1 febbraio 2018

Home Beirut: la resilienza abita qui

L’esposizione in corso al MAXXI di Roma non è in senso stretto una mostra su Beirut; piuttosto in essa la città diventa un punto di osservazione e di riflessione privilegiato, sui temi fondamentali che attraversano il nostro tempo e si impongono alla nostra attenzione con urgente necessità: la metabolizzazione del passato perché diventi fertile nutrimento per il presente, la libertà dell’individuo – intesa anche come libertà di spostarsi, di migrare, di fuggire dalla guerra, di scegliere il proprio posto nel mondo –, la coesistenza nella differenza, nella più ampia prospettiva del rapporto tra Occidente e Oriente.

Home Beirut. Sounding the neighbors, terza tappa del progetto Interactions across the Mediterranean, che si è soffermato su Teheran nel 2014 e su Istanbul nel 2015, cerca di scandagliare come si declini l’idea di ‘casa’ e di identità, come si possa costruire un proprio ‘modo di stare al mondo’ senza rinnegare il passato, accogliendo il presente e mantenendo lungimirante lo sguardo verso il futuro; lo fa attraverso una varietà di linguaggi, partendo da una città dalla storia tormentata, che porta cicatrici di lunghi conflitti, che ha nel proprio DNA la molteplicità delle etnie, delle culture, delle confessioni: un aspetto che ne fa per certi versi un avamposto, un laboratorio sperimentale di scenari a venire anche su sponde diverse del Mediterraneo.

Che cosa significa coltivare la memoria in un luogo che ha conosciuto una lunga guerra civile tra il 1970 e il 1990 e il duro scontro con Israele nel 2006? Come metabolizzare le ferite dei conflitti vissuti nel passato alla luce delle tragedie che si ripropongono nella crisi al confine siriano e nello strazio dei migranti? Su questi temi si soffermano le prime due sezioni della mostra Home for the past e Home for everybody?, nel continuo contrappunto tra passato e presente, identità e alterità, confine e apertura, diffidenza e collaborazione.

La sezione Home for remapping pone al centro le trasformazioni subite dal territorio della città che agli europei piaceva chiamare ‘la Parigi d’Oriente’, per ricondurla a qualcosa di noto, e che invece porta sulla sua pelle le stratificazioni e le suddivisioni dei molteplici avvicendamenti, i segni delle distruzioni e quelli della riqualificazione, e propone infine un nuovo paesaggio urbano contrassegnato da progetti di archistar come Norman Foster, Arata Isozaki e di architetti locali come Nabil Gholam e Bernard Khoury.

Home for joy chiude il percorso, con lo sguardo rivolto al futuro e con un’affermazione di resilienza: nonostante il doloroso passato e il presente difficile Beirut reagisce affermandosi come fucina di sperimentazione artistica, laboratorio permanente di produzione di arti visive, musica, danza, teatro, cinema, poesia; reagisce convertendone gli spazi e costruendone di nuovi per renderli luoghi di innovazione e di speranza.

Sono 36 gli artisti che hanno contribuito a questa mostra, un centinaio le opere e moltissimi i mezzi e i linguaggi scelti: dal video alla fotografia e alla grafica, dal fumetto alla scrittura, dalla danza alla musica, in un caleidoscopio di esperienze e di prospettive che rispecchia perfettamente l’anima più profonda e vitale di Beirut.

Beirut Caoutchouc (2004-2006), la grande mappa in gomma della città di Beirut di Marwan Rechmaoui, distesa a terra (MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo - Roma)


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