29 giugno 2018

Il ritorno dei Mammiferi alla notte

La nostra epoca è chiamata Antropocene, un termine coniato dal premio Nobel per la chimica atmosferica Paul Crutzen per definire il condizionamento che, a partire dalla rivoluzione industriale, gli esseri umani impongono all’ambiente terrestre a livello locale e globale e a tutte le altre forme di vita. Gli aspetti più macroscopici di questo condizionamento sono conosciuti e ampiamente dibattuti e indagati, ma via via ne emergono sempre di nuovi e sempre più dettagliati. Un nuovo studio pubblicato su Science e condotto da quattro ricercatori della Berkeley University e della Boise State University illustra come la ‘fastidiosa’ quanto invadente presenza umana stia inducendo in tutto il pianeta numerosi Mammiferi a cambiare i ritmi di sonno-veglia e a ‘tornare’ a preferire la notte più che il giorno.

Gli studiosi, rielaborando i dati di 76 studi, hanno preso in considerazione 62 specie selvatiche in tutti i continenti, il cui comportamento è stato monitorato attraverso telecamere, collari GPS e osservazioni dirette, in contesti in cui la presenza umana è minore e maggiore, e hanno scoperto che laddove essa è più invadente, gli animali si adattano a utilizzare fino al 68% in più la notte rispetto al giorno. Questi risultati hanno riguardato sia le specie erbivore sia quelle carnivore: i coyote di Santa Cruz, in California, le tigri del Nepal, gli elefanti del Mozambico, i cinghiali, i cervi stanno adottando tutti la stessa strategia per evitare la presenza umana: agire di notte e dormire di giorno.

I Mammiferi stanno in sostanza assumendo nuovamente quel comportamento a cui furono costretti durante l’ardua convivenza con i Dinosauri – procacciamento del cibo e vita prevalentemente notturni per evitare di incontrare i feroci predatori – e che avevano per lo più abbandonato 200.000 anni dopo l’estinzione, circa 65 milioni di anni fa, dei loro maggiori ‘concorrenti evolutivi’. E non è escluso che questa si riveli una soluzione adattiva vincente, anche se i ricercatori temono che, dopo milioni di anni di vita per lo più diurna, potrebbero emergere degli squilibri non prevedibili, come per esempio una maggiore vulnerabilità rispetto ad altri predatori o un’eccessiva competizione in quegli spazi temporali.

 

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