26 novembre 2020

ACT. Il Torino Film Festival nello spazio virtuale

Di fronte all’emergenza sanitaria del Coronavirus, diventata in poco tempo anche emergenza di tipo economico, sociale e quindi culturale, i festival internazionali di cinema hanno reagito in maniera diversa, differenziandosi in modo sostanziale in relazione al periodo dell’anno in cui erano stati programmati. La diffusione pandemica del virus è diventato così un vulnus profondo, un danno che ha prodotto immediatamente una destabilizzazione inedita di una norma fondativa dell’identità del festival: ovvero quella relativa al rapporto festoso tra pubblico e i protagonisti di una determinata scena culturale filmica. Proprio questo rapporto improvvisamente è stato reciso.

Il colpo inferto dal Coronavirus, dunque, si è dimostrato profondamente destabilizzante anche per il mondo dei festival cinematografici, tanto da determinare scelte molto difficili, che appaiono epocali e rappresentative del momento complesso in cui il mondo della cultura e dell’arte si sta movendo.

Uno dei casi più emblematici a riguardo è stata la 73a edizione del Festival di Cannes: fino all’ultimo si è tentato di realizzare la celebre kermesse, ma viste le condizioni in cui versava la Francia a maggio, la scelta è ricaduta su un suo posticipo agli inizi di luglio. Ipotesi anch’essa crollata per giungere, alla fine, all’annullamento del Festival, scelta drammatica e profondamente travagliata, mai presa fin dalla sua prima edizione del 1946; o meglio: sappiamo che la prima edizione del Festival di Cannes si volle realizzare nel 1939, ma fu una volontà che dovette scontrarsi con i problemi della Seconda guerra mondiale che imposero il posticipo della prima edizione al 1946. Guerra e pandemia sono stati i due grandi ostacoli capaci di fermare il Festival di Cannes; e per certi versi questa connessione tra i grandi impedimenti della kermesse francese accentua quel parallelismo tra la dimensione bellica e quella pandemica, spesso citato in questo periodo.

Diverso, anzi opposto, è stato il caso della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, evento che è riuscito invece a sfruttare un periodo piuttosto fortunato, ovvero la fine dell’estate, durante il quale ancora i segni della pandemia in Italia apparivano deboli, realizzando tutto quanto in presenza, sebbene vada registrato il fatto che pochi sono stati gli ospiti soprattutto stranieri e d’Oltreoceano.

In relazione ai due celebri casi di Cannes e Venezia, la domanda che si è imposta nel mondo della promozione e organizzazione culturale-artistica è stata quella se fosse possibile una terza via, una via cioè che da un lato escludesse l’opzione drammatica dell’annullamento di una kermesse, ma che, dall’altro lato, non puntasse sulla realizzazione in totale presenza, evitando possibili azzardi che puntavano tutto su fortunate e sempre più improbabili condizioni favorevoli (purtroppo l’ipotesi di nuove ondate si rendevano sempre più concrete, e non erroneamente come stiamo potendo costatare).

Proprio sull’individuazione e la costituzione di una terza via si sono concentrate le forze del Museo nazionale del Cinema di Torino, le quali si sono focalizzate sulle possibilità concesse dalle nuove tecnologie, individuando in queste il percorso possibile da far intraprendere al Torino Film Festival (TFF). Nello specifico, l’uso degli spazi virtuali concessi dalla rete telematica è stato considerato il mezzo attraverso cui dare supporto al Festival, concependo, a partire da luglio, l’idea di sfruttare, assieme agli spazi fisici delle sale cinematografiche, anche quelli on-line, al fine di ridurre le possibili condizioni di assembramento. La creazione di una piattaforma e di sale virtuali doveva, all’inizio del progetto, dare supporto agli ambienti fattuali, alleggerendoli, per consentire il procedere lungo una terza via che si traduceva in una condizione ibrida del Festival.

Il piano della terza via sviluppata per il TFF nel periodo di luglio purtroppo si è dovuta scontrare con una situazione sanitaria che è precipitata, facendo riaffacciare in modo drammatico l’emergenza sanitaria; lo stato delle cose che si stavano delineando ha fatto virare tutta l’organizzazione del Festival verso quella che è considerabile come la quarta via, ovvero la resa totale di una kermesse all’interno della dimensione virtuale. Questa è parsa l’unica formula per fare il festival nel preciso e complesso contesto storico in cui ci troviamo; si è pensato che bisognasse dare un segnale positivo e di incoraggiamento al mondo del cinema e della cultura (e a tutto ciò si muove e lo muove e sostiene al suo interno), e ciò poteva avvenire mediante la scelta di realizzare in forma inedita e telematica il TFF e non attraverso il suo annullamento.

Le possibilità concesse dalla tecnologia, che aprono delle porte fino a poco tempo fa impensabili, sono state determinanti in questa scelta di resa del Festival in versione completamente telematica, dando vita ad un passaggio dal reale al virtuale che fino ad ora, per una kermesse cinematografica delle dimensioni e importanza del TFF, non era stato mai registrato.

Potenziare in primo luogo le capienze della sala virtuale è stata la prima azione da compiere. In secondo luogo è stato necessario ripensare ad un altro ambiente: quello in cui gli ospiti virtualmente entrano per un confronto con altri soggetti (giornalisti, conduttori). Una riformulazione ecologica, un ripensamento dello spazio che entra nella rete e che a sua volta diventa area di intreccio e intersecazione di vari canali della rete. Tutti sono presenti, ma attraverso una loro telepresenza concessa dalla rete e dagli schermi.

A riguardo, la creazione di un vero e proprio studio televisivo, all’interno della Mole Antonelliana, molto ridotto e con pochissime persone (i tecnici e un conduttore), è stata indispensabile. Proprio in questo spazio vengono messe in atto quelle forme di comunicazione e di interazione, di scambio e di conoscenza che, sebbene in forma virtuale, costituiscono tutte insieme uno dei pilastri, o come prima scrivevamo, la norma fondativa dell’identità del Festival.

Ecco allora che quel vulnus, quella ferita, che la diffusione pandemica del virus ha dato vita, è stata rimarginata, ricucita, attraverso la sutura resa possibile mediante l’uso della tecnologia; proprio questa ha permesso la costituzione di ambienti virtuali nei quali l’utente può accedervi per il proprio arricchimento culturale, per soddisfare la propria sete di arte e di cultura, per vivere momenti di scambio e di confronto, per entrare nella magia del cinema. E tutto questo può avvenire rimanendo all’interno delle proprie mura domestiche.

All’interno di questo nuovo e, fino a poco tempo fa, inimmaginabile contesto, tutti gli autori coinvolti, sebbene dispiaciuti di non poter accompagnare fisicamente il proprio film in giro per il mondo, sono particolarmente propositivi nell’intraprendere questa inedita soluzione di seguire virtualmente la propria opera attraverso l’uso dell’on-line, comprendendo come in questo momento sia necessario adeguarsi a quella che è una situazione del tutto straordinaria; ben sapendo anche, però, che il livello tecnologico raggiunto permette di mantenere un target alto della qualità del suono e dell’immagine dell’audiovisivo.

Sicuramente il mondo variegato dei festival affronta questo momento, pur di grande incertezza, come una fase importante di innovazione e di sperimentazione. Così come lo sta facendo il Museo del Cinema che organizza il TFF. L’idea di creare sale virtuali la vediamo come una scelta interessante da sviluppare anche in seguito, non solo perché non sappiamo quando questa emergenza si risolverà, ma anche perché tale scelta viene incontro a varie esigenze che vanno dal green allo smart e che intercettano il bisogno di un ampio pubblico impossibilitato a muoversi. E non è considerabile una scelta che vada in concorrenza con l’uso della sala cinematografica fisica, proprio perché quest’ultima permette un tipo di visione e partecipazione che non ha eguali e per tale motivo rimarrà sempre come un punto fermo dello svolgersi di qualsiasi festival cinematografico.

Per il futuro, dunque, si delinea questo ipotetico scenario: il radicale cambio di rotta che ha imposto l’ingresso del Coronavirus nel mondo del festival del cinema (e non solo, ovviamente) ha permesso di percorrere delle strade fino ad ora intraprese marginalmente, spingendo l’acceleratore per la costituzione di quella che abbiamo definito la quarta via. Ma è proprio questa via che servirà per preparare il terreno per lo sviluppo della terza via, non appena ritornerà la normalità e l’emergenza sanitaria sarà conclusa.

Proprio la terza via, quella che ibrida il reale con il virtuale, la sala fisica con quella telematica, potrà essere una strada futura percorribile dai festival, e molto probabilmente dal TFF a partire dal prossimo anno, riuscendo a venire incontro ad un più ampio pubblico e a quella fetta di spettatori che è impossibilitata a frequentare un festival; facilitando anche nell’attuazione di soluzioni nell’ottica del green per ridurre sostanzialmente l’uso del cartaceo, usato per i volantini, i volumi, i manifesti, e dello smart per una comunicazione completamente rivoluzionata che sfrutta il più possibile le potenzialità concesse dall’on-line e dall’interattività offerta dai social al proprio utente.

Insomma, siamo dinanzi ad un cambiamento molto interessante che l’epidemia ha radicalmente velocizzato e su cui tutti noi del Museo del Cinema rivolgiamo particolare attenzione.

 

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