09 ottobre 2015

Il Nobel e le fragili voci dalla Grande Utopia

Da Tempo di seconda mano: “Scrivo, raccolgo briciola dopo briciola la storia del socialismo 'domestico'... 'interiore'. Il modo in cui la gente lo viveva nella propria anima. Proprio questo piccolo ambito mi ha sempre attirato – l'essere umano... la singola persona. In realtà è proprio lì che ogni cosa accade”.

 

Svetlana Aleksievič, la prima bielorussa nonché prima giornalista in assoluto a vincere il Nobel per la letteratura (si è laureata in giornalismo a Minsk, ha scritto per diversi giornali bielorussi), costruisce le sue opere come un coro di voci. Molto spesso di donne. Praticamente senza descrizioni, commenti, domande e interventi dell'autore che non siano brevi introduzioni dovute. I libri della Aleksievič sono fatti di monologhi più o meno lunghi. Dove l'homo sovieticus – e soprattutto la donna – si sfoga, si racconta, tira fuori l'anima rimasta triturata e sepolta in mezzo a fatti spesso terribili. Non a caso uno dei suoi testi è andato in scena con grande successo alla Taganka di Mosca.

Queste voci narrano in uno stile semplice i sentimenti, l'amore, le emozioni calate in un contesto durissimo e complesso: quello della storia sovietica ed ex sovietica. Le guerre in Afghanistan (Ragazzi di zinco), l'incidente nucleare in Ucraina (Preghiera per Cernobyl') , e la Bielorussia del dittatore Lukašenko e dei pestaggi ai giovani manifestanti... Il contrasto tra questa sensibilità femminile e intima - se mi si passa il termine - e una materia micidiale crea uno stile originalissimo e potente che permette di capire gli individui e il modo in cui hanno vissuto un evento spesso tragico ed estremo come solo le vicende dell'Est Europa sanno essere.

Prendiamo Tempo di seconda mano (Bompiani, 2014) e la disperazione della madre che ha perso la figlia Olesja in Cecenia, dove era arruolata nella Milizia di Putin perché non trovava lavoro e si era liberata da un marito manesco e alcolizzato. La donna accudisce la nipotina e riceve la notizia della morte di Olesja. Si sarebbe suicidata. Quando la “bara bagnata” arriva a casa, i soldati dicono di non aprirla perché troverebbe soltanto “poltiglia”. La madre vuole vedere per l'ultima volta la figlia e apre la “bara bagnata” e vede che invece ha il volto intatto. A parte un forellino in cui potrebbe entrare una “matita”. E a sinistra, non a destra come hanno è scritto nel rapporto per mascherare un omicidio da suicidio. Le hanno sparato da lontano. Per cercare la verità la madre bussa a tutte le porte. Ma non ottiene risposte. Le danno della matta. Cercano di farla stare zitta.

Alla fine qualche commilitone parla. Circola voce che la giovane Olesja sia stata uccisa dalla polizia stradale. Si trovava in una delle tipiche basi dove i russi vivono asserragliati in Cecenia. Una notte balorda i militi della polizia stradale si sono ubriacati oltre ogni limite e hanno violentato le donne in divisa. La ragazza si è opposta. Ha minacciato di sporgere denuncia. Ed è stata uccisa. La versione del suicidio resta quella ufficiale. Alla povera Olesja, morta a 28 anni, viene rifiutato il funerale in chiesa perché “peccatrice”. E non viene sepolta insieme ad altri “eroi” nel cimitero della città – Rjazan – tornati a casa in una cassa.

Attraverso il racconto sconsolato di questa madre tragica, conosciamo la guerra in Cecenia andando oltre la cortina teorica di informazioni e contro-informazioni, tesi e anti-tesi che si leggono nelle analisi dei giornali o dei saggi. Siamo di fronte a un romanzo-cronaca collettivo, a una Spoon River sovietica di morti e morti viventi e donne che si aggrappano alla vita raccontandola, cercando di capirla. Sempre in Tempo di seconda mano ascoltiamo la candida disperazione di una ragazza di Minsk che viene picchiata e arrestata brutalmente durante una manifestazione contro Lukašenko, dopo l'ennesimo trionfo elettorale. Il fidanzato, quando la liberano, le dà della pazza, della ingenua. Lui pensa alla carriera, a fare i soldi in futuro... È la storia che chiude l'ultimo libro della Aleksievič , quello che le ha fatto vincere il Nobel, anche se i Nobel non si vincono solo per un libro naturalmente, e aveva già ottenuto riconoscimenti in tutto il mondo. Ora – dopo il prestigioso premio  –  forse sarà meno difficile per la scrittrice vivere in patria, dove è tornata dall'esilio europeo nel 2013. O forse le sarà più difficile. Di sicuro, se il premio è un dono complicato, come ha commentato a caldo, le darà risorse per scrivere. Un libro richiede alla Aleksievič dai cinque ai dieci anni, molti viaggi, e infiniti incontri. Così si fa giornalismo oggi, così si trasforma la cronaca e la storia in letteratura.

Prendiamo il monologo che apre Preghiera per Cernobyl' - edito da e/o (come Ragazzi di zinco e Incantati dalla morte). Qui è Ljudmila Ignatenko, la vedova del pompiere Vasilij, a parlare. Quando alla mattina parte per intervenire in un incendio non lo avvertono che c'è un pericolo radioattivo, e non indossa la tuta protettiva. Ljudmila, che aspetta un figlio di quattro mesi, saluta il marito e dopo qualche ora viene informata che si trova in ospedale. Non vorrebbero farla entrare ma lei ha una ostinazione e un amore che infrange ogni barriera. Riesce anche a entrare nell'ospedale di Mosca quando Vasilij, insieme ad altri pompieri, viene trasferito nella capitale sovietica. Gli sta vicino anche se le infermiere le dicono chiaramente che quello che lei vuole abbracciare, nutrire, accudire, non è più suo marito ma un “reattore nucleare”, che ha addosso una quantità di radiazioni quattro volte superiore a quanto basterebbe per uccidere. Ljudmila non si rassegna. Sta vicino al marito fino alla fine. Le hanno detto che per morire di radiazioni ci vogliono 14 giorni. E così è. Alla fine Valerij cade letteralmente a pezzi. Ljudmila deve togliergli dalla bocca brandelli di intestino e fegato che gli vengono su come se fossero cibo. La bambina che partorisce si chiama Nata š a, ed è destinata a morire in pochi giorni. Ma assorbendo le radiazioni con il suo organismo delicato ha salvato la madre e le ha permesso di stare vicino a Vasilij.

Non sono storie lineari e dalla morale preconfezionata quelle della Aleksievič. La denuncia politica non è diretta e prevedibile: è un fatto di vita tra la disperazione e la speranza. Ancora in Tempo di seconda mano, leggiamo di Lena, che abbandona il marito e tre figli per legarsi a un ergastolano con cui è entrata in contatto per corrispondenza. Lo raggiunge in una prigione per criminali pericolosi spersa nella Russia lontana e profonda. Riesce a incontrarlo. Lo sposa per avere diritto di vederlo. Nutre per lui un amore sacrificale. Lui ha ucciso un uomo quando aveva venti anni e la fidanzatina di allora gli chiedeva se era disposto a uccidere per lei. Ha ucciso barbaramente il primo che passava per la strada. Sono vicende durissime che ci avvicinano all'animo slavo, a chi ha avuto in sorte destini pesantissimi e spesso non dovrebbe essere che un numero nel conto arido di una grande storia assurda e crudele. Sono le vicende individuali dell'Unione sovietica e dei Paesi che ne facevano parte. Destini difficili da capire anche per chi li vive. La Aleksievič li ascolta e ce li fa ascoltare mettendosi nel ruolo di chi raccoglie pazientemente uno sfogo che nessuno vuole sentire. Che nessuno ha mai voluto sentire. Prima perché tutto veniva assorbito dalla ideologia e dalla censura. Ora perché contano solo i soldi e tutto il resto è spazzatura da sovok, da relitti sovietici.

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0