11 dicembre 2012

Il Louvre va in miniera

Investire nella cultura per rilanciare un’area degradata, condizionata dall’industrializzazione forzata, da un’alta incidenza di malattie professionali e da una disoccupazione endemica; nutrire la riqualificazione del territorio di arte, bellezza e nuovi stimoli culturali. È questa la sfida – economica, oltre che artistica e sociale – lanciata dal Musée du Louvre a Lens, ex cittadina mineraria nel Nord della Francia, che dopo la chiusura delle miniere si è velocemente trasformata in un’area abbandonata e depressa, in tutte le accezioni del termine. Dopo l’inaugurazione ufficiale del 4 dicembre alla presenza delle autorità, sarà infatti aperta al pubblico dal 12 dicembre una sede distacca del Louvre (il Louvre-Lens), che avrà una sua collezione permanente e ospiterà a rotazione, ma per lunghi periodi, capolavori provenienti dalla sede principale, in una incessante metamorfosi del percorso espositivo. Non dunque un contenitore ‘di seconda scelta’ ma uno spazio vivace, in continua evoluzione: una struttura luminosa, progettata dallo studio giapponese Sanaa, tutta in vetro e metallo, senza muri, in modo che le opere possano dialogare tra loro, creando nuove prospettive e inediti accostamenti. Il nuovo polo museale, 3000 metri quadri per un investimento di circa 150 milioni di euro, comprende anche un auditorium da 300 posti per la musica, il teatro, i convegni, ed è in corso la sistemazione di una vasta area verde intorno all’edificio, con alberi, fiori e vialetti, grazie al contributo della paesaggista Catherine Mosbach. La struttura si propone dunque anche come luogo di aggregazione, aperto e a disposizione dei cittadini e non solo dei turisti, attesi in numeri significativi. Già, perché tutta l’operazione si basa su un progetto di rilancio anche economico dell’intera zona, con l’apertura di attività legate all’accoglienza e al turismo culturale, dagli alberghi ai ristoranti, ai caffè agli internet point, e con rilevanti ricadute sull’occupazione. Il piano prevede di ritornare in pari rispetto all’investimento in un tempo di 4 anni, trascorso il quale, prendendo come modello quanto è accaduto a Bilbao, il museo dovrebbe diventare l’elemento trainante dell’economia del territorio. Un esperimento su cui riflettere anche nel nostro Paese, in tempi di tagli drastici: investire nella cultura non è solo moralmente doveroso, può essere anche materialmente conveniente.


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