4 aprile 2018

Il sound dell’integrazione di Martin Luther King

«Tell them about the dream, Martin, tell them about the dream!». Non era la prima volta che Martin Luther King Jr. usava la metafora del sogno, ma nel più celebre dei suoi discorsi, quello conclusivo della marcia su Washington per il lavoro e la libertà del 28 agosto 1963, non l’aveva prevista e fu Mahalia Jackson, che bene conosceva i suoi comizi, a incitarlo a evocarla. Mahalia era un’attivista e la più famosa delle cantanti gospel, e la sua voce avrebbe accompagnato King fino alla morte, il 4 aprile 1968, intonando al suo funerale il tristissimo canto Take my hand, precious Lord.

La musica fu sempre una forte alleata del movimento guidato da King, e oltre ai suoi sermoni, anche i suoi discorsi, quasi composti in rima, erano intrisi di sonorità gospel, che da canto evangelico identitario delle Chiese metodiste afroamericane era diventato all’epoca più esplicito veicolo di protesta politica contro la segregazione razziale.

We shall overcome (“Noi ce la faremo”), l’inno del movimento pacifista e per i diritti degli afroamericani, è il riadattamento folk di una canzone gospel di inizio Novecento, che passò di ‘voce in voce’ con diverse variazioni sempre più collettiviste e consapevoli tra gli afroamericani fino a Pete Seeger, tra i maggiori cantanti folk, che aggiunse il verso «We’ll walk hand in hand» e lo divulgò anche tra i bianchi: veniva cantato durante gli scioperi, nel corso dei funerali dei ‘caduti’ del movimento e da migliaia di attivisti – sui treni, nelle stazioni, sugli autobus – che si recavano alle manifestazioni, forse anche per darsi coraggio, dato il clima di estrema violenza razzista e il rischio che si correva, se eri nero, anche col banale manifestare. La forza di quello slogan e la sua capacità di infondere speranza si possono cogliere appieno in un discorso pronunciato da King il 16 giugno 1966 in una chiesa battista di Los Angeles (parzialmente ripreso poi in un altro del 31 marzo 1968, 4 giorni prima del suo assassinio), in cui la vittoria veniva preannunciata con vigore profetico come certa – nonostante i licenziamenti, le morti, le carcerazioni, le vessazioni –, perché «l’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia». Ma davvero innumerevoli sono i contesti, laici e religiosi, in cui venne citato, e certamente la sua condivisa incisività politica sfugge oggi alla maggior parte di noi.

 

 

Fu a partire dal gospel, e dal suo incontro con il folk, che in America all’epoca la musica divenne una protagonista di quella cultura politica. Anche How I got over, il brano del 1951 composto da Clara Ward e cantato per esempio da Mahalia Jackson sempre alla marcia di Washington, era in origine un canto religioso di ringraziamento, che nel corso delle lotte civili si caricò di significati politici: «My soul look back and wonder how I got over» (“La mia anima guarda indietro e mi chiedo come ce l’ho fatta”), con sempre più limpido riferimento alla violenza razzista e allo schiavismo. In quella stessa occasione si esibirono diversi cantanti, molti bianchi: Joan Baez cantò (ed era stata la prima a inciderlo nel 1963) We shall overcome e Oh, Freedom!, l’altro brano simbolico delle lotte per la libertà degli afroamericani, risalente alla guerra civile americana; Bob Dylan, Only a pawn in their game, dedicato all’attivista assassinato nel 1963 Medgar Evers; Peter, Paul and Mary cantarono Blowin’ in the wind dello stesso Dylan; Odetta la splendida I’m on my way; e altri ancora.

È impossibile ripercorrere in poche righe la storia delle canzoni politiche di quell’epoca. La musica anche successivamente non ha mai smesso di dedicare tributi a King, e numerosissimi sono i riferimenti a lui e ai suoi discorsi presenti nelle canzoni: un Catalog of music written in honor of Martin Luther King, Jr, a cura di Anthony McDonald (1a edizione 1996, nel 2011 giunto alla 3a), elenca le numerosissime opere musicali destinate a celebrare la festività nazionale statunitense del Martin Luther King Day, individuandone centinaia specificamente dedicate a lui. Qui ci limiteremo a ricordare esclusivamente alcuni famosi pezzi rock e pop: Elvis Presley con If I can dream; gli U2 con Pride (in the name of love), in cui si cita l’omicidio («Early morning, April four/ Shot rings out in the Memphis sky/ Free at last, they took your life/They could not take your pride»); Ben Harper, con Like a King; i Linkin Park, con Wisdom, justice and love; Michael Jackson con, tra i tanti, They don’t care about us.


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