25 maggio 2022

Hitler, gli storici e la crisi del 1939

Una recente controversia ha rivelato l’esistenza di uno scarto profondo fra lo stato dell’arte della storiografia sulle origini della Seconda guerra mondiale e la percezione che sembrano averne opinionisti e cultori di altre discipline, almeno in Italia. Interpretazioni datate o semplicistiche, basate su fonti primarie assai lacunose o parziali, paiono essersi radicate nel senso comune, mentre contributi innovativi di notevole spessore scientifico, forse perché non sempre disponibili in traduzione, sono ignorati. Negli ultimi decenni schiere di storici hanno investigato nel dettaglio aspetti cruciali del frangente 1936-39, tra cui la pianificazione militare tedesca, il ruolo della Polonia e le scelte di Gran Bretagna e Francia, offrendo un quadro più ricco e decisamente più sfaccettato, oltre che meno eurocentrico, di quello risalente a cinquant’anni fa.

In particolare, all’interrogativo se e in che misura Adolf Hitler desiderasse causare una guerra generale nella primavera-estate del 1939 vengono oggi date risposte non unanimi, accomunate però dall’essere molto più articolate e sofisticate di quelle di un tempo. A lungo, non pochi studiosi di storia diplomatica hanno considerato le mosse del Führer alla stregua di un tragico azzardo: convinto che le potenze occidentali stessero bluffando, confortato dal patto Molotov-Ribbentrop, Hitler attaccò la Polonia restando invischiato in una guerra su due fronti che avrebbe preferito evitare. Questa lettura, coerente con l’immagine di Hitler come gambler anziché planner – “uno spregiudicato statista che non si preoccupava troppo in anticipo di quel che avrebbe fatto né di come”, scrisse Alan J.P. Taylor –, fu accolta favorevolmente da quanti erano inclini a minimizzare l’incidenza dell’ideologia nazionalsocialista sulla conduzione della politica estera del Terzo Reich.

Dalla metà degli anni Sessanta in poi, tuttavia, sotto l’influsso degli studi – fra gli altri – di Andreas Hillgruber, Eberhard Jäckel, Klaus Hildebrand e Gerhard L. Weinberg, la grande maggioranza degli storici è approdata a posizioni ben diverse, ridimensionando e meglio precisando la natura dell’opportunismo hitleriano. Fra essi, anche quanti ritenevano eccessivo supporre la presenza di un vero e proprio ‘piano a fasi’ (Stufenplan) nazista per la conquista dell’Europa e/o del mondo sottolinearono come la flessibilità tattica di Hitler fosse funzionale al raggiungimento di un obiettivo di medio-lungo periodo ben definito: la conquista dello ‘spazio vitale’ (Lebensraum), da ricavare mediante guerre anziché concessioni territoriali. Hitler inoltre ambiva – hanno ad esempio argomentato, in anni più recenti, Wendy Lower, Mark Mazower, Shelley Baranowski, Timothy Snyder e Peter Longerich – non a una generica espansione o alla semplice ‘revisione’ dell’ordine di Versailles, bensì alla creazione di un vero e proprio impero coloniale su base razziale nel cuore dell’Europa centro-orientale.

L’enfasi posta, in queste ed altre opere, sulla radicalità dei fini ultimi di Hitler ha indotto numerosi studiosi a riesaminare gli sviluppi del 1939 sotto una luce nuova, individuando fattori soggettivi e oggettivi che potrebbero avere spinto il Führer a far precipitare la crisi con Regno Unito e Francia anziché accontentarsi di una guerra localizzata. Tra i fattori soggettivi – su cui ha insistito Ian Kershaw – figura il timore di Hitler che l’avanzare dell’età potesse impedirgli di raggiungere i suoi scopi di dominio: da ciò sarebbe scaturita, se non la volontà, quantomeno la predisposizione ad anticipare la guerra a ovest che egli aveva originariamente concepito per il 1943-45. Tra quelli oggettivi sono da annoverare il rapido riarmo delle potenze occidentali, che avrebbe eroso il margine di vantaggio del Terzo Reich a partire dal 1940 – questione affrontata da Joseph Maiolo – e varie fragilità economiche del regime che avrebbero potuto compromettere l’attuazione dei piani militari tedeschi – come sostenuto da Adam Tooze. Complice l’inatteso irrigidimento diplomatico di Varsavia – ben evidenziato da Rolf-Dieter Müller –, non è escluso che Hitler abbia scientemente optato per una guerra ad ovest come second-best alternative a una, temporaneamente impraticabile, contro l’URSS. Di una Seconda guerra mondiale scatenata “deliberatamente” e “logico sbocco” della via tracciata da Hitler dal 1933 hanno scritto, rispettivamente, ancora Weinberg e Volker Ullrich, mentre Brendan Simms ha rimarcato l’irriducibile antagonismo, nella visione geopolitica hitleriana, fra Germania da un lato e Gran Bretagna e Stati Uniti dall’altro.

Non tutti gli specialisti sul tema sottoscrivono appieno tali conclusioni: i commenti confusi e contradditori del dittatore nel corso del 1939, ha notato Richard J. Evans, indicherebbero un’“incertezza” di Hitler riguardo alle possibili conseguenze immediate delle sue azioni. Eppure anche chi, come Richard Overy, ritiene che nel settembre di quell’anno Hitler intraprese una guerra ben diversa da quella che aveva auspicato – complici un’intelligence scadente o manipolata, l’influenza di Ribbentrop e un’errata valutazione delle priorità di Chamberlain e Daladier –, è ben lungi dallo sminuire la portata delle sue reali intenzioni. In primo luogo, a parere di Overy, atti quali il Vierjahresplan del 1936 o il Z-Plan del gennaio 1939 non lasciano dubbi in merito alla volontà, da parte di Hitler, di intraprendere una guerra di lungo periodo e di vaste proporzioni, sebbene in primis verso oriente. In secondo luogo, il progetto neoimperiale hitleriano, perseguito parallelamente a quelli di Italia e Giappone, costituiva una sfida radicale all’intero sistema internazionale emerso dalla Prima guerra mondiale, che nemmeno la prospettiva sempre più concreta di uno scontro frontale con Londra e Parigi avrebbe potuto modificare nei suoi tratti distintivi. Ha affermato Overy nel suo libro più recente: «gli altri fattori generalmente enfatizzati analizzando le origini della Seconda guerra mondiale – la corsa agli armamenti, le crisi diplomatiche, il conflitto ideologico – furono effetti e non cause della nuova ondata di empire-building».  In questa prospettiva, gli stessi avvenimenti del 1939 non rappresenterebbero che una tappa nella più vasta disintegrazione dell’ordine globale iniziata nel 1931.

Non deve stupire, alla luce della pluralità di approcci metodologici, del diverso impiego della documentazione e della complessità della materia, che gli storici non siano pervenuti a un consenso pieno nel ricostruire gli esatti propositi di Hitler durante la crisi del 1939. Di certo, ridurre la dinamica dello scoppio della Seconda guerra mondiale a un (peraltro inesistente) automatismo insito nelle garanzie anglo-francesi alla Polonia non solo significa trascurare il contesto politico entro cui l’aggressione tedesca avvenne, ma comporta anche il rischio di banalizzare, travisare o rimuovere gli esiti della ricerca storica dell’ultimo mezzo secolo.

 

Immagine: I soldati tedeschi invadono la Polonia in divisioni corazzate e motorizzate nel settembre 1939. Era l’inizio della seconda guerra mondiale in Europa. Crediti: Everett Collection / Shutterstock.com

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