14 novembre 2022

Il sapere mitico, a cura di Maurizio Bettini

La domanda relativa a ciò che occorre per raccontare una storia è di una tale complessità da risultare, a conti fatti, insolubile. È però forse possibile provare a rispondervi indirettamente, redigendo una sorta di inventario degli ingredienti che chiunque riterrebbe indispensabili per mettere insieme un racconto. Tra essi vi è indubbiamente un intreccio, all’interno del quale occorre collocare dei personaggi, i quali agiscono in un determinato modo provocando delle reazioni che innescano una serie di eventi. Tutto questo si snoda lungo un certo arco temporale. Tale ricetta, lo si capisce, è sufficiente per mettere insieme una favola della buonanotte: tuttavia, se si pensa ad alcune delle più grandi opere letterarie della storia umana, dallo Šāhnāme di Ferdowsi (m. 1020) fino a Guerra e pace, la cassetta degli attrezzi si limita, incredibilmente, agli stessi componenti basici («Amò in un baleno, finì sotto un treno» era del resto come Umberto Eco riassumeva, efficacemente, Anna Karenina).

A fronte di un polimorfismo infinito e di differenti gradi di complessità sembrano, dunque, esistere alcuni aspetti fondamentali del narrare che accomunano tutti i racconti, da una favola a Proust. Alcuni di questi ingredienti, occorre notare, non vengono mai inseriti dal narratore, ma in un certo senso sono già lì, sin dal principio. Essi fanno talvolta capolino da certe svolte nell’intreccio, dalle tinte adoperate per dipingere i personaggi, dalle loro azioni e da ciò che essi non fanno, dalle conseguenze delle loro (in)azioni. Siamo dunque posti così di fronte alle frontiere del racconto, ovvero alle categorie profonde, ancestrali, che plasmano la cultura propria di ogni narratore. Spesso nemmeno consapevole egli stesso di tale bagaglio, quando si mette a raccontare finisce, prima o poi, per seguirne il tracciato. Queste categorie culturali, detto altrimenti, rinviano a una cosmologia propria sia del narrare sia del narratore, la maniera di rappresentare il (e riflettere sul) mondo circostante, nonché il modo di rappresentarsi all’interno di esso. Cosa significhi essere uomo, il rapporto con la comunità di appartenenza, con la famiglia, la rete di parentela a cui egli è legato, l’appartenenza a un certo genere (o a più), la percezione dell’ambiente (si pensi al mitologema siberiano nella cultura russa da Avvakum a Sorokin), fino alla sfera del numinoso.

 

Il sapere mitico. Un’antropologia del mondo antico, recentemente pubblicato a cura di Maurizio Bettini, può a buon diritto essere considerato un’enciclopedia delle matrici culturali cui si è fatto cenno sopra. Il volume è concepito ed è stato sviluppato da un gruppo di studiosi che si sono impegnati a leggere in controluce una parte non trascurabile dello sterminato patrimonio narrativo del mondo classico: questi racconti sono stati raggruppati, scelta interessante ed estremamente istruttiva, non a partire dalla loro appartenenza a questo o a quel genere letterario, ché è già sovrastruttura, e nemmeno sulla base dei personaggi che in questi racconti figurano come protagonisti (spesso, per la razionalità moderna in modo un po’ buffo, in più di essi, con esiti talvolta difficilmente conciliabili). Al contrario, la scelta è imperniata sulle categorie culturali profonde che articolano tali miti nelle loro sequenze narrative.

Abbiamo dunque racconti che parlano del rapporto con la sfera del sacro, con lo spazio (fisico e antropico), con il tempo, la nascita, il genere o la parentela, e mentre si procede lungo il filo del narrare viene lasciato emergere il profilo delle categorie culturali (che nell’introduzione Bettini definisce «frammenti di cosmologia») che tali miti accomunano. Nello stesso tempo, gli autori dei singoli contributi hanno deciso di mettere in luce le modalità specifiche secondo cui, in ciascun racconto, le categorie culturali di cui sopra sono state declinate. Un aspetto cruciale del saggio, che lo rende una lettura estremamente accattivante, consiste nel fatto che, contrariamente a quanto l’esposizione potrebbe dare ad intendere, la narrazione non è stata sacrificata sull’altare dell’antropologia: al contrario, il racconto è il vero protagonista di ciascuna delle dieci sezioni che compongono il saggio, lasciando correre il filo delle storie in attesa di un momento rivelatore, che come la celeberrima madeleine della Recherche, porti alla memoria, e con essa alla coscienza, le categorie culturali alla base dell’intero racconto, e che ne articolano lo sviluppo. Così facendo, emerge una sorta di mappa culturale del mondo classico (greco e romano). Ciò che colpisce di questa sofisticatissima operazione, è che siamo di fronte ad una mappa narrativa, perché è costruita di e attraverso i racconti. Essa si fonda, nell’opinione di Bettini, sulla fiducia che il narratore non si limiti a raccontare fatti o eventi (o peggio ancora a inventarseli di sana pianta, come spesso rimproverato, per esempio, a Erodoto, le cui Storie hanno iniziato a svelare tesori senza fine nel momento in cui, non a caso, si è iniziato a leggerle attraverso una lente antropologica), ma bensì nella convinzione che egli (o ella) abbia contestualmente la capacità di fare riferimento ad altro, alla cultura che attraverso la parola parlata si manifesta.

Leggere Il sapere mitico, di per sé un titolo estremamente significativo, costituisce dunque una doppia opportunità. Da un lato, si tratta di un’occasione per rileggere, o leggere per la prima volta, una pletora di racconti che hanno impresso un marchio indelebile sui frammenti di cosmologia non solo del mondo antico, ma anche di quello, ipertecnologico, cinico e non di rado molto spocchioso, nel quale viviamo. La seconda opportunità che si presenta al lettore è quella di guardare a queste storie esplorando i cammini della cultura che le hanno generate. Racconti che raccontano, dunque, e che allo stesso tempo parlano. La disposizione plutarchea (un raffronto, per esempio, tra i miti relativi alla comunicazione in Grecia e a Roma) presenta un ulteriore, notevole vantaggio: porre a confronto le due culture cardine, oggi spesso vilipese, ma il cui Fortleben, non di rado sfruttato strumentalmente, è assai lungi dall’aver esaurito il proprio percorso, della cosiddetta civiltà occidentale, onde mettere in luce tanto i punti di contatto quanto le differenze. La comparazione, occorre notarlo, ha il merito di evidenziare meglio le caratteristiche distintive di entrambe le culture, mettendo in luce tratti che, ad un esame separato, rimarrebbero nell’ombra.

E che dire della mancanza stessa di elementi di comparazione (non esistono teogonie a Roma: la Grecia ne è piena)? La presenza dell’assenza è essa stessa rivelatrice, per via narrativa, delle coordinate culturali dei greci e dei romani. Nel complesso, si tratta di un repertorio prezioso, che può essere consultato con uguale profitto (o letto d’un fiato con non minore soddisfazione) dal lettore ingenuo come dallo specialista. A voler essere pignoli, dispiace che da questa vertiginosa esplorazione del sapere mitico del mondo antico (mediterraneo, se si preferisce) sia rimasto escluso il Vicino Oriente. Tutte le storie, infatti, hanno un passato: la vicenda del povero Ecateo – riferita, significativamente, da Erodoto, cronista della più celebre vittoria della storia greca a Salamina ma suddito, e figlio, dell’Impero achemenide – ridicolizzato dai sacerdoti egizi che non sanno cosa farsi delle sue sedici generazioni di antenati a fronte delle trecento e passa che fan bella mostra di sé nelle statue di un tempio lungo il Nilo dimostra come, a coloro di cui ci piace definirci eredi, era chiarissimo che le origini della loro civiltà, e forse della civiltà in quanto tale, erano altrove. Faremmo bene a rammentarcene.

 

Il sapere mitico. Un’antropologia del mondo antico, a cura di Maurizio Bettini, Torino, Einaudi, 2021, pp. 598

 

 

Immagine: Bassorilievo nell'antica città di Myra, Demre, Turchia. Crediti: Ihor Bondarenko / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata