25 gennaio 2022

Il profumo degli imperi, di Karl Schlögel

«Ma, quando di un antico passato non sussiste niente, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più intensi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore restano ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a reggere, senza piegarsi, sulla loro gocciolina quasi impalpabile, l’immenso edificio del ricordo».

Questa celeberrima pagina di Proust vale come la più raffinata dimostrazione mai prodotta dalla cultura europea della dimensione potentemente sensoriale (in questo caso, gustativa e olfattiva) della vita umana. Che tale dimensione non si limiti, come nel caso della Recherche, all’esperienza di un singolo, ma possa definire un’epoca – e al tramonto di quella, aiutarne la ricostruzione – è l’assunto che sorregge l’ultimo libro dello storico tedesco Karl Schlögel, che in circa 200 pagine si propone di riassumere in due profumi, l’essenza – è il caso di dirlo – del Novecento.

Delle due fragranze oggetto di studio nel volume, una, Chanel N° 5, rappresenta la quintessenza di eleganza e sensualità, come testimoniato dalla leggendaria confessione, se così la si può chiamare, di Marilyn Monroe; l’altra Krasnaja Moskva (Mosca rossa), ha solo di recente cominciato a fare capolino nel (più) vasto mondo dell’antiquariato, sebbene abbia dominato incontrastata per quasi un secolo il panorama odorifero russo: il dono di un flacone all’allora capo di Stato Medvedev da parte della direttrice dell’azienda titolare del brevetto (Novaja Zarja, ovvero nuova alba, nomen omen ieri come oggi, se mai ve ne fu uno) può a buon diritto essere considerato un gesto altamente simbolico volto a sancire la rinascita di ambizioni imperiali all’ombra del Cremlino.

Le storie del N°5 e di Krasnaja Moskva sono emblematiche, e la loro indagine secondo i canoni di due Vite parallele particolarmente fruttuosa, perché in esse si rispecchiano sia alcuni degli eventi plasmanti il XX secolo – dal naufragio della belle époque in Europa nella tempesta della guerra alla dissoluzione dell’epoca d’argento, nonché di una dinastia plurisecolare, in Russia nel calderone rivoluzionario prima e della guerra civile dopo – sia i destini di uomini e donne che, a vario titolo e in misura differente, di quel secolo, o di parti di esso, contribuirono a fare la storia.

Di Gabrielle Coco Chanel, per esempio, sono noti, lodati e idolatrati, tanto il talento di impresaria e l’immagine di donna emancipata, seducente e di successo, quanto misconosciuto è il suo ruolo di emissaria presso Churchill, di cui era intima amica, che le venne assegnato da alcuni esponenti dello Stato Maggiore nazista nel tentativo di mutare le sorti della sempre più fallimentare guerra all’Inghilterra in una crociata antibolscevica.

Altrettanto poco noto, o indebitamente trascurato, è il contesto nel quale si sviluppò la rivoluzione estetica e culturale promossa dalla stilista, con il suo celeberrimo tubino nero prima e, poco tempo dopo, con il profumo che ne avrebbe eternato la fama: anticipando il futuro in un mondo fatto di orpelli, fronzoli ed eccesso, Chanel si volse per le sue creazioni più celebri verso la ormai rampante industria automatizzata, contrapponendo al ghiribizzo e all’arabesco la tagliente, fredda ma funzionale linea retta e le forme squadrate, in ciò ironicamente in sintonia, visto il suo anticomunismo viscerale (nutrito in misura non trascurabile da un virulento antisemitismo), alla teologia industrialista che animava il progetto sovietico di riforgiatura dell’uomo, per lo meno nelle sue versioni più radicali, patrocinate soprattutto da Trotzkij, e che sarebbero state rinverdite, depurate del proprio mecenate, nei «ruggenti anni ’30» del piano quinquennale staliniano.

Di Polina Žemčužina, l’altro indiscusso protagonista del volume di Schlögel, il grande pubblico sa poco o niente, e quel poco è solitamente legato al cognome da sposata (Molotova). Eppure, la «figlia del popolo ebraico», come essa stessa si presentò a Golda Meir in visita a Mosca, fu – assieme ad Aleksandra Kollontaj – la sola donna a ricoprire l’incarico di ministro dell’Unione, una stalinista irredenta fino alla morte e nonostante cinque anni di esilio in Kazakistan prima, a Irkutsk poi, comminatile dallo stesso Stalin sull’onda montante di una sempre più furiosa campagna antisemita (l’odore della incipiente guerra fredda è particolarmente riconoscibile qui), e domina incontrastata dell’industria profumiera sovietica. Quest’ultima, ricostruita dal nulla al termine della guerra civile, sarebbe divenuta la più produttiva del mondo e un elemento distintivo della nuova élite post-rivoluzionaria i cui gusti e il cui aspetto – ulteriore ironia della storia – quanto più si allontanavano dallo scialbore monacale della Krupskaja e di Sverdlov (o dello stesso Stalin, del quale tutto quello che si riuscì a trovare alla sua morte nel momento in cui, prima di procedere a scannarsi reciprocamente, i suoi eredi pensarono di erigergli un museo, fu una palandrana, un paio di stivali e una pipa) si sarebbero nel tempo sempre più avvicinati agli ideali estetici della Chanel che furoreggiava da Parigi a Berlino (prima, dopo, e durante il Reich) e, infine, in America.

A unire i destini di queste due donne, diverse in tutto eppure per più versi così simili in una vita iniziata ai margini (l’orfanotrofio della provincia francese per l’una, un misero e miserabile shtetl ucraino l’altra) e scalata con dedizione, coraggio, intelligenza, passione – e in entrambi i casi, pur per ragioni diverse, cinismo quando non proprio crudeltà – fino ai vertici dei rispettivi mondi, vi è una corte di profumieri, duchi, imprenditori, cineasti, pittori (Malevič per esempio, ghost designer del contenitore del Severnij, anch’esso il simbolo di un’epoca) e rivoluzionari che Schlögel ricostruisce con la perizia dello storico navigato, la curiosità del flanêur e la penna del grande divulgatore.

Il risultato finale è un saggio che offre al lettore un punto di vista originalissimo su di un secolo del quale molto, ma come si vede non ancora tutto, è stato scritto e detto, una storia culturale di due mondi, la Russia e l’Occidente, che la narrazione della guerra fredda – e quella, riveduta e corretta, della sua prosecuzione con altri mezzi all’indomani del 1991 – ha contribuito a rappresentare come separati quando non antitetici e che invece, non da ultimo nella affascinante seppur ambigua figura di Ol′ga Čechova – discendente di Anton Pavlovič e dell’omonima consorte Knipper – è possibile (di)mostrare essere uniti da una fitta trama di legami ideologici, di cultura letteraria, visiva e, non da ultimo, olfattiva.

Nella Roma del II secolo d.C., ad epigrafe della propria monumentale raccolta di epigrammi, il poeta Marziale si gloriava (10.4.10) del «sapore d’uomo» della sua pagina. Quali siano state le note caratteristiche del bouquet dell’età degli estremi, come Hobsbawm definì il secolo XX è una risposta che emerge, proustianamente, dalle pagine di Schlögel. Parafrasando Dalla parte di Swann, al termine della lettura è difficile non pensare che «Tutto questo che va prendendo forma e consistenza è uscito, città e giardini, da due boccette di vetro molato».  

 

Karl Schlögel, Il profumo degli imperi. Chanel N. 5 e Mosca Rossa. La storia del XX secolo in due profumi, Milano, Rizzoli, 2021, pp. 219

 

Crediti immagine: Anelo / Shutterstock.com

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