27 novembre 2018

Harvey Milk e i diritti gay

Il 27 novembre 1978 veniva ucciso nel palazzo del municipio di San Francisco, insieme al sindaco della città George Moscone, Harvey Bernard Milk, uno dei primi americani e il primo in California apertamente gay a ricoprire una carica pubblica.

Considerato un’icona dalla comunità gay americana, e un esempio coraggioso per essere stato tra i primi a rifiutarsi di vivere con senso di colpa e vergogna la propria natura, fu artefice di importanti battaglie contro la discriminazione e per i diritti civili, tra le quali la bocciatura del referendum sulla cosiddetta California Proposition 6, un’iniziativa proposta dal senatore conservatore John Briggs per escludere gay e lesbiche dall’insegnamento nelle scuole pubbliche, contro cui scatenò un’accesa campagna di opposizione e compattò il voto non solo della comunità gay.

Era nato da una famiglia ebraica di origine lituana nello stato di New York, e per la maggior parte della sua vita aveva condotto un’esistenza “borghese”, nascondendo le sue relazioni, manifestando posizioni politiche moderatamente conservatrici, laureandosi in matematica, prestando servizio nella Marina durante la guerra di Corea, spostandosi di frequente tra New York, Miami e San Francisco e cambiando diversi lavori. Nei suoi anni giovanili si era tenuto anche a distanza dai primi movimenti per i diritti gay, come quelli della Mattachine Society di New York, e fu solo dopo il definitivo trasferimento, nel 1972, a San Francisco, dove aprì insieme al suo compagno un negozio di fotografia nel famoso quartiere gay di Castro, che emerse come uno dei più convinti leader della comunità, che spronò a uscire all’aperto e all’impegno politico.

Si candidò senza successo due volte a incarichi pubblici, divenne il portavoce delle istanze del quartiere attraverso la Castro Valley Association (tanto da meritare il nome di “sindaco di Castro Street”) e infine riuscì a farsi eleggere come supervisor (consigliere comunale) alla terza candidatura nel 1977, a fianco del sindaco democratico Moscone, che già si era distinto per le sue battaglie a favore delle minoranze etniche.

Dopo il loro omicidio una folla spontanea di persone si riversò nelle strade di San Francisco a lume di candela, ma altrettanto pacifica e ordinata non fu la reazione in seguito alla condanna a meno di otto anni dell’omicida, l’ex poliziotto, ex pompiere ed ex supervisor Dan White, a cui venne riconosciuta la seminfermità mentale a causa di una supposta depressione. La sentenza, passata alla storia anche perché, a sostegno della tesi della difesa, venne allegato l’abuso da parte dell’imputato di “cibo spazzatura” come prova (strategia entrata nel linguaggio comune con la denominazione derisoria di Twinkie defense), fu letta come innegabilmente omofoba e provocò una delle rare manifestazioni violente della comunità gay, la cosiddetta White Night Riot (21 maggio 1979), con centinaia di feriti e arresti. La comunità gay si rifiutò poi categoricamente di presentare scuse ufficiali e da quel momento la sua rappresentanza a San Francisco in ambito politico e pubblico – anche nelle forze dell’ordine – non poté più essere negata.

 

Crediti immagini: a sinistra, Unknown family member [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)], via Wikimedia Commons; a destra, da Daniel Nicoletta - Cropped from File:Harvey Milk in 1978 at Mayor Moscone's Desk.jpg (CC BY 3.0), attraverso Wikimedia Commons

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