7 gennaio 2021

Il bisogno di parlare ancora di Stalin

A 67 anni dalla morte (e più di 140 dalla nascita), dopo il XX Congresso del PCUS, il crollo dell’URSS (per certi versi l’ultimo atto di autofagia del sistema che lui stesso aveva messo in piedi) e, non da ultimo, sulla scorta dell’autentico profluvio di biografie che negli ultimi anni hanno fatto capolino sul mercato editoriale (dagli Uomini di Stalin di Simon Sebag Montefiore alla magistrale Biografia di un dittatore di Oleg Chlevnjuk fino all’opus magnum di Stephen Kotkin – due volumi pubblicati, un terzo in fase di redazione, per un totale di quasi 3.000 pagine – passando attraverso gli studi di storia familiare di Orlando Figes, da Silenzio e sospetto a Qualcosa di più dell’amore, solo per citarne alcuni), che bisogno c’è di parlare, ancora, di Iosif Stalin? Per certi versi, si potrebbe dire, dopo il ritratto che dell’uomo e di chi a lui era intorno emerge (si badi bene, prima che si aprissero gli archivi), per esempio, dai tre volumi dei Figli dell’Arbat di Anatolij Rybakov – un capolavoro colpevolmente dimenticato nel mondo editoriale italiano – o, da una prospettiva radicalmente diversa, dal micidiale capitolo dedicato al primo segretario ne Il primo cerchio di Solženicyn, è stato già detto tutto quello che c’era da dire ad un livello di perizia artistica e di profondità analitica di fatto non solo difficilmente superabili (leggere per credere), ma forse persino ardui da scimmiottare.

Eppure, a una riflessione più attenta, si vedrà che il bisogno esiste, e le ragioni di esso sono molteplici. A un livello superficiale, benché niente affatto da trascurare, perché, dalla Russia al Kirghizistan, si può assistere a un prepotente ritorno in auge dell’immagine del vožd (qualcosa come ‘guida’, ‘duce’) e al peggio della retorica (e della mentalità) da assedio caratteristiche dei momenti più cupi di quelli che Anna Achmatova definì, da par suo, «gli anni cannibali». Ad un livello assai più profondo, si tratta di capire da dove questo revival tragga origine: se armati degli strumenti giusti, si vedrà infatti che, consapevolmente o no, la nuova mitologia stalinista (in voga a tutto vapore anche in Georgia, e ciò con buona pace del fatto che Koba non si fece scrupoli, nel 1922, contro Lenin, di riannetterla all’impero a suon di cannonate) attinge a piene mani ad una oculata selezione dell’immaginario sovietico costruitosi nei lunghi anni che dalla fine della guerra civile giungono, almeno, alla conquista di Berlino, nel quale le parole d’ordine come disciplina, potenza militare e lotta senza quartiere alle quinte colonne non sono che l’epifenomeno di una storia culturale dalle radici molto più profonde, di cui Stalin fu un’interprete magistrale, e la cui eredità viene ancora oggi capitalizzata da un capo all’altro del paese del quale egli per quasi trent’anni fu xozjain (più o meno dominus nel senso di ‘proprietario terriero’: era tra l’altro uno degli epiteti scherzosi con cui l’uomo era solito appellare la figlia, Master of the house, per riprendere un altro titolo di Chlevnjuk).

C’è una ragione, in altri termini, del perché a Mosca ci si possa imbattere nella stessa persona che prima si inginocchia ai piedi di una gigantesca quanto pacchiana icona ortodossa rappresentante la famiglia imperiale e poi, due ore dopo, si reca in visita al mausoleo di Lenin portando un generoso mazzo di fiori da deporre ai piedi del busto di colui che Lenin aveva – suo malgrado – canonizzato, mentre ad una manifestazione poco più in là una babuška che sembra uscita direttamente da un incrocio mal riuscito tra una pagina degli scrittori cosiddetti ruralisti e un quadro del realismo socialista brandisce un’altra icona dove al posto di un qualche apostolo degli Slavi compare, con gli inconfondibili mustacchi, lo stesso Stalin.

Tanto per chi voglia capire la Russia (di ieri e di oggi) quanto, soprattutto, per quanti (pochi) ancora rivendicano una militanza politica di sinistra e persino per quelli, ancora meno numerosi, che si spingono a dire, riprendendo Rossana Rossanda, che «il comunismo ha sbagliato, ma non era sbagliato», fare i conti con Stalin, con il mondo dal quale veniva, con quello che ha costruito (nei termini di Kotkin, con la civiltà stalinista) e con quello che ha lasciato dietro di sé alla morte – e le circostanze, grottesche, dei primi giorni del marzo 1953 ben mostrano quanto avesse visto lungo Rybakov quando fece dire al suo Stalin che, senza di lui, nessuno di quanti lo attorniavano, tra i più risoluti uomini che il XX secolo abbia prodotto, non erano in grado nemmeno di pensare – costituisce un imperativo inderogabile.

Si tratta, nelle parole dei curatori del recentissimo Stalin. Il minotauro e la cipolla, di attraversare il complesso labirinto del 1900 (non solo russo) al centro del quale attende, sempre più sfumata con il trascorrere del tempo ma non per questo meno inquietante, la figura di un uomo il cui operato, a quasi 70 anni dalla morte, continua a interrogare. Nelle parole di uno dei componenti del «coro di voci» caratteristico della memorialistica semiromanzata di Svetlana Aleksievič, «Stalin è un enigma, e non l’ha ancora capito nessuno, né io né lei».

Un po’ saggio storico (la sintetica ma assai informativa biografia di Virginia Pili, pp. 9-45), un po’ silloge documentaria (Parole e immagini, pp. 91-120), un po’intervista mascherata da conversazione informale tra amici (Il minotauro e la cipolla, pp. 45-90), questo volumetto documentatissimo eppure piacevolmente informale ha il non banale merito di spostare l’attenzione dall’agiografia (e dalla sua controparte demonologica, in ultima analisi di matrice trockista) che ancora oggi impedisce, soprattutto in Russia, di comprendere l’uomo Džugašvili, il suo tempo e i suoi luoghi, dal Caucaso tardo ottocentesco alla Pietroburgo rivoluzionaria fino a Mosca, «la Mecca di tutti i popoli», fino alle estreme periferie del (ri)nato Paese, per offrire una panoramica di estremo interesse dei meccanismi alla base della cultura e della società staliniste sullo sfondo, per esempio, dei traumi della guerra civile, della mai risolta questione contadina, di una società in gran parte medievale (e in certe realtà particolarmente periferiche addirittura «neolitica») proiettata con una violenza inaudita sullo scenario del XX secolo industriale – e ancora forsennatamente imperialista – nonché, nodo problematico di capitale importanza, del fallimento della rivoluzione mondiale immaginata da Trockij quale preludio alla dissoluzione dello Stato (incluso quello sovietico nato attraverso la dittatura del proletariato) di cui aveva parlato Lenin.

Ne nasce un libro «a strati» (come l’uomo e il Paese che di esso è protagonista): una cipolla o un carciofo, che ad ogni pelatura rivela uno strato nuovo nonostante, a 67 anni dalla morte e a quasi trenta dalla dissoluzione del mondo che, con il prezzo che si sa, egli (ma non solo lui) aveva contribuito a creare, credessimo di sapere tutto, di avere capito tutto.

 

Stalin. Il minotauro e la cipolla, a cura di P. Cantini - G. Carpi, - V. Pili, Firenze, Clichy, 2019, pp. 121

 

Immagine: Il ritratto di Stalin e le bandiere rosse durante un raduno del Partito comunista, Orel, Russia (7 novembre 2015). Crediti: Alexey Borodin / Shutterstock.com

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