12 giugno 2017

Il delitto Matteotti, il punto di non ritorno

Roma, Camera dei Deputati, 30 maggio 1924. Nel corso di un’infuocata seduta il deputato Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario (PSU), accusa il governo di deriva autoritaria, imputando ai fascisti l’essersi resi protagonisti di violenze e brogli compiuti in occasione delle elezioni di aprile, durante le quali hanno intimidito con minacce e sopraffazioni gli schieramenti e le forze antifasciste. Il suo discorso provoca una reazione violentissima dai banchi occupati dalla maggioranza. «Badate», ammonisce il deputato «il soffocamento della libertà conduce ad errori dei quali il popolo ha provato che sa guarire. La tirannia determina la morte della nazione». Mussolini, lo sguardo corrucciato e imperturbabile, rimane in silenzio, mentre Matteotti incalza «Voi volete rigettare il paese indietro, verso l’assolutismo. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano”. Alla fine del suo intervento rivolgendosi ai suoi colleghi dice sorridendo “ora potete preparare la mia orazione funebre». Fra il tumulto generale la seduta si conclude, con un gruppo di deputati che accalcandosi attorno a un Mussolini quanto mai contrariato, lo acclamano al grido di “Duce-Duce”. Ma non è tutto, Matteotti sta acquisendo documenti importanti che comprovato la corruzione e i traffici illeciti che coinvolgono direttamente alti esponenti del Partito Nazionale Fascista (PNF), accordi segreti tra la potente compagnia Standard Oil-Sinclair e i più importanti membri del governo per il controllo del mercato italiano. Il destino del deputato socialista è segnato.

Martedì 10 giugno 1924, sono le 16.30 quando Matteotti esce dalla sua casa in via Pisanelli 40 per andare alla Biblioteca della Camera, mentre percorre a piedi il Lungotevere Arnaldo da Brescia lo attende un gruppo della Ceka, la polizia fascista, composto da otto uomini: al comando di Amerigo Dumini, insieme a lui Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria, Amleto Poveromo, Filippo Panzeri, Aldo Putato. Basista del sequestro è un conoscente dello stesso deputato, Otto Thiershald, un austriaco. Alla vista di quegli sgherri e dopo aver tentato di mettersi in salvo Matteotti reagisce opponendo una feroce resistenza, dopo una violentissima colluttazione viene tramortito e caricato su una Lancia Kappa che parte a tutta velocità, oltrepassa Ponte Milvio e si dirige verso la campagna romana. Durante il tragitto il deputato socialista non si arrende e la colluttazione continua tanto che i suoi rapitori lo uccidono barbaramente.

La mattina dell’11 giugno Mussolini è già a conoscenza di tutto, ma decide di dissimulare e in un intervento alla Camera dichiara che farà del tutto perché il segretario del Partito Socialista Unitario venga ritrovato in qualunque modo. La notizia si diffonde non solo in Italia ma in tutta Europa e mette il regime in seria difficoltà, molti cominciano a porsi dei dubbi in merito all’origine del potere assunto dal partito fascista, alla sua legittimità, all’effettiva sicurezza che esso ha promesso di dare e garantire.

Dopo tante ricerche il 12 agosto 1924 un cantoniere che lavora lungo la via Flaminia trova, all’altezza della Quartarella nel comune di Riano la giacca sporca di sangue di Giacomo Matteotti. Dopo quattro giorni il corpo del deputato viene individuato, il cadavere è raggomitolato in una buca poco profonda, frettolosamente ricoperto di un leggero strato di foglie e terriccio.

Nei mesi che trascorrono prima del ritrovamento e in quelli ancora successivi fino alla fine dell’anno il fascismo vive un momento di fortissima crisi: quello che sarà ricordato come “delitto Matteotti” provoca un forte malcontento e un’aperta ostilità al regime, che subisce un evidente calo di consensi. Le opposizioni però non riescono a creare un fronte unitario e preferiscono disertare i lavori parlamentari con la secessione dell’Aventino (il nome deriva dalle secessioni compiute dai plebei di Roma antica nel corso dei conflitti con i patrizi in epoca repubblicana).

Mussolini comprende che il momento è decisivo e che da quel che farà dipende il futuro del suo governo e del PNF. Il 3 gennaio 1925, con un discorso alla Camera dei Deputati passato alla storia, dichiara di assumersi «la responsabilità politica, morale e storica» di quanto è accaduto in Italia negli ultimi mesi, discorso che è ritenuto dagli storici l’atto costitutivo del fascismo come regime autoritario: il punto di non ritorno. Tra il 1925 e il 1926 comincia la trasformazione in dittatura dell’assetto politico italiano. Nel novembre dello stesso anno viene abolita la libertà di organizzazione, entro l’anno successivo tutti i partiti vengono sostanzialmente dichiarati fuori legge a eccezione del PNF, i deputati della secessione aventiniana vengono dichiarati decaduti. Tra il dicembre 1925 e il 31 gennaio 1926 viene stabilita la supremazia del potere esecutivo e del capo del governo, in seguito viene istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Come scrisse Emilio Gentile, l’omicidio Matteotti e l’uso politico che ne fece Mussolini consentirono la trasformazione del sistema politico italiano in un nuovo regime a partito unico attraverso una specie di “rivoluzione legale”.

 


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