16 novembre 2020

ACT. Il sangue della tecnologia

Il teatro, la musica, e tutto ciò che riguarda il performativo in generale, stanno vivendo un momento difficile con l’ingresso della pandemia. Pure il cinema, anch’esso minacciato dal Covid-19, è costretto a fermarsi. O meglio, a scegliere nuove strade, così come le altre arti. Sì perché questo momento drammatico può divenire foriero di novità. Il luogo cinema con la sua avvolgente immagine deve chiudere in questa fase? Si aprano nuove frontiere.

Si perde momentaneamente la presenza nel teatro e in generale nel performativo ‒ un problema che l’immagine audiovisiva non conosce? Il contatto tra attori e spettatori si sospende? Ci si apra ad altro.

Penso ai miei spettacoli, penso a delle fusioni, ad innesti con altri linguaggi. Lo stesso con i miei film.

Ho realizzato i miei spettacoli sempre pensando ad una dimensione cinematografica; così come, a sua volta, nei miei film, la quarta parete viene buttata giù. In un’arte prendo spunto dall’altra: il pubblico che guarda da casa o dalla platea i miei film e i miei spettacoli si trova così a percepire il richiamo di altre dimensioni artistiche, di altri linguaggi, di altre pratiche. Sei a teatro, ma io ti porto al cinema; sei al cinema, ma io porto dinnanzi i corpi dei miei attori, te li faccio “toccare”, “vivere”.

Questo per dire che nei miei lavori questa apertura a nuove frontiere è già insita da sempre, in quanto si contemplano le possibili limitazioni come delle non limitazioni, come delle sfide che aprono nuove frontiere.

Mi è sempre piaciuto trasformare la tecnologia in qualcosa di vivo. Attraverso la tecnologia, ad esempio, lo spettatore stabilisce, nei miei film, un rapporto diretto con ciò che riprendo; si crea una vicinanza per certi versi maggiore rispetto a quella che si può vivere a teatro, perché viene meno la distanza tra palco e platea, e tu spettatore senti il mio respiro, tocchi quella realtà, percepisci gli odori, sei immerso in essa in prima persona (come accade ad esempio nella scena del film Vangelo in cui scruto, con la mia piccola macchina fotografica, i volti dei ragazzi del centro di accoglienza di Asti).

Anche la tecnologia nell’uso più immediato e semplice per il teatro, quello di restituire gli spettacoli dal vivo, può cambiare, sempre nella prospettiva di trasformare la tecnologia in qualcosa di vivo; l’idea è quella di realizzare non uno spettacolo filmato, ma fare un film con lo spettacolo e quindi usare i primi piani e le varie soluzioni che il linguaggio cinematografico consente; il teatro in questo modo diventava un po’ cinema, e a sua volta diventa più intimo.

Ma non solo. Per soluzioni più complesse di dialogo tra linguaggi differenti, penso ad Orchidee: è un mio spettacolo teatrale in cui è evidente l’importanza dell’elemento visivo. Le riprese realizzate col cellulare, le immagini video intime e a bassa fedeltà proposte sul grande schermo sopra il palco, creano una dialettica in cui la tecnologia diventa viva.

Ecco allora che quando il Coronavirus si è imposto, bloccando la tournée nazionale e internazionale della compagnia, facendomi rimanere a Catania per diversi mesi, ho deciso di rendere pubblici, diffondendo in rete, quattro miei spettacoli (Dopo la battaglia, Questo buio feroce, Orchidee, Vangelo) sottotitolati in varie lingue (francese, inglese, spagnolo, polacco, portoghese, sloveno, nederlandese, romeno, russo, turco). È stato per me come far vedere un lavoro che in qualche modo si rifaceva ad una dimensione cinematografica ed è per questo che mi sono sentito un po’ come a casa. E parallelamente ho anche pensato alla possibilità che con l’imporsi del virus si potesse reinventare ulteriormente il modo di fare teatro e il modo di fare cinema. Ad esempio fare del teatro apposta come se fosse un film. Questa è stata la prima idea che mi è venuta con l’ingresso del Covid-19 e dei protocolli di contenimento che sono stati adottati.

Questo momento così difficile trasforma la realtà in qualcosa di duro, drammatico, ma la rende anche piuttosto irreale. Questa impossibilità di stare vicino al tuo prossimo ti immerge in qualcosa di inusuale, fin troppo poco naturale, ammantando di surrealtà tutto quanto.

In questa condizione, ad esempio, ho tenuto a luglio un concerto con Enzo Avitabile, Bestemmia d’amore, dove il pubblico in platea stava distante, distribuito in lunghe file, dando vita ad una immagine che aveva qualcosa di De Chirico, che aveva qualcosa di surreale. Il pubblico diventava coreografia di uno spettacolo inedito a cui prender parte. C’era la distanza tra gli spettatori, ma anche la ricerca della più possibile vicinanza consentita; però proprio perché necessitava rispettare i parametri indicati, il pubblico formava queste lunghissime file che erano abbastanza suggestive, ma tutto questo ti faceva prendere coscienza del cambiamento che stiamo vivendo a causa della pandemia. È stata un’esperienza molto importante.

Questo è quello che si è verificato in estate, alla fine della quale ho ripreso la tournée con la mia compagnia, girando per l’Europa e l’Italia. Tutto questo è successo fino a qualche settimana fa, inseguito dai vari lockdown che mi lasciavo alle spalle, concedendomi la possibilità di esibirmi anche a Parigi, in veste di attore, per uno spettacolo del mio amico Amos Gitai.

Ora di nuovo è tutto chiuso e io di nuovo fermo. Però non mi preoccupa e non mi scoraggio. Accetto quello che sta succedendo e modificherò tutto in base a ciò che accade; se dobbiamo trovarci a dover fare uno spettacolo con metà pubblico, lo faremo con metà pubblico; se dobbiamo fermarci per qualche settimana, accetteremo, trovando altre soluzioni di espressione artistica.

C’è sempre la possibilità ad esempio, rispettando tutte le norme, di riprendere un inedito mio spettacolo teatrale per farlo diventare, attraverso le riprese video, qualcosa di nuovo e qualcosa di possibile anche in una fase come questa che viviamo. L’audiovisivo insomma supporta il teatro e questo diventa un nuovo audiovisivo.

Penso che potrebbe essere una prospettiva possibile da sviluppare per i miei prossimi spettacoli, per le mie prossime produzioni: la resa cioè di una fusione delle due anime che contraddistinguono maggiormente i miei lavori, ovvero quella teatrale e quella cinematografica, per la nascita di un qualcosa che possa ibridare ancora di più i linguaggi. Potrebbe essere che i due linguaggi si incontrino, che trovino un loro punto di contatto, così come avviene in Marat/Sade di Peter Brook. Penso che potrebbe dar vita a qualcosa di bello e affascinante.

Potrei portare così avanti le sperimentazioni sviluppate nei miei spettacoli.

In Orchidee ad esempio, come ho scritto, c’è il palco e l’elemento visivo si impone (quanto mi viene difficile scrivere e parlare di Orchidee! Perché c’è Bobò come protagonista che se ne è andato via, sebbene mi sembra che stia ancora qua. La partenza di Bobò per me è stata massacrante, lui era un genio). Orchidee è uno spettacolo in cui, maggiormente rispetto ad altri miei lavori, c’è molto cinema. Ma è un cinema che non lo puoi far vedere nella sala cinematografica, sebbene tu spettatore lo fruisca in uno spettacolo teatrale, con gli attori sul palco; e questo sicuramente è una delle caratteristiche di Orchidee, caratteristica che trasforma l’intero spettacolo, per certi versi, in un film – i due piani, teatro e cinema, si fondono –, con “piani sequenza reali” che al cinema non potresti far vedere in quanto risulterebbero troppo lunghi.

L’idea sarebbe di andare ancora oltre.

Ad esempio, l’uso della realtà virtuale lo reputo interessante; mi interessano le soluzioni attraverso cui questo tipo di tecnologia possa venire incontro ad un regista come me che, sì, usa l’immagine, ma per il quale la presenza della carne e del sangue è necessaria. Mi chiedo così quanto la vicinanza fittizia della realtà virtuale possa raggiungere un forte grado di vicinanza ed essere fruito artisticamente in uno spettacolo teatrale. Io ho già fatto un lavoro in cui utilizzavo il 3D. Poi però, alla fine, ho deciso di non usare più questa tecnologia. C’è stato, infatti, un momento in cui avevo desiderato di sfruttare la tridimensionalità e questo era avvenuto proprio per Orchidee, ma non mi piaceva l’idea di far togliere e mettere gli occhiali 3D al mio pubblico in platea. Ciò che lo schermo offriva erano immagini in 3D, che si “confondevano” con la tridimensionalità dei corpi degli attori, però si creava una forma di ritmo che non mi piaceva, dovuto a questo costante togliere e mettere gli occhiali da parte del pubblico. Sono stato più di un mese a riflettere se l’uso del 3D funzionasse, ma alla fine le limitazioni ancora esistenti in questo campo non l’hanno permesso. Ma sono fiducioso che la tecnologia avanzerà e si troveranno soluzioni che permetteranno un loro utilizzo che risulti meno invasivo, più trasparente.

Scrivo insomma tutto questo per dire che se sei capace puoi trovare nuovi modi diversi. Nel cambiamento c’è sempre una rivolta. E questo dramma che stiamo vivendo potrebbe risultare una svolta per un proficuo cambiamento.

Io, ad esempio, ho attraversato personalmente un momento di crisi. A parte la situazione mondiale attuale piegata dal virus e tutto ciò che ne consegue, io, nella mia intimità, ho vissuto un momento difficile dal quale sto uscendo. E quanto vissuto mi rende ancora più viva l’idea che sia proprio questo momento di crisi – della società e mio – il momento in cui è necessario lavorare per una svolta, per uscirne e orientarsi verso il futuro, proteggendo il presente.

 

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Immagine: Distanziamento sociale per la visione di un film al cinema durante la pandemia da Coronavirus (2020). Crediti: Master1305 / Shutterstock.com

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