21 luglio 2021

Hitler. Una biografia, di Peter Longerich

In apertura della Vita di Alessandro (1.2-3), il polimate Plutarco di Cheronea ricorda al lettore la natura peculiare del genere letterario al quale l’autore ha dedicato buona parte della sua immensa produzione. Egli non sta infatti scrivendo di storia, bensì redigendo una biografia. Ciò comporta, sostiene Plutarco, che l’attenzione si debba necessariamente concentrare non tanto su «battaglie nelle quali a migliaia perirono, o i più cospicui armamenti, o ancora assedi di città»; al contrario, dal momento che «un fatto apparentemente banale come una frase o un gesto spesso rivela assai più di un certo individuo», al pari di un pittore, il quale consegue la verosimiglianza di un ritratto dalla maniera in cui è in grado di rendere l’espressività dello sguardo («poiché è tramite esso che l’individualità si mostra per ciò che è»), schizzando invece il resto del corpo in maniera assai più approssimativa, allo stesso modo il biografo sceglie consapevolmente come oggetto principe della propria opera «gli indizi provenienti dall’animo degli uomini» e attraverso di essi si propone di «narrare la vita loro, lasciando invece da canto la descrizione del più ampio contesto».

Per quanto artisticamente assai suggestiva, come ogni lettore delle Vite parallele ha avuto modo di verificare in prima persona, si tratta di una definizione del genere biografico tanto limitata quanto limitante. Volendo riprendere la metafora di Plutarco, la possibilità di cogliere nello sguardo proprio quel guizzo rivelatore di cui il pittore va in cerca non sussiste in mancanza di un oggetto esterno sul quale quello sguardo si posa e che, inevitabilmente, di esso fornisce il contenuto.

Detto altrimenti, non si comprende alcuna vita in assenza degli spazi – fisici come sociali – all’interno dei quali essa si è dipanata. Ciò vale sia che si parli dell’anonimo djadja di Guerra e pace (e infatti Nataša Rostova si ricongiunge d’impeto all’essenza più profonda della vita, sua e del suo popolo, in un’umile isba al suono di una balalajka) sia che si parli di un individuo della portata storica di Stalin, il cui sguardo sul mondo (per l’appunto) risulta completamente incomprensibile in assenza di un’approfondita conoscenza della società e della cultura, in una parola della storia, del Caucaso zarista nel quale egli nacque, della vicenda dei movimenti rivoluzionari russi, la sua patria d’adozione, del partito bolscevico, il suo terreno di conquista, e del panorama euroasiatico al giro di boa tra i secoli XIX e XX, il palcoscenico sul quale egli recitò per almeno quarant’anni, prima da – per quanto apprezzato – comprimario, successivamente come protagonista indiscusso (benché, forse non a torto, discutibile).

A partire da queste premesse risulta più facile comprendere l’importanza di un saggio (monumentale) come quello di Peter Longerich, dato che l’individuo di cui egli si occupa, un pittore fallito riciclatosi dittatore di nome Adolf Hitler, fu il perno di un progetto politico che, in dodici anni, impresse alla storia mondiale una serie di svolte di un ordine di grandezza che trova pochi paragoni negli annali, in vero tutt’altro che rosei, della vicenda terrena del genere Homo (che alcuni si ostinano ancora a chiamare sapiens sapiens).

Quella del Führer è una biografia essenzialmente politica, perché, come l’autore sostiene a p. XI, il regime nazionalsocialista fu Hitler e Hitler fu il regime nazionalsocialista, che infatti si dissolse soltanto nel tardo aprile del 1945, quando «l’uomo che lo aveva tenuto insieme si tolse la vita» (p. 922). Ciò aiuta a capire anche come mai, di fatto, la vita di Adolf Hitler si possa facilmente identificare con la storia del regime nazionalsocialista (cosa che non si può dire, per lo meno non nella stessa misura, di altre dittature del Novecento e non solo, dalla Cina maoista alla stessa Unione Sovietica); al contempo, la parabola del Reich, ovvero il progetto politico che animò tutta la vita di quello che, ancora intorno allo scoccare del suo trentesimo compleanno, era in tutto e per tutto un «uomo qualunque» (pp. 3-39: nell’originale tedesco il termine è, significativamente, Niemand, ovvero un «signor nessuno»), illumina di una luce rivelatrice sia alcuni aspetti estremamente interessanti dell’uomo – accanto al politico – Adolf Hitler sia, fattore forse più importante, dinamiche motrici di un’intera epoca della storia d’Europa, il cui pesantissimo lascito è ben lungi dall’essere stato proficuamente metabolizzato. Da Orbán al cancelliere Kurz passando per PEGIDA (Patriotische Europäer Gegen die Islamisierung des Abendlandes), la Finlandia, l’Ucraina, Vox, Alba Dorata e giù giù fino nel profondo Mediterraneo, non è difficile raccogliere prove a supporto di un’affermazione di questo genere.

L’insistenza sull’importanza dello spazio pubblico e della dimensione politica nella vicenda biografica hitleriana è forse l’aspetto più interessante del saggio di Longerich, per vari motivi. In primo luogo, sottolineare con forza il ruolo cruciale ricoperto dall’ex tamburino dell’esercito in ogni fase della vita del Reich, dalla presa del potere alla guerra (che l’autore sostiene, e con argomenti assai convincenti, essere stata la guerra di Hitler) passando, naturalmente, per l’elaborazione e la messa in atto di numerosi progetti genocidi, tra i quali spicca quello degli Ebrei d’Europa, costituisce una premessa indispensabile contro ogni tentazione relativizzante dell’operato di un singolo individuo del quale, come recita la quarta di copertina, «tutto sembra essere stato scritto, […] tutto tranne forse l’essenziale: la sua feroce volontà di conquistare il potere e di controllare il mondo». Riconoscerne insomma il ruolo imprescindibile serve a porne in adeguato rilievo la responsabilità storica: un discorso che si potrebbe fare anche per figure come Goebbels e Himmler, alle quali non a caso lo studioso tedesco ha dedicato altre due imponenti biografie.

Allo stesso tempo, tuttavia, e in patente violazione della regola plutarchea, Longerich ha il merito non trascurabile di porre costantemente in risalto la «temperie» (p. XII) che risultò determinante nel favorire l’ascesa al potere di Hitler. Solo la congiuntura della Baviera postbellica, sostiene l’autore nel suo Bilancio (pp. 907-922), avrebbe potuto permettere a un personaggio del genere, un fallito imbevuto di rabbia e, per quanto velleitari, desideri di rivalsa, di lanciarsi alla conquista del potere: in qualsiasi altra circostanza, è altamente improbabile che egli sarebbe mai stato in grado di ricoprire il ruolo al quale si sentiva chiamato dalla storia (se non direttamente dalla provvidenza, o da quel Dio nel quale non sembra aver mai creduto fino in fondo) e che lottò ostinatamente per conquistare.

L’implicazione più evidente di una simile premessa, e che merita di essere sottolineata con una certa decisione, è un giudizio assai poco benevolo nei confronti della classe dirigente di Weimar, i cui membri si illusero di poter sfruttare Hitler per perseguire i propri obiettivi politici (a cominciare dalla repressione dei movimenti di sinistra) mantenendo al contempo margini di manovra che il neoeletto cancelliere fu assai rapido a sottrarre loro, a questo scopo facendosi forte di un sostegno popolare che non fu mai totale e incrollabile, ma del quale egli poté effettivamente godere a fronte dell’incapacità della democrazia liberale di contrastare la crisi nella quale la società dell’epoca versava e alle paure che l’attraversavano.

Nell’epoca di Johnson, Trump e Bolsonaro (non volendo guardare in casa propria), i cinquantasei anni di storia europea raccontati da Longerich attraverso la vita di Hitler forniscono dunque un precedente da meditare, ancora, con molta attenzione.

 

Peter Longerich, Hitler. Una biografia, traduzione di Elia Di Fonzo, Novara, UTET, 2020, pp. 1195

 

Immagine: Adolf Hitler, a destra in primo piano (24 ottobre 1940). Crediti: Heinrich Hoffman. Fonte, http://www.bild.bundesarchiv.de/cross-search/search/_1302367769/?search  [CC BY-SA 3.0 DE (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/de/deed.en)], attraverso Wikimedia Commons

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