11 luglio 2012

Il flop dei batteri alieni

Niente da fare, i batteri all’arsenico non esistono. Si chiude ufficialmente una vicenda che, per la biologia, è stata un po’ l’equivalente dei neutrini più veloci della luce per la fisica. Diciotto mesi di controversia per dimostrare che uno studio pubblicato alla fine del 2010 su Science e annunciato con grande clamore (i titoli dei giornali parlavano di “batteri alieni”) era sbagliato. I batteri in questione possono sì sopravvivere in presenza di grandi concentrazioni di arsenico, ma non lo incorporano nel proprio DNA e non possono sostituirlo al fosforo nei propri processi biochimici. Non sono, insomma, una prova di possibili “altre forme di vita” che potrebbero esistere su altri pianeti dalle condizioni chimiche diverse: era questo infatti l’interesse principale della notizia, che aveva fatto sì che fosse annunciata con grande fanfara in una conferenza stampa organizzata dalla NASA). Tutto era iniziato con lo studio del gruppo di Felisa Wolfe-Simon del Lawrence Berkeley National Laboratory di Berkeley, in California, che aveva per protagonista il batterio Halomonadaceae GFAJ-1, scoperto nei sedimenti del lago salato Mono Lake. Questi batteri sembravano violare una regola che accomuna tutte le forme di vita conosciute: il fatto che per i loro processi biochimici fondamentali utilizzano sei elementi: idrogeno, carbonio, azoto, ossigeno, zolfo e fosforo. Ma i GFAJ-1 sembravano aver sostituito il fosforo con l’arsenico (i due elementi hanno alcune somiglianze chimiche) che normalmente è tossico per gli esseri viventi. Chi proprio non ci aveva creduto era stata Rosie Redfield, una microbiologa dell’Università del British Columbia a Vancouver, Canada. Fin dalle settimane successive alla prima pubblicazione online di Wolfe-Simon aveva contestato, sul suo blog, l’articolo della collega, in cui ravvisava diverse “leggerezze” nella descrizione del protocollo sperimentale. Dopodiché aveva deciso di provare a replicare l’esperimento, senza riuscirci. La partita ora si chiude con la pubblicazione, questa settimana sulla stessa Science, di due studi firmati da Redfield, che confermano che anche quei batteri dipendono dal fosforo per sopravvivere. Nel primo dei due studi, Rosefield e i suoi colleghi hanno fatto crescere i batteri su un substrato contenente aresnico e piccole quantità di fosforo. I microorganismi se la cavavano, crescevano e si moltiplicavano, ma non c’erano tracce di composti di arsenico nel loro DNA (che era la scoperta chiave di Wolfe-Simon). Nell’altro studio, come controprova, i batteri sono stati messi in un substrato sempre dotato di arsenico, ma completamente privo di fosforo. E stavolta, non riuscivano a sopravvivere. A quanto pare, i campioni analizzati da Wolfe-Simon nel suo primo studio contenevano concentrazioni di fosforo più alte di quanto i ricercatori pensassero. “A questo punto abbiamo prove convincenti che il metabolismo di GFAJ-1 dipende dal fosforo come quelli di tutte le forme di vita conosciute” dice Julia Vorholt, una microbiologa dell’Istituto di Tecnologia di Zurigo, coautrice di uno degli studi. E la stessa rivista Science, che in questa vicenda si è trovata nell’occhio del ciclone per non avere vagliato con sufficiente spirito critico il paper originale, prende posizione, scrivendo che “questa nuova ricerca mostra che i batteri GFAJ-1 non infrangono le regole fondamentali della vita, contrariamente al modo in cui Wolfe-Simon aveva interpretato i dati del suo gruppo”. Una presa di posizione inusuale, che nella formulazione sembra lasciare interamente sulle spalle della ricercatrice la responsabilità di avere letto con troppa leggerezza i dati degli esperimenti. In ogni caso, la vicenda non è finita qua, secondo Wolfe-Simon, che commenta: “nessuno ha ancora spiegato come fanno questi batteri a prosperare in un ambiente ricco di arsenico, né dove va a finire quell’arsenico”. Aspettatevi nuovi capitoli.


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