17 novembre 2017

I vuoti del processo all’architettura

Picconare è un’attività meno solenne che costruire perché per distruggere non è necessario pensare. Realizzandosi ispso facto la distruzione esclude eventuali ripensamenti. L’azione demolitrice non riceve alcuna investitura particolare nemmeno sotto il profilo sentimentalmente, diversamente da ciò che, invece, accade all’anima generatrice, che è sempre innamorata.

Alcune settimane fa, sul New Yorker, è apparso un articolo a firma di una docente di storia presso la New York University, che biasimava l’Italia per avere ancora in piedi monumenti e opere architettoniche del periodo fascista. La provocazione ha immediatamente acceso il dibattito sui quotidiani italiani, dove ne è nata una disputa tra favorevoli e contrari.

La questione sembrerebbe banale, ma il fatto che sia stata sollevata da una docente di storia, su un giornale di una certa caratura, non merita di essere affatto banalizzata. Chi, infatti, più di un professore di storia, quotidianamente, si interroga sul significato e sul valore della storia? Non è necessario citare i padri della storiografia come Tucidide o Erodoto per evidenziare l’imprescindibile importanza delle fonti per chi svolge questo mestiere.

Come tutte le dittature anche il fascismo ha completamente occupato gli spazi del vivere associato, osteggiando ogni fermento di libertà individuale. Gli architetti del Ventennio furono chiamati a esprimere i concetti di ordine e di efficienza che il regime pretendeva. Il predominio di questi caratteri, la monumentalità trionfalistica e il richiamo al classicismo non hanno però sminuito il valore e il merito  ̶  sempre sottaciuto  ̶  dell’architetto che ha lavorato. Fatto sta che gli edifici sorti durante il periodo fascista vengono ancora oggi molto approssimativamente chiamati fascisti, ma sono piuttosto capolavori d’architettura razionalista; che si presentarono, in quegli anni, come avanguardia italiana, sulla scia della moderna architettura razionale europea dei maestri come: Gropius, Mies van der Rohe e Le Corbusier.

Il regime fascista è stato capace di utilizzare la tendenza rivoluzionaria che quelle forme innovative avevano per accattivarsi l’opinione pubblica e travisare i canoni razionalisti di coerenza rigorosa e misura nitida come l’espressione di ideali di ordine e purezza. È per questo che oggi a nessuno verrebbe in mente di distruggere per combattere il fascismo un edificio che riflette le norme “puriste”  ̶  proclamate da Le Corbusier  ̶  come la Casa del fascio di Como di Terragni. Del resto, se volessimo cancellare tutto ciò che può provocare cattivi pensieri finiremmo per non avere più quel patrimonio civico con cui, ogni giorno, ci rapportiamo, che silente forgia la nostra coscienza, familiarizza con i nostri ricordi, orna le nostre città, è bellezza per i nostri figli, saggezza per l’anima, incide sul nostro umore e persuade la verità dei nostri pensieri.

Nelle stesse pietre è custodito il ricordo di chi ha vissuto la crudeltà della guerra e l’autoritarismo fascista, ma anche la speranza di un’innovativa corrente architettonica che fondava le sue radici nel profondo funzionalismo: nell’esaltazione della funzionalità come unico strumento di giudizio estetico. Quel sentimento di architettura adoperata razionalmente, capace di ottenere un processo che affranca il popolo dall’ingiustizia sociale, in un periodo di progresso industriale, non viene dimenticato nemmeno con l’atrocità del conflitto mondiale.

Il vero riscatto civile passa anche attraverso queste opere che si vorrebbero abbattere, ed è questo il motivo per cui la Casa del fascio di Como è diventata la Casa del popolo, quella di Nola la sede dell’università pubblica e così via dicendo per altri edifici, che sono stati privati del loro significato politico senza perdere la bellezza della vita.

Un monumento ce lo consegnano prima di tutto i fatti. L’idea del “piccone risanatore”, a cui la professoressa fa riferimento, fu sperimentata proprio dal duce, quando ordinò lo sventramento di interi quartieri poveri per ribadire la solennità dei monumenti storici che  ̶  a suo dire  ̶  “devono giganteggiare nella necessaria solitudine”. Fu così che nel 1936 cancellò per sempre il quartiere popolare Spina di Roma per creare la scenografica Via della Conciliazione, esiliando ai margini della città intere famiglie. Inaugurata nel 1932, per garantire lo svolgimento delle parate militari, Via dei Fori imperiali nacque sulla distruzione di un intero quartiere rinascimentale.

Purtroppo, ad evocare l’aiuto del piccone risanatore non è solo una sparuta voce da Oltreoceano. Nel secondo dopoguerra, infatti, anche certa politica nostrana è ricorsa a questa attività abbattendo luoghi come la Casa della Gioventù italiana del Littorio di Firenze e numerose case comunali per lasciare spazio a mostri architettonici che nascondono speculazioni edilizie e profondi vuoti di pensiero.


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