21 settembre 2018

I cambiamenti climatici raccontati dagli anelli degli alberi

Un’ampia ricerca a livello internazionale, che ha coinvolto cinquantasette istituti di tutto il mondo, anche italiani, è per la prima volta riuscita a leggere negli anelli di alberi sparsi nei cinque continenti gli stessi eventi ambientali avvenuti su scala globale centinaia di anni fa.

Che gli alberi sappiano raccontare le condizioni climatiche e ambientali in cui sono cresciuti è noto da più di un secolo, almeno da quando l’astronomo americano Andrew Ellicott Douglass mise a punto un sistema di datazione basato sulla formazione annuale degli anelli del tronco – un fenomeno già notato da Leonardo da Vinci –, fondando la disciplina detta dendrocronologia: lo spessore degli anelli dei tronchi degli alberi extratropicali, di quelli cioè soggetti al ciclo stagionale, fornisce infatti indicazioni piuttosto precise sui fenomeni climatici di tempi anche molto remoti ed è uno degli strumenti più usati in archeologia, per esempio per datare alcuni manufatti.

Gli eventi in questione riguardano un repentino aumento delle concentrazioni atmosferiche di radiocarbonio (14C), un fenomeno di portata tale che oggi per dire pregiudicherebbe il funzionamento di tutti i sistemi elettrici, occorso negli anni 774 e 993 dopo Cristo. L’anomalia nella crescita degli alberi in quelle date era già stata notata a livello locale nel 2012 da alcuni ricercatori giapponesi, ma fino a oggi non si era ben compreso se si fosse trattato di un fatto circoscritto benché potente, come per esempio un’eruzione vulcanica, o di un fatto globale di origine extraterrestre.

Nel 2013 uno studente della University of California di Santa Cruz aveva scoperto nell’Anglo-Saxon Chronicle, una collezione di annali risalente al IX secolo, un riferimento a uno strano bagliore a forma di croce apparso nel 774 sui cieli inglesi, e aveva ipotizzato che si fosse trattato dell’esplosione di una supernova. L’idea di un’origine extraterrestre era stata poi avvalorata dalla scoperta di un coevo aumento di berillio, osservato nel 2015 nelle ‘carote’ di ghiaccio dell’Antartide e dell’Artico da un altro gruppo di ricerca; si era pervenuti quindi all’ipotesi che un evento solare, come una tempesta di protoni, fosse stata l’origine di tutte quelle anomalie.

Ora scienziati di tutto il mondo coordinati in un unico progetto di ricerca hanno analizzato un’enorme quantità di dati – alberi viventi, legni storici, scavi archeologici e resti di legni subfossili appartenenti a ventisette specie da cinque continenti –, riuscendo a dimostrare il carattere globale del fenomeno, nonché la sua precisa collocazione temporale su cui anche permanevano incertezze. Hanno inoltre scoperto che la concentrazione media di radiocarbonio atmosferico è generalmente più elevata alle latitudini settentrionali: un fatto di cui non si era a conoscenza e che richiederà quindi di essere approfondito.

Ma la rilevanza di questa nuova ricerca è soprattutto metodologica, perché mai prima di ora si era riusciti a vedere con tale precisione la sincronizzazione degli alberi di tutto il pianeta: segno che i metodi dendrocronologici di datazione sono ormai estremamente raffinati e affidabili e una preziosa risorsa non solo per l’indagine storica, ma anche per la futura ricerca in campo climatico e ambientale.

 

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