18 dicembre 2018

Il dono di saper vivere, di Tommaso Pincio

Il ritorno

Sulla quarta di copertina di Panorama, di Tommaso Pincio, c’era una frase: «La vita non cerca veramente il nuovo, il diverso, l’inaspettato. Tende alla somiglianza, cerca ciò che può riconoscere, che ha già visto sentito annusato, cerca il ritorno, cerca uno specchio». Il dono di saper vivere, recentemente pubblicato per Einaudi, dalle prime pagine, fa sentire a casa, anche se tra «odiati muri», i lettori affezionati dello scrittore romano, perché se è vero che cerchiamo quello che abbiamo già visto sentito annusato, un ritorno e uno specchio, tra quegli odiati muri si vede, sente, annusa l’aria di Cinacittà e per un attimo, si pensa di avere di nuovo davanti Marcello (al gabbio, a Regina Coeli), a distanza di dieci anni, anche perché, tra i vari indizi, spunta un abito forse un po’ frusto, ma intramontabile, che è il ritratto della voce narrante, di quello che è stato e ha combinato nella sua vita («è l’abito che indossavo il giorno del mio arresto e fanno dieci anni da allora», p. 7).

 

Il filo

Tommaso Pincio (“il doppio di nessuno”) continua a sdoppiarsi e si sdoppia, stavolta, anche nella struttura del libro: Il dono di saper vivere è, infatti, prima il ritratto di sé stesso («il mio falso specchio») e poi il ritratto di Caravaggio («il Gran Balordo»). Il gioco è tenuto insieme elegantemente, ma senza misteri («Semmai non fosse ancora evidente, la voce di questo libro non è più la stessa», p. 91), il gioco è un gomitolo, uno gnommero dipanato (il Gran Balordo non è anche un Gran Lombardo, in fondo?), un testo tessuto a regola d’arte (come la stoffa del vestito), fatto di fili pregiati tenuti sapientemente dal narratore. Tutto nasce da un «filo funesto» che lega il falso specchio di Pincio a Pincio e Pincio a Caravaggio: «la mancanza di una qualità indispensabile, vivere come si deve» (p. 26). Perché la mancanza del dono di saper vivere è qualcosa che può riguardare anche uomini di talento, come l’odiato Gran Balordo: Giovanni Baglione, un pittore romano contemporaneo di Caravaggio, scrisse che «morì malamente, come male havea appunto vissuto»; «Bernard Berenson, insigne studioso, scrisse un breve quanto non benevolo saggio su di lui nel quale si dice che, tra i molti doni che aveva, gli mancava quello di saper vivere» (p. 27).

 

Lo specchio

Il protagonista della prima parte del libro è «il falso specchio» di Tommaso Pincio che, da ragazzo, si rende conto di essere anche la copia di Caravaggio: «Ditemi se non sembra anche a voi la copia sputata del Melanconia» (p. 63), gli dice uno dei suoi compagni di scuola durante una visita alla Galleria Borghese. Il falso specchio di Tommaso Pincio è ossessionato da Caravaggio (e da una biografia del pittore che confessa di aver iniziato a scrivere, ma in realtà non sta scrivendo) che non smette di fissarlo neanche quando gli si presenta l’occasione di cambiare vita e inizia a guadagnare qualche soldo («La faccia scura del Caravaggio non smetteva di fissarmi, seppure in una versione addolcita, perché – chi ha abbastanza anni per ricordare lo saprà – era sua la faccia ritratta sulle centomila lire di allora», p. 58).

Quel falso specchio, a un certo punto, scompare: la prima parte resta sospesa («Mai fidarsi dei segni, il futuro non» (p. 78) e lascia a Pincio uno spazio bianco che gli permette di cedere, finalmente, alla maledizione di dover raccontare, cambiando passo, abbandonando gli odiati muri e la sua storia romanzata e decidendo di raccontare il suo Caravaggio. Come? Srotolando tutti i fili a disposizione: il filo del denaro, il filo del rumore, il filo della malinconia e quello dello specchio, che Pincio non ama (se Tommaso Pincio si specchiasse quante immagini vedrebbe riflesse davvero? Quante delle sue identità gemellari?), ma che per il Gran Balordo era uno strumento di lavoro: affascinanti le ipotesi riprese e proposte dallo scrittore che racconta l’artista alla sua maniera, da profondo conoscitore della bibliografia dedicata, ma anche dell’uomo. Pincio, affrontando Caravaggio allo specchio, corregge i propri difetti (o forse, li analizza semplicemente), boxa con l’ombra, come fanno i pugili che vogliono migliorare le proprie tecniche di combattimento. Pincio, guardandosi allo specchio (falso o vero che sia), affronta quel vuoto offerto dalla figura enigmatica di Caravaggio, così presente nella sua vita, e trova la sua parte («E mi domando se per noi semplici umani così lontani da quella maniera di pensare, così pieni di noi stessi e dunque di niente, il dono di saper vivere non consista alla fine nel calarci senza troppe paure né pretese nella parte che qualcuno ha scritto per noi, confidando che un copione c’è, anche se non lo abbiamo letto», p. 193).

 

Il dono (di saper scrivere)

Pincio non racconta solo sé stesso e Caravaggio, ma racconta tutti noi e la nostra vita, racconta il nostro saper (o non saper) vivere: la nostra relazione con gli altri («il dono di saper vivere non si esaurisce certo nella capacità di convincere il prossimo, ma meno questo talento è sviluppato, più si avranno problemi nella vita», p. 120); il nostro rapporto con noi stessi e quello che dobbiamo affrontare («Il dono di saper vivere si misura anche da come si resiste alla sciocca tentazione di delegare le proprie scelte a fantomatici segni del destino», p. 70); la capacità di non tentennare troppo di fronte al bivio decisivo della nostra esistenza (o almeno «trovare una sosta», p. 126), imboccare la strada giusta (quella meno rischiosa) o sperperare la nostra vita prendendo quella sbagliata.

Il dono di saper scrivere, invece, è riuscire a raccontare con una lingua raffinata e piena di sfumature (dalle tinte fosche del Caravaggio, alla «grisaglia» che conserva con cura da anni),  una storia che è una doppia storia (o una storia a metà) che è la nostra e quella del nostro fantasma o, forse, pienamente, nessuna delle due («Se è vero, come sosteneva Cesare Zavattini, che le biografie sono impossibili, quella di Caravaggio lo è più di tutte», p. 122).

Il dono di saper vivere è seguire il filo spinato delle nostre vite, ricordarsi – anche – come scriveva il Marcello di Cinacittà che, nella vita, «per non inguaiarsi bisogna beccare la biografia giusta» (Cinacittà, p. 335), oppure bisogna tentare di scriverla, dopo essersi inguaiati, per fare pace coi nostri doppi, perché i nostri doppi siamo noi.

 

Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere, Einaudi, 2018, pp. 200.

 

Crediti immagine: Plum leaves. Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0), attraverso www.flickr.com

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