30 agosto 2020

Il poeta è un’isola. Il mare nostrum nei versi dei suoi poeti

 

Il poeta è un’isola. Ha una natura solitaria, spesso incoraggiata da un’incomunicabilità che tenta di colmare cercando il dialogo con un pubblico di lettori. Forse per questa loro inclinazione, i poeti, nel corso dei secoli, sono stati tanto attratti dal mare, che spesso richiama l’idea di malinconica solitudine e che essi amano e detestano, lodano e maledicono.

Il Mar Mediterraneo ha ispirato i versi dei poeti dall’antichità ai giorni nostri. Omero e Virgilio vi ambientarono i loro poemi, i poeti arabi e i lirici greci le loro struggenti storie d’amore. Negli ultimi anni, in particolare, le incessanti morti di migliaia di migranti nelle acque del Mediterraneo, opacizzano, con uno struggente alone di dolore, la bellezza romantica e immortale del mare cantato dai poeti. Per tale ragione, alcuni autori contemporanei hanno scelto di scriverne, scegliendo di non sottrarsi, ancora una volta, al dovere di testimoniare ogni esperienza umana, comprese quelle più infelici.

 

Iniziamo dunque una crociera per il mare, leggendo alcuni versi di poeti che ne hanno raccontato luci e ombre. Partiamo dall’Italia, dove incontriamo Eugenio Montale (1896-1981), che dedicò al Mediterraneo una sezione di nove poesie del suo Ossi di seppia (1925). Il primo di questi testi rivela come l’autore associ i ricordi della propria infanzia al ripetitivo e cadenzato scroscio delle onde:

«Antico (mare), sono ubriacato dalla voce / ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono / come verdi campane e si ributtano / indietro e si disciolgono. / La casa delle mie estati lontane, / t’era accanto, lo sai, / là nel paese dove il sole cuoce / e annuvolano l’aria le zanzare. […]» (Ossi di seppia, Mondadori, Milano, 1925).

 

Sempre in Italia, Giuseppe Ungaretti (1888-1970) contrappone all’immagine di Montale un ritratto silenzioso dello stesso mare:

«Più non muggisce, non sussurra il mare, / il mare. / Senza i sogni, incolore campo è il mare, / il mare. / Fa pietà anche il mare, / il mare. / Muovono nuvole irriflesse il mare, / il mare. / A fiumi tristi cedé il letto il mare, / il mare. / Morto è anche lui, vedi, il mare, / il mare.» (Vita d’un uomo, Mondadori, Milano, 2009).

Le anafore scandiscono il ritmo di questo breve testo, come se volessero replicare l’andamento delle onde che si infrangono sulla spiaggia.

 

Ci dirigiamo verso la Francia, dove Paul Verlaine (1844-1896) scrisse la poesia Il mare:

«Il mare è più bello / che le cattedrali, / nutritore fedele, / cullatore di rantoli, / il mare su cui prega / la Vergine Maria! / Ha tutti i doni / terribili e dolci: / sento i suoi perdoni / rimbrottare i suoi corrucci… / In questa immensità / non v’è caparbietà. / Oh, così paziente, / anche quando cattivo! / Un soffio amico pervade / l’onda, e ci canta: / O voi senza speranza, / morite senza sofferenza! / E poi sotto i cieli / che vi ridon più chiari, / ha delle arie azzurre, / rosee, grigie e verdi… / Più bello di tutti, / migliore di noi!» (Poesie, BUR, Milano, 1986).

Si delinea un’immagine del mare amorosa e materna, ma anche permeata di forte religiosità.

 

Lasciamo la Francia per navigare verso la Spagna. Qui il poeta José Hierro (1922-2002), nato a Madrid, chiese, con la poesia Accanto al mare, di essere affidato, una volta morto, all’abbraccio delle acque del Mediterraneo:

«Se muoio, che mi mettano nudo, / nudo accanto al mare. / Saranno le acque grigie il mio scudo / e non si dovrà lottare. / Se muoio che mi lascino da solo. / Il mare è il mio giardino. / Non può, chi amava le onde, / desiderare un’altra fine […]» (trad. it. di Alessandro Ghignoli, Poesie scelte, Raffaelli Editore, Rimini, 2004).

Ritroviamo, ancora una volta, l’immagine del mare come rifugio sicuro. Tra le sue onde, secondo il poeta, non possono esserci pericoli, ma solo quiete e riposo.

 

Facciamo sosta in Marocco. Il poeta Mohammed Bennis, nato a Fès nel 1948, ci regala una fotografia luminosa e rigogliosa con la poesia La caduta del mare:

«Luce / su luce / scenderanno le uve / dagli antichi germogli / in una danza che si estende all’estremo sud del mare / accompagnata da un soffio anticipatore di morti. / Qui / nulla / ruba la sua traccia solare / il declivio di polvere / si nasconde di roccia / in roccia / in acqua / e questo orizzonte intento nel rito del silenzio / o dei primi uccelli luminosi. / In direzione del mare la traccia dei piedi segna l’oblio / forse solo la luce ricorda / chi venne un giorno / guidato dai tatuaggi / per liberare le onde dall’esilio delle tempeste […]»  (Il luogo pagano, Dâr Tûbqâl, Casablanca, 1992).

 

Giungiamo ad Alessandria d’Egitto, dove il poeta greco Costantino Kavafis (1863-1933) nella poesia Mare al mattino riprende l’immagine nostalgica e rassicurante del Mediterraneo, riconoscibile anche nei versi di alcuni degli autori prima citati:

«Fermarmi qui. Per vedere anch’io un po’ di natura. / Luminosi azzurri e gialle sponde / del mare al mattino e del cielo limpido: tutto / è bello e in piena luce. / Fermarmi qui. E illudermi di vederli / (e davvero li vidi un attimo appena mi fermai); / e non vedere anche qui le mie fantasie, / i miei ricordi, le visioni del piacere» (Le poesie, Einaudi, Torino, 2015).

 

Navighiamo verso la Turchia. Con la poesia Arrivederci fratello mare, il poeta turco Nazim Hikmet (1902-1963) pronunciò un sofferto e accorato addio al Mediterraneo personificato in una persona cara:

«Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti / arrivederci fratello mare / mi porto un po’ della tua ghiaia / un po’ del tuo sale azzurro / un po’ della tua infinità / e un pochino della tua luce / e della tua infelicità. / Ci hai saputo dir molte cose / sul tuo destino mare / eccoci con un po’ più di speranza / eccoci con un po’ più di saggezza / e ce ne andiamo come siamo venuti / arrivederci fratello mare».

All’improvviso, in mezzo al mare, la nave ha un guasto del tutto inaspettato. Siamo bloccati accanto a un gommone colmo di migranti salpati dalla Libia. Ripensiamo a Tesfalidet Tesfom, detto Segen, migrante eritreo sbarcato a Pozzallo il 12 marzo 2018 in pessime condizioni di salute e morto poco dopo. Segen portava con sé due poesie scritte a mano durante il viaggio. I due testi costituiscono una preziosa e commovente testimonianza della terribile esperienza che accomuna ancora oggi le migliaia di persone che tentano disperatamente di raggiungere l’Europa, intraprendendo pericolosi viaggi verso l’ignoto. In una delle poesie, Segen chiede aiuto a un fratello, che non è il mare, come nella poesia di Hikmet:

«Non ti allarmare fratello mio, / dimmi, non sono forse tuo fratello? / Perché non chiedi notizie di me? / È davvero così bello vivere da soli, / se dimentichi tuo fratello al momento del bisogno? / Cerco vostre notizie e mi sento soffocare / non riesco a fare neanche chiamate perse, / chiedo aiuto, / la vita con i suoi problemi provvisori / mi pesa troppo. / Ti prego fratello, prova a comprendermi, / chiedo a te perché sei mio fratello, / ti prego aiutami, / perché non chiedi notizie di me, non sono forse tuo fratello? / Nessuno mi aiuta, / e neanche mi consola, / si può essere provati dalla difficoltà, / ma dimenticarsi del proprio fratello non fa onore, / il tempo vola con i suoi rimpianti, / io non ti odio, / ma è sempre meglio avere un fratello. / No, non dirmi che hai scelto la solitudine, / se esisti e perch é ci sei / con le tue false promesse, / mentre io ti cerco sempre, / saresti stato così crudele se fossimo stati figli dello stesso sangue? / Ora non ho nulla, / perché in questa vita nulla ho trovato, / se porto pazienza non significa che sono sazio / perché chiunque avrà la sua ricompensa, / io e te fratello ne usciremo vittoriosi / affidandoci a Dio».

E così, al centro del mar Mediterraneo, in mezzo al nulla, termina il nostro viaggio.

 

Testi citati e letture consigliate:

Mohammed Bennis, Il luogo pagano, Dâr Tûbqâl, Casablanca, 1992.

José Hierro, trad. it. di Alessandro Ghignoli, Poesie scelte, Raffaelli Editore, Rimini, 2004.

Nazim Hikmet, Poesie d’amore e di lotta, Mondadori, Milano, 2013.

Costantino Kavafis, Le poesie, Einaudi, Torino, 2015.

Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori, Milano, 1925.

Alessandro Puglia, L’inferno libico nelle poesie di Segen, in “Vita”, 10 aprile 2018.

 

 

Crediti immagine: Foto di Ivan Bagić da Pixabay

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