22 novembre 2019

Il libro a venire, di Maurice Blanchot

In uno dei pannelli de L’empire des signes Roland Barthes contrappone alle città quadrangolari, reticolari, come Los Angeles, le quali «feriscono in noi un senso cenestesico della città, il quale esige che ogni spazio urbano abbia un centro in cui andare, da cui tornare, un luogo compatto da sognare e in rapporto al quale dirigersi e allontanarsi», lo spazio del tutto peculiare di Tokyo, che «possiede sì un centro, ma questo centro è vuoto. Tutta la città ruota intorno a un luogo che è insieme interdetto e indifferente, […] cerchio la cui cima bassa, forma visibile dell’invisibile, nasconde il nulla sacro»; metafora audace della scrittura che prolunga, nel 1970, la percezione Dada della parola artistica intesa come una sorta di Tao la cui natura sia quella di «una religione dell’indifferenza, luogo spirituale di risoluzione degli opposti», cui non solo i poemi ritmici di Hugo Ball diedero voce, ma anche tutte le successive glossolalie artaudiane, le quali troveranno la propria aura pentecostale nell’intuizione di Breton «che esista un certo luogo dello spirito a partire dal quale la vita e la morte, il reale e l’immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile e l’incomunicabile cessano di essere percepiti in modo contraddittorio».

A sutura di esperienze così distanti, ma, inequivocabilmente, in rima, non sarà difficile individuare nella figura di Maurice Blanchot colui il quale sia stato capace, attraverso un pensiero critico e filosofico complesso e per sua condizione incompiuto, irrisolto, votato al naufragio, di segnare con la propria attività il Novecento francese, raccogliendo il lascito delle avanguardie storiche per portarlo, mutato attraverso la sua riflessione, al nouveau roman, allo sperimentalismo di Tel Quel e alla semiotica di Barthes. In questa prospettiva, Il libro a venire (da poco ristampato per i tipi de Il Saggiatore nella traduzione di Guido Ceronetti e Guido Neri), sarà documento preziosissimo: raccolta di saggi pubblicati sotto il titolo di Recherches sulla Nouvelle Revue Française a partire dal 1953 ed edito in volume nel 1959, il testo esprime con avvolgente seppur netta plasticità il pensiero del suo autore.

Due immagini mitiche ne fanno vibrare la riflessione: da un lato, ne Lo spazio letterario pubblicato pochi anni prima, nel 1955, Orfeo, la cui «arte è la potenza per cui si apre la notte», per il quale Euridice sarà il punto estremo, il punto più profondamente oscuro verso cui tendere e che la sua opera dovrà riportare alla luce del giorno, alla forma netta e definita, a patto che la profondità si consegni dissimulata nell’opera e non si esponga, come avviene, al suo sguardo diretto, che così la distrugge e spinge nuovamente il lemure dell’amata negli abissi dell’Ade; dall’altro, il canto delle Sirene, con cui si apre Il libro a venire, che Odisseo tradisce attraverso il gioco senza rischio della tecnica, l’effetto del quale al contrario dovrebbe essere, su chi si espone ad esso come un navigatore, come un uomo del rischio, di proiezione ad un al di là di totale infedeltà alla propria natura umana, al di là che sarà un deserto lucido e, proprio in quanto scaturigine del canto, del tutto muto e silenzioso, asciutto.

È il segreto della parola profetica, cui Blanchot dedica pagine illuminanti, il segreto di una parola errante che rimanda continuamente ad un Fuori incapace di offrire dimora o stabilità: parola incessante che permette di «accedere», avrebbe scritto Georges Bataille in un appunto non utilizzato de L’Expérience intérieure, «all’estremità deserta delle cose» attraverso «il silenzio del discorso, quando il discorso (il procedere ordinario e zoppicante del pensiero) è servito solo da introduttore». Al pari di Thomas, protagonista del suo Thomas l’obscur, il quale, una volta raggiunto alla fine del suo percorso in mare, nel primo capitolo del romanzo, quel luogo sacro che è allo stesso tempo compimento di una metamorfosi e principio di una condizione in cui egli possa essere indifferentemente definito oscuro e trasparente, il linguaggio, dalla prospettiva di Blanchot, perde ogni pretesa di farsi sostanza tangibile e univoca, cardine netto e definito attorno al quale ruoti il rapporto fra autore e realtà.

Non a caso, dunque, egli tenterà attraverso il suo pensiero un’immersione nell’inoperosità più radicale, in quello scacco che non riguarderà solamente il rapporto fra dynamis ed energheia, il loro non più sbocciare l’uno nell’altro che, come si accennava in principio, le avanguardie storiche hanno indagato con grande attenzione e acutezza, ma anche e soprattutto l’eclissi, il tramonto dell’autore e dell’opera intesi come polarità sostanziale e piena: sarà così che l’esperienza di Proust, il perfetto e inconcepibile coincidere di attimi fra loro incompatibili, gli permetterà di liberarsi dall’ordine del tempo per gustare quel tempo puro che è infine l’immaginario, il tempo del racconto; che la nettezza cartesiana di Claudel si protenderà verso ciò che più la terrorizza, l’infinito; o che l’esperienza de L’Uomo senza qualità di Musil si aprirà, attraverso il mysterium coniunctionis con la sorella Agathe, all’altro stato, al Regno Millenario.

Ma sarà in Mallarmé, nella prefigurazione di quel livre à venir attorno al quale solo sonnets nuls potranno essere composti, che il pensiero di Blanchot troverà particolare realizzazione: «Il poeta sparisce sotto la pressione dell’opera, secondo lo stesso processo che fa sparire la realtà naturale». In una parola di poeta, dunque, e non di padrone.

 

Maurice Blanchot, Il libro a venire, traduzione di Guido Ceronetti e Guido Neri, Il Saggiatore, 2019, pp. 285

 

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