18 giugno 2015

Hemingway, l'amore e la disfatta di Caporetto

Ernest Hemigway, Addio alle armi, Mondadori, pagine 347, euro 9.50 Traduzione di Fernanda Pivano (arrestata durante la guerra per la traduzione del romanzo, che era proibito).

 

Oak Park «Mentre scrivevo la prima stesura il mio secondo figlio Patrick nacque, partorito a Kansas City mediante taglio cesareo, e mentre la riscrivevo mio padre moriva suicida a Oak Park, Illinois. Non avevo ancora trent'anni quando terminai il libro e il giorno che uscì fu il giorno del crollo in borsa. Ho sempre pensato che mio padre avrebbe potuto aspettare questo avvenimento, ma, forse, aveva premura» (dall'introduzione).

 

Maiali «Ma è persuasione ponderata dello scrittore di questo libro che le guerre sono combattute dalla più bella gente che c'è, o, diciamo, pure soltanto dalla gente, per quanto, quanto più ci si avvicina a dove si combatte e tanto più bella è la gente che si incontra; ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne» (dall'introduzione).

 

Cose che desideriamo «Avevo bevuto una quantità di vino e poi caffè e Strega e spiegavo, pieno di vino, come noi non facciamo mai le cose che desideriamo, non le facciamo mai».

 

Cani in calore «"Hai quell'aria divertente dei cani in calore"».

 

Affreschi «Gli affreschi non erano male. Qualunque affresco è buono quando incomincia a scrostatsi e a venire via».

 

Casino degli ufficiali «La voltai per vederla in faccia mentre la baciavo e vidi che aveva gli occhi chiusi. Le baciai gli occhi chiusi. Pensai che forse era un po' matta. Andava benissimo che lo fosse. Non mi importava dove mi stessi cacciando. Era meglio che andare ogni sera al casino degli ufficiali dove le ragazze ti saltano addosso e in segno di affetto si mettono il tuo berretto all'indietro tra un viaggio e l'altro di sopra coi colleghi ufficiali».

 

Generale Cadorna «L'esercito austriaco era stato creato per regalare vittorie a Napoleone; a qualunque Napoleone. Avrei voluto che avessimo un Napoleone, ma invece avevamo Il Generale Cadorna, grasso e prosperoso, e Vittorio Emanuele, l'ometto dal lungo collo sottile. Poi sul fianco destro avevamo il Duca d'Aosta. Forse era troppo bello per essere un grande generale, ma aveva l'aria di essere un uomo».

 

Cova e navigli «Dopo cena sarei andato a trovare Catherine Barkley. Avrei voluto che fosse qui ora. Avrei voluto esser con lei a Milano. Mi sarebbe piaciuto mangiare al Cova e poi scendere per via Manzoni nella sera calda e attraversare e girare lungo il Naviglio e andare in albergo con Catherine Barkley. Forse sarebbe venuta».

 

Guerra «"Tenente" disse Passini. "Lei ci lascia parlare. Senta. Niente è brutto come la guerra. Noi dell'ambulanza non si riesce neanche a capire come sia brutto. Quando si capisce com'è brutto non si può fare niente per fermarla perché si diventa matti. C'è qualcuno che non lo capisce mai. C'è qualcuno che ha paura dei suoi ufficiali. Sono loro che fanno la guerra».

 

Speranza  «"C'è sempre una speranza, ma a volte non riesco a sperare. Cerco sempre di sperare ma a volte non ci riesco"».

 

A prima vista «"Hello" dissi. Quando la vidi mi innamorai di lei. Mi sentii sconvolto. Guardò la porta, vide che non c'era nessuno, allora sedette su un lato del letto e si curvò a baciarmi. La tirai giù e la baciai e le sentii battere il cuore».

 

San Siro «Noi quattro andammo a San Siro in una carrozza scoperta. Era una bella giornata e attraversammo il Parco e seguimmo il tranvai e poi fuori della città dove la strada era polverosa. C'erano ville con le cancellate di ferro e grandi giardini traboccanti di vegetazione, e fossi con l'acqua corrente e orti verdi con la polvere sulle foglie. Attraverso la pianura si vedevano le fattorie e le fertili tenute verdi coi loro canali di irrigazione e le montagne a nord. Molte carrozze entravano nell'ippodromo e gli inservienti al cancello ci lasciarono entrare senza biglietto perché eravamo in uniforme».

 

Cattedrale nella nebbia «Passeggiammo insieme lungo il marciapiede oltre la bottiglieria, poi attraverso la piazza del mercato e su per la strada sotto l'archivolto che dava sulla piazza del Duomo. C'erano le rotaie del tram e più in là la cattedrale. Era bianca e umida nella nebbia. Attraversammo le rotaie del tram. Sulla nostra sinistra c'erano i negozi, con le vetrine accese, e l'ingresso alla Galleria. C'era la nebbia nella piazza e quando vi arrivammo vicino, la facciata della cattedrale ci parve enorme e la pietra bagnata».

 

Vizio «"Il vizio è una cosa magnifica" disse Catherine. "La gente che vi si getta ha buon gusto. Il velluto rosso è proprio splendido. È quello che ci vuole. E gli specchi sono molto belli"».

 

Caporetto «Lo ricordavo come un villaggio bianco con un campanile in una valle. Era un villaggio pulito e c'era una bella fontana nella piazza».

 

Ricercbe «"No. Non troviamo mai niente. Siamo nati con tutto quello che abbiamo e non impariamo mai. Non troviamo mai niente di nuovo. Incominciamo tutti giù completi. Dovresti essere contento di essere latino"».

 

San Paolo «"Quel San Paolo" disse Rinaldi. "Tra un Don Giovanni e un donnaiolo, e quando non ce l'ha più fatta ha detto che non stava bene. Quando ha finito ha stabilito le regole per noi che ce la facciamo ancora. Non è vero, Federico?"».

 

Parole e patria «Non dissi niente. Ero sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso e sacrificio e dall'espressione invano. Le avevamo udite a volte ritti nella pioggia quasi fuori dalla portata della voce, in modo che solo le parole urlate giungevano, e le avevamo lette su proclami che venivano spiaccicati su altri proclami, da un pezzo ormai, e non avevamo visto niente di sacro, e le cose gloriose non avevano gloria e i sacrifici erano come i macelli a Chicago se con la carne non si faceva altro che seppellirla».

 

Ritirata «La sera dopo incominciò la ritirata. Giunse notizia che i tedeschi e gli austriaci avevano sfondato a nord e scendevano le valli della montagna verso Cividale e Udine. La ritirata fu ordinata, bagnata e torva. Nella notte, procedendo lentamente lungo le strade affollate, oltrepassammo truppe in marcia sotto la pioggia, cannoni, cavalli che tiravano carri, muli, autocarrette, tutti provenienti dal fronte. Non c'era più disordine che in una avanzata».

 

Pianti «Mentre salivamo lungo la strada stavano caricando su un camion le ragazze della casa di tolleranza dei soldati. Erano sette ragazze e avevano addosso cappello e cappotto e portavano delle valigette. Due di loro piangevano. Una delle altre ci sorrise e tirò fuori la lingua agitandola su e giù. Aveva grosse labbra tumide e occhi neri».

 

Mangiare, bere, dormire «Non ero fatto per pensare. Ero fatto per mangiare. Dio mio, sì. Mangiare e bere e andare a letto con Catherine. Magari stasera. No, questo era impossibile. Ma domani sera, e un buon pasto; le lenzuola e non andare mai più via se non insieme».

 

Campagna lombarda «Quanto a me ero triste come la campagna lombarda bagnata che si vedeva attraverso il finestrino».

 

Biliardo e champagne «Il conte Greffi aveva novantaquattro anni. Era stato un contemporaneo di Maeterlink ed era un vecchio coi capelli e i baffi bianchi e bei modi. Era stato nel servizio diplomatico tanto dell'Austria che dell'Italia e i ricevimenti per i suoi compleanni erano i grandi avvenimenti della società a di Milano. Si avviava a diventare centenario e giocava a biliardo sciolto ed elegante in contrasto con la sua fragilità di novantaquatrenne. Lo avevo conosciuto quando ero stato a Stresa un'altra volta fuori stagione e giocando a biliardo avevamo bevuto champagne. Mi parve una cosa splendida e mi diede quindici punti ai cento e mi vinse».

 

Svizzera «"Non è un paese straordinario? Mi piace come me lo sento sotto le scarpe"».

 

Felicità «Quando il sole era limpido facevamo colazione sulla veranda, ma le altre volte di sopra in una cameretta dalle pareti di legno semplice e con una grossa stufa in un angolo. Compravamo libri e riviste in città e una copia di "Hoyle" e imparavamo molti giochi a carte da farsi in due. La stanzetta con la stufa era la nostra camera di soggiorno. C'erano due poltrone comode e una tavola per i libri e le riviste e giocavamo a carte sulla tavola da pranzo quando era stata sparecchiata. I due Guttingen vivevano di sotto e a volte la sera li sentivamo parlare ed erano anche loro molto felici insieme».

 

Guerra e footbal «Era bello nel letto con l'aria così fredda e limpida e la notte fuori della finestra. Dormivamo bene, e se mi svegliavo la notte sapevo che era per un unico motivo e scostavo il piumino, piano per non svegliare Catherine e poi tornavo a dormire caldo e con la nuova leggerezza delle coperte sottili. La guerra sembrava lontana come le partite di footbal di una squadra indifferente. Ma sapevo dai giornali che stavano ancora combattendo nelle montagne perché la neve non veniva».

 

Giornali «I giornali erano una cattiva lettura. Tutto andava molto male da tutte le parti».

 

Sciare «"È una porcheria non saper sciare"».

 

Tempo di imparare «Ora Catherine sarebbe morta. Questo si faceva. Si moriva. Non si sapeva di cosa si trattasse. Non si aveva mai tempo di imparare. Si veniva gettati dentro e si sentivano le regole e la prima volta che vi acchiappavano in fallo vi uccidevano. Oppure vi uccidevano gratuitamente come Ajmo. O vi davano la sifilide come Rinaldi. Ma alla fine vi uccidevano. Ci si poteva contare. Girateci attorno e vi uccidono».

 

Un'altra «"Non farai con un'altra quello che facevamo noi, e non dirai le stesse cose, vero?"».

 


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