27 agosto 2020

I tre impostori, di Arthur Machen

All’interno del monumentale lavoro svolto da Henri Corbin nell’ambito dell’Islam iraniano, elemento fondamentale affinché la comprensione della fatica ermeneutica dell’autore avvenga compiutamente sarà un’espressione che Simplicio, in un commentario al De caelo di Aristotele, attribuisce a Platone: “salvare i fenomeni”. Nelle pagine di Corbin, il sintagma viene piegato a modello di quell’approccio fenomenologico che, nelle intenzioni dell’autore, non dovrà comportare alcun riferimento a qualsivoglia corrente determinata, bensì ritrovare la propria origine, la propria etimologia: «Salvare i fenomeni significa rincontrarli laddove essi hanno avuto luogo e dove essi hanno avuto il loro luogo. Nelle scienze religiose, vuol dire rincontrarli nelle anime dei credenti, piuttosto che nelle opere di erudizione critica o nelle inchieste circostanziali. Lasciare che ci si mostri ciò che si mostra a loro, perché è questo il fatto religioso, che si tratti dell’ingenuo credente oppure del più profondo teosofo mistico». Contro ogni riduzionismo positivista, ma senza smarrirsi in un’impalpabilità new age, il metodo che Corbin sintetizza dopo avere percorso i testi dello sciismo duodecimano o dei platonici di Persia stabilisce, con un movimento indifferente a qualsiasi stasi essenzialista, una polarità sempre viva fra littera e interiorità, fra superficie e cuore, fra estetico e mistico, un flusso in perpetuo equilibrio nelle cui dinamiche i due poli appaiano sempre in tensione, senza che l’uno prevalga a scapito dell’altro.

Nell’opera di Arthur Machen, la quale, oltre ad essere stata particolarmente apprezzata dai propri contemporanei, trovò nelle pagine che ad essa Howard Phillips Lovecraft dedicò nel fondamentale saggio Supernatural Horror in Literature il perfetto riconoscimento della propria magistralità, l’inesausta tensione fra una realtà del tutto ordinaria, plasmatasi sulle convenzioni vittoriane, e un senso nascosto e misterioso ma sempre perfettamente presente, prende forma attraverso le peculiarità della narrazione fantastica, locus perfetto ove il mito possa trovare ricetto, lontano dalla terra desolata di un mondo disincantato.

In questo autore, nato in Galles nel 1863, due importanti elementi concorrono al delinearsi della fisionomia appena tracciata: l’amore per il folclore gallese e l’affiliazione alla Golden Dawn. Se il primo squarcia il velo feriale del tessuto narrativo di impianto tipicamente ottocentesco, favorendo così una visione che si potrebbe definire a tutti gli effetti stereoscopica (secondo quanto insegnato qualche decennio più tardi da Ernst Jünger nelle pagine de Il cuore avventuroso), di sfarinamento della concretezza immobile della realtà sensibile, il secondo, sfrondato dei cascami più deteriori così tipici del mondo ritualista e occultista a cavallo fra il XIX e il XX secolo, in una mente fervida e ricca come quella di Machen colma lo squarcio aperto dalle narrazioni folcloriche con un impianto simbolico, magico e analogico di cui non sarebbe difficile trovare i prodromi nobili nel neoplatonismo: in altre parole, come scrisse Yeats in uno dei suoi saggi più sconvolgenti, spingendolo a credere «nella pratica e nella filosofia di ciò che abbiamo convenuto chiamare magia, in ciò che devo chiamare l’evocazione degli spiriti, per quanto ignaro di che cosa siano, nella facoltà di creare illusioni magiche, nelle visioni di verità presenti negli abissi della mente quando stiamo a occhi chiusi».  

In questa prospettiva, Machen plasma opere narrative capaci di mettere in atto lo “svelamento di ciò che è nascosto” (kashf al-mahjūb) a tutti i livelli: nella natura composita de Il grande dio Pan, ad esempio, le componenti più nettamente narrative convivono, in una struttura apparentemente sconnessa, con frammenti di taglio diaristico e giornalistico, lasciando così baluginare dalle crepe lo scintillio ribollente di un magma elementare e informe. Ne I tre impostori (appena ristampato da Fanucci nella traduzione di Roberta Rambelli), la struttura acquisisce al contrario la fisionomia de Le mille e una notte: pubblicato nel 1895, di certo memore delle New Arabian Nights di Stevenson, il romanzo accoglie, in una cornice circolare quanto la forma del preziosissimo Tiberio d’oro che spicca al suo centro, alcune delle novelle più affascinanti fra quelle composte dal nostro autore, la cui narrazione è affidata di volta in volta a differenti Shahrazād, non sempre del tutto affidabili. Emerge con forza inquietante, fra le pagine del romanzo (come nel più celebre Il grande dio Pan), un’eterocronia sinistra: sopravvivenza non tanto dell’antico, quanto del barbarico, il quale a sua volta altro non è che veicolo accogliente l’ombra dell’informe sprofondato nell’origine, l’alone di quell’elementare che solo il gesto violento di chi compie un sacrificio o mette in atto lo sregolamento del piano cartesiano, attraverso cui osserviamo e interpretiamo la realtà, lascerà emergere.

Gli acta diurna vengono così scossi da una forza ctonia che sarà impossibile trattenere; come una peste, trascineranno chiunque voglia accostarvisi in una catabasi senza ritorno: così, la farmaceutica polvere bianca che dà il titolo al racconto omonimo, la quale rivelerà la sua vera natura di vinum sabbati, porterà il malcapitato paziente a una disgustosa regressione protoplasmatica (tema centrale di un bell’intervento di Marco Maculotti).

Ma ancora più centrale, nel romanzo, non solo per maggiore organicità nello sviluppo ma anche per le tracce che lasciò di sé nella letteratura fantastica successiva, si rivela La storia del sigillo nero, la cui lettura andrebbe intrecciata a quella di un geniale racconto in forma di saggio (già perfettamente borgesiano nel suo approccio teso a stimolare, scuotere, accendere la facoltà immaginativa) costituito da Sulle fate di Lovecraft. Se in quest’ultimo viene proposta una fusione fra gli antichi miti benevoli riferiti alle ninfe, quelli più oscuri, torbidi, tipici delle entità demoniache, e la memoria confusa di popolazioni arretrate e mostruose con le quali i conquistatori indoeuropei si scontrarono, nel primo l’analogia fra antiche iscrizioni babilonesi e altre, recentissime, ritrovate fra i boschi gallesi, apre uno scenario da incubo dove il cosiddetto “piccolo popolo” non si lascia scorgere se non indirettamente, attraverso il changeling (la scomparsa nel nulla del Prof. Gregg) o con il frutto dell’unione erotica con un umano, frutto che rimarrà sospeso fra dimensioni irriducibili l’una all’altra: in altre parole, il tema, classico, dell’unione erotica con l’amante invisibile intesa come matrice di regalità e gloria, irrimediabilmente rovesciato.

Ma, si diceva, tutto è immerso in un’aura di impostura profonda: la totale inattendibilità dei narratori, così come l’ingenuità di chi è coinvolto nella vicenda, gettano sulle pagine del romanzo una luce del tutto ambigua, la quale sarà forse la sfumatura più definitivamente affascinante dell’opera di Machen: è alla sua luce che Londra diviene un labirinto irrisolto e agli antipodi di quell’isotopia parigina evocata in uno dei dialoghi del libro: un intrico di strade e vicoli attraversato da passaggi tortuosi e sempre differenti, ognuno dei quali conduce ad un mondo, forse immaginale, che i nostri occhi non possono vedere, le nostre mani toccare.

 

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