maestro Petrarca? Boccaccio non l’avrebbe mai ammesso, ma il beneficio del dubbio è concesso, almeno per noi “posteri”.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0