05 maggio 2015

Gli indiani delle pianure, tra cielo e terra

Oltre ai copricapi di piume, al folklore e agli stereotipi da film western attraverso i quali siamo troppo spesso abituati a pensare ai nativi americani c’è molto, molto di più. Soprattutto c’è anche una storia presente, molto viva e consapevole, ci sono artisti contemporanei che senza rinunciare alle proprie radici sanno traghettare la propria tradizione culturale nel 21° secolo con orgoglio e lucidità. A ricordarcelo la mostra The Plains Indians: artists of Earth and sky al Metropolitan museum of Art di New York. Ma prima di arrivare ai nostri giorni l’itinerario del Met ripercorre la lunga storia dei popoli delle grandi pianure, una storia fatta di adattamento ai cambiamenti epocali portati dagli europei - con l’introduzione del cavallo, delle armi (e di molte malattie) – di lotta e di sopravvivenza; una storia che sembra concludersi con il loro confino nelle riserve, ma che invece non è affatto finita. La mostra, che raccoglie più di 130 oggetti, fa ritornare momentaneamente ‘a casa’ molti reperti portati in Europa da commercianti e soldati nell’Ottocento, e prestati per l’occasione da più di cinquanta istituzioni. Di particolare rilievo gli oggetti provenienti dal Musée du Quai Branly di Parigi, tra cui uno straordinario uccello stilizzato e semi-astratto dipinto su una pelle di animale, scelto come icona della mostra. Il rapporto privilegiato con gli animali e la natura del resto traspare da moltissimi degli oggetti esposti e dalle figurazioni che questi popoli di tradizione strettamente orale hanno lasciato: e il mondo che ci trasmettono è assolutamente non ‘umanocentrico’, ma piuttosto un universo di cui l’uomo è parte, che rimane armonioso finché viene preservato l’equilibrio e il rispetto di tutte le parti. La mostra è articolata in otto sezioni e copre un arco di tempo di duemila anni: oggetti cerimoniali, sculture in pietra, legno e corno, vesti ricamate con perline di vetro, acconciature, pelli meravigliosamente decorate che raccontano dei cambiamenti e degli eventi che si sono succeduti e delle ripercussioni culturali che hanno provocato. Con le ultime due sezioni si arriva alla contemporaneità, dal Novecento fino ai giorni nostri, con una straordinaria varietà di mezzi e tecniche, a dimostrazione che i valori e l’approccio all’esistenza dei nativi hanno saputo non solo sopravvivere ma anche declinarsi in molti modi e con sorprendente vitalità. Così ecco la videoinstallazione di Dana Claxton che evoca con il supporto della tecnologia la dimensione spirituale e la cosmologia dei nativi, la rilettura del tragico episodio di Wounded knee nel collage di Arthur Amiotte, tra foto di famiglia e ritagli di giornale, i set fotografici di Wendy Red Star che si diverte a ironizzare proprio sul rapporto speciale dei nativi con la natura e gli animali.


0