31 dicembre 2019

Il colibrì, di Sandro Veronesi

Errore

Scriviamolo così, con tanti errori / io a te ti amo, e te tu mi ami a me.

Lo scrive Marco a Luisa: è l’ultima pagina del Colibrì, scritta molti anni prima del bacio che non risveglia, ma che arriva prima del sonno definitivo. È la fine di chi, nella sua vita, è sempre vissuto, in un certo senso, da eroe, ma non ha mai dimenticato il fascino dell’errore (Non posso continuare, continuerò: è la citazione in esergo scelta anche questa volta da Sandro Veronesi nel suo ultimo romanzo, Il colibrì, La Nave di Teseo). Il bacio è quello di Luisa, l’amore di una vita, tra tanti altri amori ufficiali più o meno sbagliati che vengono raccontati nel romanzo (Marco e Marina, la moglie: «una donna che dell’infingimento aveva fatto un linguaggio»; ma, anche, Letizia e Probo, madre e padre di Marco, «lei, Letizia – nome antifrastico – pugliese del Salento; lui, Probo – nomen omen –, originario della provincia di Sondrio», due persone che non erano fatte per stare insieme).

Il colibrì è Marco Carrera, così piccolo e fragile in apparenza, così forte, resistente agli urti e alle bombe della vita («ho preso la bomba»), alle ceneri rimaste dopo le esplosioni del male che la famiglia Carrera ha sopportato («le ceneri che gli vennero consegnate dopo la cremazione, pur se provenienti dallo stesso forno, erano molto più scure e grossolane di quelle di sua madre»), resistente all’acqua che inghiotte Irene («la più distesa di tutti, la più beata, la mente spenta senza più afflizioni, il corpo vuoto senza più posizioni»), all’acqua inquieta dell’esistenza di Carrera che si placa, dopo aver ricevuto l’ennesima sollecitazione («era la teoria della pietra gettata nell’acqua: se l’acqua è calma la pietra vi produce turbolenza, ma se è già agitata vi produce, al contrario, calma»). Marco Carrera lo sa (e Veronesi anche): l’occhio del ciclone è un posto tranquillo, calmo, anche se il caos impera intorno («come non si subiscono conseguenze se ci si posiziona al centro dei vortici ciclonici che devastano coste e città, se ci si manteneva a stretto contatto con l’Innominabile, come faceva Marco, non si rischiava nulla»), ma basta spostarsi un po’ – errore imperdonabile – per essere spazzati via.

 

Amore

Ma Marco Carrera non si sposta: resta fermo («ci vogliono coraggio ed energia anche per restare fermi»), libra nell’aria, con fatica resta al suo posto, perché quel posto deve occupare, perché Marco Carrera ha un compito nella vita: resistere, accompagnare, vivere – non sopravvivere –  nel dolore («ma c’era modo e modo di finire e di cambiare, e a lui era stato dato il compito di essere il pastore che accompagna persone e cose verso la fine degna, verso il cambiamento giusto. Questo, per nove anni»): Marco è il pastore che gioca d’azzardo, che fa di un’amaca un amuleto («il suo nome di battaglia era Hanmokku»), che vive a lungo un amore intero, ma colpevole, un amore di quelli in cui ci si deve scusare di amare, ma non necessariamente meno vero di quelli innocenti («ti abbraccio, se non ti dispiace»), un amore che conosce pause, ma non si interrompe mai («da lì ripresero a scriversi come avevano fatto per metà della loro vita»). Il grande amore è Luisa che lo lascia infinite volte, ma torna sempre: è un amore necessario, vero fino alla fine, soprattutto alla fine, l’unico possibile, sin dal principio («sento che tutte le cose superflue mi abbandonano e mi accorgo che se alla mia vita togli tutte le cose superflue l’unica che rimane sei tu»), tra sentimenti sfiorati e baci scagliati altrove, il colibrì non porta il mondo sulle spalle, ma lo tiene insieme, consapevole del suo ruolo e protetto dalla sua tenacia e dal suo amore («Ma Marco, questo verbo sei tu. Nessuno come te sa essere così strenuo nel perseverare, ma anche nessuno come te sa sottrarsi al cambiamento, proprio come il verbo insidioso di cui parlano i due linguisti: rimani saldo, continui a oltranza, ma anche fatalmente, ti sottrai alle leggi e alle decisioni degli altri»): emmenalgia canaglia.

 

Dolore

Il colibrì è la storia della famiglia Carrera: di Marco, Giacomo, Irene, Letizia e Probo; di Marco, Marina, Adele; di Marco e Luisa, dei frammenti della loro corrispondenza amorosa. La forza del colibrì è quella del passato, ma anche e soprattutto quella del dolore che supera sé stesso, è il filo che unisce (prima di spezzarsi) la saggezza poderosa di Adele (un miracolo triste e doloroso) e il prodigio della bambina che ha negli occhi lo stesso punto d’azzurro di Irene, la sorella di Marco, perché «lo zero nella vita non esiste» e il punto di tangenza, che arriva dritto al cuore, è il neo di Miraijin: il primo segno che punteggia la sua esistenza, quello che gli indica il suo posto nel mondo, e tra i Carrera, inimitabili. È il marchio di fabbrica, il loro “punto di forza” («Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto», del resto, mi sembra di ricordare). Miraijin è il punto tra quello che è stato e quello che sarà: è l’uomo del futuro che è, in realtà, una donna, la nipote prodigiosa («possiede l’ascendenza dei condottieri») che lo aiuta a essere colibrì fino alla fine, perché lei è il miglioramento della norma, la sopravvivenza alla crudele normalità della vita, agli oggetti («gli oggetti sono innocenti») e alle cose che pensano e hanno della famiglia Carrera sentimento («Marco Carrera avrebbe fatto tanta fatica a separarsi dagli oggetti che li avevano circondati: perché erano belli, ancora belli, per sempre belli – e quella bellezza era stata lo sputo che aveva tenuto insieme suo padre e sua madre»).

 

Parole, soltanto parole

Veronesi racconta questa storia con la cura e la spontaneità del talento: calibra i tempi (dagli anni Sessanta a oggi, con un salto nel futuro); misura la lingua: quella scritta, l’unica possibile, per esempio, dell’amore assente, delle conversazioni a distanza tra Marco e Luisa («perché non c’è altro modo di dirti come sto») e non solo; quella della memoria, nostalgica e marcata («crissare: ricordi questo verbo? Ricordi chi lo usava sempre?»); quella parlata e raccontata, anche dagli altri («andava per bocca, per quello – come si dice a Firenze quando la gente parla molto di te. Sì, andava per bocca, e saperlo gli piaceva»); attenta, anche nei messaggini («ritiri immediatamente quel “mi” davanti ad “auspico”»); preziosa («le parole che mi sussurravi fino a pochi mesi fa sono la cosa più bella che mi è toccata; lasciamele»); vera, perché la lingua è ciò che siamo e forse, in fondo, ciò che amiamo («un bacio! Sulla bocca! Con la lingua!») e questa lingua è la parte migliore di un romanzo coerente, ben costruito, originale. Un romanzo che commuove, ma riesce, anche, a far sorridere e ridere sinceramente il lettore, a stregarlo, mentre racconta di come Marco Carrera abbia vissuto e sofferto, «per uno scopo altissimo: consegnare al mondo l’uomo nuovo – ma solo dopo avere resistito alle percosse e alle ingiurie di una sorte oltraggiosa, come dice Amleto».

 

Sandro Veronesi, Il colibrì, La nave di Teseo, 2019, pp. 368

 

Crediti immagine: Ramona Edwards / Shutterstock.com

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