15 settembre 2020

I muri narranti di SMOE

Intervista a SMOE

Non c’è più ragione di considerare la street art un rigurgito creativo carico di rabbia, al confine del più feroce vandalismo. Divenuta ormai poetica espressione urbana, la più contemporanea delle avanguardie è una galassia disseminata da proficue contaminazioni e romantiche reminiscenze. Lo sa bene SMOE, un giovane muralista calabrese, artefice di una serie di interventi rievocanti le storie che hanno scalfito l’animo più nobile della sua regione. «A volte, ci vuole una vita intera per tornare a casa. Altre volte, invece, si sceglie di tornare subito». Le sue prime parole sono un sincero omaggio alla realtà su cui ha scelto di far attecchire la propria creatività, fatta da immagini emblematiche dal forte impatto emotivo.  

 

SMOE, la tua esperienza artistica inizia nei tanto cari anni Novanta

Sì. Ero un adolescente negli anni Novanta, e sono stato fortemente influenzato dal boom dell’hip-pop. A Catanzaro, la mia città, arrivavano gli echi di quello che nelle grandi metropoli era già ben consolidato. 

 

C’è stato un tempo – felice o no è ancora da stabilire – in cui non esistevano la comunicazione globale e l’interconnessione. C’era però qualcosa di simile, fatto di carta e inchiostro

Non c’erano i social, è vero, ma la diffusione se pur lenta era efficace, grazie alle riviste di settore che hanno innescato in me grande entusiasmo e curiosità. Mi appassionai così tanto al fenomeno writing da iniziare a studiare per capirlo meglio. Il ricordo di quel periodo così formativo lo porterò con me per sempre. 

 

Come spesso accade, però, dopo i diciotto anni sei andato via dalla Calabria

Sì, per ragioni di studio mi sono trasferito a Roma, dove ho iniziato a muovere i primi passi nell’arte, attraverso delle piccole commissioni. A un certo punto, spinto dal richiamo di cambiare aria, mi sono trasferito in Spagna e successivamente a Milano, facendo la spola con la Calabria. Recentemente, sono tornato dall’Australia, dove ho lavorato e vissuto, ampliando i miei orizzonti creativi e culturali.

Anna, di SMOE, San Vito sullo Ionio, Catanzaro, 2020 (per gentile concessione dell’artista)

Nelle tue opere par di vedere le scene immortalate dall’obiettivo di Tina Modotti, e quelle dipinte sui muri da Diego Rivera, José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros. Non è però il Messico in rivolta a essere protagonista dei tuoi interventi, ma la Calabria

Mi sono fatto tentare dal “bianco e nero”,  riducendo a due soli colori la mia tavolozza. E così, d opo tantissime esperienze con le bombolette spray, ho iniziato a sperimentare con i rulli e i pennelli. Nella mia città, ho realizzato delle opere ispirate alla migrazione. Volevo lanciare un messaggio per  sensibilizzare il pubblico.  Proprio come gli artisti messicani.

 

L’entusiasmo del pubblico per le opere da te realizzate è immenso

L’obiettivo di chi torna è quello di contribuire al miglioramento della propria terra. In piccola parte ho provato anche io a dare un contributo con l’arte, durante alcuni periodi di permanenza in Calabria. L’entusiasmo è sempre grande, perché le persone si rispecchiano nei racconti che dipingo. Ma la street art è effimera, si degrada con il tempo e tende a scomparire. L’emigrazione, invece, continua a essere una realtà vivida. 

 

Innovare riproponendo il passato è una mossa vincente

Approfondire i temi legati al lavoro, alla migrazione e all’accoglienza ci aiuta a capire meglio da dove veniamo e dove stiamo andando. Mi considero un emigrato, perché dalla Calabria sono andato all’Estero per lavoro. Gli stereotipi sugli italiani sono gli stessi che proprio noi italiani abbiamo sugli stranieri. Ciò mi ha permesso di rinvigorire la mia sensibilità su queste tematiche – a me sempre care – e di aspirare alla costruzione di una realtà migliore di quella vissuta dei miei antenati migranti. 

 

C’è molta anima e molto cuore, infatti, nelle tue opere. Ogni tuo intervento è fregiato dal potere narrativo, tipico delle vecchie foto di famiglia

Mi sta capitando di operare abbastanza sulle facciate delle palazzine dei paesini dell’entroterra calabrese. Ed è lì, fra quelle persone desiderose di raccontare le proprie storie, che ho compreso meglio che quella dell’emigrazione è una storia senza fine. Le mie opere sono state accolte con emozione, perché ognuno ha rivisto in quelle scene dei frammenti di vita vissuta. Le piccole realtà cittadine sono spesso contraddistinte dal ritornello «Non c’è niente»; è vero, ne siamo tutti coscienti, ma proprio perché qualcosa manca è fondamentale rimboccarsi le maniche perché c’è tanto da fare. Direi che più che un intervento artistico, è un esperimento sociale.

 

Via Buonasera lavori in corso, di SMOE, Caccuri, Crotone, 2020 (per gentile concessione dell’artista)

È un atto di coraggio quello di portare la street art, che solitamente abita nelle grandi metropoli, nelle piccole realtà

L’arte di strada come le migrazioni non ha confini. La street art sta facendo tutto quello che il cubismo, l’astrattismo e le altre correnti artistiche del Novecento non sono riuscite a fare: rendere l’arte fruibile e chiunque, a livello globale. Anche in luoghi in cui non te lo aspetti.

 

Qual è oggi la funzione dell’arte murale? 

È un’arte pubblica, libera, che può dare valore ai luoghi e alle persone che ci vivono. La creazione dell’armonia e della bellezza è un antidoto potentissimo contro l’incuria e il degrado, fondamentale per ampliare gli orizzonti e migliorare il futuro di tutti.

 

Immagine di copertina: Emigranti, di  SMOE, Catanzaro 2017 (per gentile concessione dell’artista)

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