4 aprile 2021

Il dolore puro, universale. Intervista a Edith Bruck

In epigrafe al nuovo libro di Edith Bruck, Il pane perduto, incontriamo alcuni versi di una poesia di Nelo Risi (1920-2015), suo marito; la poesia si intitola La neve nell’armadio e i versi sono questi: «La storia/ quella vera/ che nessuno studia/ che oggi ai più dà soltanto fastidio/ (che addusse lutti infiniti)/d’un sol colpo ti privò dell’infanzia».

Potrebbero essere la perfetta sinossi della storia che stiamo per cominciare a leggere, la storia di una bambina ebrea (la piccola Edith Bruck) e della sua famiglia negli anni della Seconda Guerra Mondiale, la loro deportazione ad Auschwitz, i «lutti infiniti» da sopportare. Eppure, raccontano e illuminano molto altro. In particolare, sottolineano un verbo, «privare», perché la storia di Edith Bruck racchiusa nel Pane perduto è soprattutto una storia di privazione: di dignità, di affetti, di memoria, di speranza.

Nelle pagine del suo nuovo libro, Bruck racconta cosa significa sopravvivere al presente, quando il presente ci priva di noi stessi. Ne parliamo oggi con lei.

 

Le prime righe del suo nuovo libro sembrano richiamare il ritmo delle favole: «Tanto tempo fa c’era una bambina …». Vorrei cominciare la nostra conversazione chiedendole se Il pane perduto può essere letto come una favola.

Sì, avevo in mente proprio di scrivere una favola. E mentre la scrivevo mi accorgevo che questa favola diventava naturalmente sempre più oscura, sempre più nera. L’ho cominciata e finita con il richiamo a questa bambina che ha nostalgia di correre scalza in una viuzza polverosa di primavera: in questo sentimento si riconosce, sa chi è, sa che la sua vita non è passato, ma soltanto futuro. È venuto fuori così, io scrivo sempre di getto, a mano, non faccio appunti, quando mi siedo comincio e finisco la storia.

 

Quando ha sentito l’esigenza di scrivere, in questa circostanza, la sua storia?

Ne ho sentito l’esigenza circa un anno fa. Sono passati sessant’anni dal mio primo libro, che ho pubblicato nel 1959, e ho pensato che fosse il tempo giusto per ricominciare: la memoria umana è molto corta. Oggi dappertutto c’è un nuovo dilagare di razzismo, di antisemitismo. Ho pensato di ricominciare perché i tempi cambiano, il mondo cambia, la politica cambia, cambia tutto. E perché tutto ricomincia daccapo, tutto si ripete.

 

Pensa che la Storia non insegni nulla?

Credo che l’uomo non impari nulla dai propri errori e vada anzi verso la propria autodistruzione. Ecco perché abbiamo bisogno del racconto. Ma non si racconterà mai abbastanza e, secondo me, non si potrà mai raccontare abbastanza. Perché sempre rimane qualcosa fuori dalle nostre storie, che non possiamo esprimere, perché non è esprimibile a parole. Non ci sono parole per raccontare quell’orrore, secondo me.

 

Per questo alla fine del libro sostiene che ci vorrebbero «parole nuove, anche per raccontare Auschwitz, una lingua nuova»?

Ma non ci sono, queste parole. E quelle che ci restano sono oramai svuotate completamente del loro contenuto, della loro sostanza. Si parla, si parla, si parla …

 

Ci sono dei momenti, scrive Virgilio, in cui persino la Storia prova dolore e piange («Suntlacrimae rerum»). Lei ad Auschwitz ha assistito alla Storia che piange, si è confrontata con essa.

La nostra Storia è seminata di sangue, di martiri. Ogni giorno io mi confronto con la Storia che piange. Ogni giorno vivo la Storia e vivo quello che accade nel mondo. Nel mondo intero, voglio dire, non solo quello nel quale vivo. Tutto quello che accade nel mondo mi riguarda. Come dovrebbe riguardare tutti, non esiste più lontananza… Non possiamo più dire che non sappiamo, solo che non vogliamo sapere. Non vogliamo confrontarci con i nostri misfatti, e invece dovremmo assumerci le nostre responsabilità nei confronti del mondo e della Storia. Quando qualche settimana fa Papa Francesco è venuto a trovarmi, ci siamo detti che anche una goccia nel mare di questo mondo è importante, anche una singola goccia di bene.

 

Quale pensa possa essere una cura per questo tempo, per l’uomo che lo abita?

Non fuggire dalla verità, non fuggire da ciò che riguarda la coscienza. Come dicevo, dovrebbe assumersi le proprie responsabilità, l’uomo. Non si capisce perché corra verso la propria distruzione, si sente in colpa, forse per qualcosa di ancestrale, di antico, perché è impossibile che rovini l’aria, rovini la terra, avveleni i fiumi, avveleni il mare: non è soltanto razzista, ma distrugge il suo stesso habitat. E questo è incomprensibile.

 

Non si capiscono le ragioni di questo odio verso noi stessi.

Sì, è un problema con sé stessi, odio di sé. Sente che ha fallito, che non ha fatto quello che doveva fare. Non si capisce. Non ha la minima coscienza, la minima onestà. E non possiamo pensare, giustificarci, dicendo che verrà un mondo diverso da questo.

 

Nel Pane perduto ripete spesso un’espressione che mi ha colpito molto: «un dolore puro, universale». Che cosa intende lei per «dolore puro, universale»?

Nel libro racconto di un bambino, sul vagone che ci stava portando ad Auschwitz, che era in braccio alla madre e piangeva disperatamente. Quando un bambino piange disperatamente ha dentro di sé, in qualche maniera, nel suono, il dolore universale, la disperazione del mondo. E questo suo dolore è sicuramente puro perché innocente, perché profondo. Quel dolore che ha dentro tutti i dolori del mondo. Come se in quel momento stesse piangendo per il mondo.

 

Lei sentiva di provare lo stesso sentimento?

Nessuno di noi aveva capito dove ci stavano portando, non sapevamo nemmeno che esistesse Auschwitz, neanche che fosse in Polonia. Nel vagone mia madre era dolcissima, mi pettinava, mi faceva la treccia, e anche questo per me assumeva un significato doloroso, perché non era mai stato così. Era come se mi dicesse: ti voglio bene, mi stava dando il suo addio. Lei doveva occuparsi della casa, non aveva l’abitudine di giocare con noi, non aveva tempo per questi gesti di affetto. Ecco allora che respiravo nell’aria la fine. La fine di qualcosa, di qualcosa di definitivo.

 

È possibile superare questo dolore?

Si supera. Si vive. Credo che conviviamo con tutti i nostri dolori. Sia quelli fisici che quelli interiori. Non possiamo sfuggirne.

 

Edith, oltre che essere una narratrice, lei è una poetessa. Vorrei chiederle se considera la preghiera e la poesia due realtà distanti o coincidenti.

Per me la poesia è preghiera. Fin da bambina, da sempre. Quando mia mamma mi diceva di pregare prima di andare a dormire, io mormoravo una poesia. Certo, la poesia può essere anche un atto politico, un pianto. Ma per me la poesia è, in qualche modo, imparentata con la preghiera. Da ragazza pensavo i grandi poeti come profeti, non so perché. Come se avessero a che fare con la religione. Poi, ho incontrato mio marito, che era un poeta ma era laico, nemmeno battezzato, e posso dire di aver maturato, grazie a lui e alla sua famiglia, una diversa percezione della religione e della preghiera. Per me religioso è chi paga le tasse per il bene della comunità, chi si occupa della propria famiglia, chi si occupa degli ultimi: questa per me è religione, questa per me è preghiera. La fede è onestà, pulizia morale, solidarietà, condivisione.

 

È bellissima questa sua idea di religione dell’uomo. Un’ultima domanda desidero farle. Il libro si chiude con una Lettera a Dio: quanto è stato difficile scriverla?

In verità, è stata la cosa più facile. Volevo scriverla da quando avevo nove o dieci anni, e l’ho scritta dopo ottant’anni. Sento quotidianamente il bisogno di un dialogo molto nascosto, molto intimo, non so con chi, non importa, io non posso definire Dio, non so se c’è o non c’è, non importa, sarà un’energia, sarà la più geniale invenzione del mondo, non lo so, non posso dire sì, esiste, non importa. Molti hanno studiato il silenzio di Dio nei campi di sterminio. Ma a letto, quando mi ritrovo da sola, non faccio altro che parlare, e questo mio silenzio è pieno di voci. È un’entità muta, ma mi ritorna addosso tutto.

 

- Edith Bruck, Il pane perduto, La Nave di Teseo, Milano 2021, pp. 128, 16€

 

 

 

 

Immagine: Piedi sporchi e nudi del bambino sulla ghiaia. Concetto di povertà. Crediti: Ieva Vincer / Shutterstock.com

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