19 novembre 2018

Il mito, dal cosmo al mare

L’uomo ha i suoi demoni. Lo ossessionano, e lui lotta per liberarsene. Da sempre; e da sempre invano. Se l’uomo possa esser guarito dai suoi demoni è questione annosa. Oggi viviamo un tempo di razionalità, di scienza, di tecnologia. E il demone è rappresentato da ciò che non rientra in questi canoni. Ma l’equilibrio è fragile, la meccanica delicata. Ecco allora che antiche forme di conoscenza come il mito vengono espulse, condannate ai margini dell’incredulità e della credenza – in buona compagnia, per esempio col sacro. Eppure questa operazione di marginalizzazione andrebbe analizzata in maniera meno frettolosa.

È quello che fa il libro di Emanuele Coco, Dal cosmo al mare. La naturalizzazione del mito e la funzione filosofica. Sirene, natura e psiche (in libreria per l’editore Olschki). Si presenta con una figura mitologia sin dalla copertina: delicata come una ceramica antica, su un blu egiziano del cielo stellato, compare una sirena che suona, col simbolico corpo diviso metà donna metà pesce. Un essere mitologico che ammalia da secoli. Dotato di un fascino ambiguo, irresistibile nel canto e tremenda nella sorte di chi l’ascolta. Una figura di perdizione e seduzione cantata dalla letteratura, dalla musica e dalla poesia d’ogni tempo.

A partire dalle sirene, Coco, con intelligenza e arguzia, mostra come il ricorso al mito da parte della filosofia, un tempo prassi comune e oggi quasi un vezzo esotico del pensiero, non è da tacciare di inutilità con tanta veemenza. Per esempio, in merito al grande tema dello scontro fra natura e civiltà, dell’ordine umano in contrapposizione dialettica con il disordine animale. Già un altro studioso come Roger Caillois aveva sottolineato una sorta di alienazione fra il mondo e l’uomo che impedisce l’armonia dei viventi. Quello che fa Coco, in più, è mostrare come nella storia dell’umanità il mito è stato uno strumento prezioso di conoscenza – certamente non nel rappresentare il mondo fisico, a quello ci pensa e a buon diritto la scienza; no, il mito serve e ha la funzione di rappresentare l’uomo in relazione al reale.

E nel farlo traccia una storia che parte dagli antichi greci sino ai pensatori della modernità che si sono occupati del tema, passando per Bacone, Diderot e gli illuministi francesi, gli avventurieri e l’epoca delle scoperte geografiche. Mettendo in luce tutte le ambiguità tra il fantastico e il reale che, per secoli, hanno accompagnato le scienze naturali: «Mito e zoologia presentavano spesso una continuità che rendeva difficile tracciare una precisa distinzione tra l’uno e l’altra. A confondere ancora di più i contorni erano certi luoghi. Il mare più di tutti. Dal mare sembravano giungere indizi sull’origine delle forme viventi e sulle loro possibili trasformazioni. In mare si svolgerà gran parte della storia delle teorie attorno alla trasformazione del vivente (si pensi a Wallace e Darwin e alle loro navigazioni scientifiche fra Seicento e Settecento). In mare sembravano anche trovarsi creature dai tratti ambigui e sfumati».

Ecco allora le sirene, che dalla mitologia degli antichi sembravano emergere, reali, nei mari lontani solcati dagli avventurieri. Gli avvistamenti capitarono anche a navigatori celebri. Per esempio, a Cristoforo Colombo, il quale secondo la testimonianza di Bartolomé de Las Casas (storico, missionario nelle Indie e biografo di Colombo) vide «tre sirene emergere vistosamente dal mare» e commentò che «non erano così carine come le disegnano, perché in qualche modo i loro visi sembravano maschili». Dispiace per la delusione di Colombo, ma con ogni probabilità quelle che vide non erano sirene bensì lamantini, mammiferi di mare simili a grandi foche – e il padre gesuita Pierre-François-Xavier de Charlevoix commentò, scrivendo proprio dei lamantini nella sua storia di Santo Domingo, che «il primo a immaginare che questo pesce potesse essere la sirena degli antichi è stato Cristoforo Colombo, che aggiungeva sempre volentieri qualche meraviglia per rendere più celebri le sue scoperte».

Aggiunge Coco a margine di queste bellissime storie: «Il fantastico era prolifico. Immaginare una natura che non vede, ma fa occhi; non pensa ma costruisce qualcosa di pensante. Non era anche questa una fantasia bellissima?». Di sicuro, ed è bene tenerne conto. Ma il merito di questo libro non è tanto nella sapiente narrazione letteraria – che pure c’è – quanto l’assunto che dall’analisi di prodotti culturali non strettamente scientifici (come il mito, appunto) si possa contribuire a dare un senso all’oggettività. È una tesi di Ernst Cassirer, giustamente ripresa e riproposta da Coco. Per dare un significato filosofico al mito bisogna riconoscere che quest’ultimo non è il risultato dell’invenzione o dell’immaginazione, e ammettere – scriveva Cassirer – che «possiede una sua particolare necessità, e gli spetta, conformemente al concetto idealistico di oggettività, una particolare specie di realtà».

In fondo parlando di mitologia non si può che ripetere Salustio: «Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre». E leggendo le pagine di questo libro tornano alla mente le parole di Roberto Calasso: «Forse il mito è una narrazione che può essere capita solo narrando. Forse il modo più immediato per pensare il mito è quello di raccontarne di nuovo le favole. Una luce radente, netta, qui le investe tutte e le mostra nelle loro molteplici connessioni, come una vasta e leggerissima rete che si posa sul mondo».

 

Emanuele Coco, Dal cosmo al mare. La naturalizzazione del mito e la funzione filosofica. Sirene, natura e psiche,  Olschki , pp. 132

 

Crediti immagine: Giulio Aristide Sartorio [Public domain], attraverso Wikimedia Common

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