14 giugno 2022

Il tempio del Bob Dylan Center

I versi di Bob Dylan volano alto e liberi nel panorama del cantautorato d’Occidente. Il genio nato Robert Allen Zimmerman (nel 1941, a Duluth, nel Minnesota) ha cesellato testi di canzoni che hanno scosso la Storia. Ed ora quella musica tanto chiara quanto enigmatica ha trovato un porto sicuro. La voce di Dylan viene custodita e il suo sguardo sulle cose e sulla natura umana protetto. Così una visita al Bob Dylan Center inaugurato il 10 maggio a Tulsa, in Oklahoma ‒nel cuore dei territori dei nativi americani ‒ è una esperienza fenomenologica, estetica e quasi esoterica alla quale non ho resistito. Quelle lyrics mi hanno tirato su a briciole di pane, allevandomi con cura amorosa. Varcare la soglia del Bob Dylan Center è entrare nel tempio di Dylan. Ne colgo la visione interna e mi pare quasi un tempio di Mnemosyne, la Mother of Muses da lui cantata nell’ultimo album Rough and Rowdy Ways. In questi spazi incontri i misteri delle nove muse che hanno un potere straordinario sull’arte, lo storytelling e la memoria.

Il Bob Dylan Center conserva oltre 100 mila oggetti relativi all’intero arco di una carriera lunga e ancora attiva. Taccuini, manoscritti, registrazioni inedite di brani, concerti e filmati, e ancora, carteggi, disegni e pezzi di vestiario costituiscono le collezioni permanenti a disposizione del pubblico, dei fan e degli studiosi. Il museo è a tre piani e consiste in uno spazio espositivo di 3000 m2 che ospitano 16 mostre. Vi è inoltre un’area di 500 m2 riservata agli archivi.

La facciata del Bob Dylan Center dove campeggia un murale del celebre cantautore americano che riprende un ritratto fotografico firmato da Jerry Schatzberg (foto per gentile concessione di Mariella Radaelli)

L’edificio era una vecchia cartiera trasformata mirabilmente dallo studio di architettura Olson Kundig. Sulla facciata campeggia un murale che riprende un ritratto fotografico di Dylan realizzato da Jerry Schatzberg nel 1965 e intitolato Edenic Innocence (lo scatto originale è all’interno in mostra). Il Bob Dylan Center si trova nel quartiere artistico di Tulsa, ed è adiacente al Woody Guthrie Center. Entrambi sono gestiti dall’American Song Archives, un progetto della George Kaiser Family Foundation, che acquisì gli archivi di Dylan nel 2016 e quelli di Guthrie nel 2011. Nelle vicinanze c’è il mitico studio di registrazione The Church Studio, un tempo proprietà di Leon Russell, e i musei di riferimento per le ricerche sulla storia degli Indiani d’America, come il Gilcrease Museum.

 

«Il nostro scopo è presentare questa mole di documenti nei modi che rendano giustizia a un artista così complesso», mi dice Steven Jenkins, direttore del Bob Dylan Center. «Noi non vogliamo definirlo né fingere di averlo compreso. Ed ora che abbiamo accesso ai suoi materiali vogliamo suggerire le molte versioni sia dell’uomo sia dell’artista e onorare la sua inafferrabilità e apertura mentale». Proprio Dylan nel recente brano I Contain Multitudes afferma di «contenere moltitudini», sottolinea Jenkins. «Pertanto anche il Bob Dylan Center contiene moltitudini».

Una grande scultura di metallo disegnata e costruita da Bob Dylan accoglie i visitatori nel foyer del Bob Dylan Center (foto per gentile concessione di Mariella Radaelli)

Nel foyer scorgo una grande scultura di metallo alta 5 metri. L’ha realizzata Dylan nel suo studio Black Buffalo Artworks. «Gli elementi in metallo assemblati ad arte in un unico totem astratto simboleggiano l’industria americana», spiega Jenkins. «Questa scultura misteriosa è un Dylan in tutto per tutto».

 

Quasi tutti i 100 mila oggetti del Center non sono mai stati visti prima poiché «lo stesso Dylan li aveva conservati per decenni», dice Jenkins che mi mostra taccuini contenenti i testi manoscritti di Jokerman e Dignity, e altri brani scritti su cancelleria di hotel. «Le sue canzoni non sgorgano dalla mente come una sorta di processo alchemico. Dylan fa il mestiere di ogni scrittore: scrive e riscrive. Cancella versi; gioca con la scelta di parole alternative e infine fa un accurato lavoro di bulino. Questi taccuini rivelano un artista alle prese con il proprio processo creativo, senza paura di scoprire dove lo porterà». Filologicamente importanti sono i Blood Notebooks, tre taccuini con rilegatura a spirale. Contengono i testi dell’album del 1975 Blood on the Tracks. «Da tempo si diceva che questi quaderni esistevano», spiega Jenkins. «Ma solo uno era noto con certezza perché parte della collezione della Morgan Library di New York. Ma quando abbiamo acquisito gli Archivi, abbiamo scoperto altri due quaderni dello stesso periodo ed ora li abbiamo esposti tutti e tre insieme. Questi taccuini sono una rivelazione per chi è ossessionato da Blood on the Tracks, da canzoni incredibili come Tangled Up in Blue, Simple Twist of Fate e Shelter from the Storm».

Un angolo del Bob Dylan Center (foto per gentile concessione di Mariella Radaelli)

Jenkins ama studiare le lettere che Dylan scrisse agli amici e colleghi che ammirava, in primis Jimi Hendrix. E poi le missive dei musicisti amici a Dylan, tra cui quelle di Johnny Cash e Pete Seeger. «Ti fai proprio l’idea di Dylan come amico e confidente», dice. Tra le mostre mi soffermo su Nine Eras curata da Sean Wilentz, un professore di Storia americana di Princeton che ha suddiviso la vita e l’opera di Dylan in nove periodi: dagli esordi fino all’ultimo album Rough and Rowdy Ways e il concerto virtuale Shadow Kingdom. I visitatori seguono questa linea cronologica attraverso pannelli multimediali. In un’altra sezione del Center, la Columbia Records Gallery, è allestita l’esposizione Six Songs. Spiega Jenkins: «Abbiamo scavato in profondità negli Archivi per trovare materiali che traccino la scrittura, la registrazione, la produzione, l’esecuzione e il dopo vita di sei canzoni chiave: Chimes of Freedom, Like a Rolling Stone, The Man in Me, Not Dark Yet, Jokerman e Tangled Up in Blue». Al secondo piano un cinema di 55 posti a sedere sta trasmettendo filmati inediti del Rolling Thunder Revue tour, mentre entriamo nella Sala di controllo del Church Studio che ospita non più di quattro persone alla volta. Jenkins spiega come funziona questo microspazio che simula uno studio di registrazione «dove si può giocare a essere produttore o ingegnere del suono». Pigiando alcuni pulsanti, vedo nascere canzoni memorabili. «Abbiamo usato la tecnologia per separare le diverse componenti sonore di una canzone, quelle che in gergo sono conosciute come “song stems”». Jenkins gira una manopola e isola il magico riff dell’organo Hammond suonato da Al Kooper in Like a Rolling Stones. Poi estrae la voce di Dylan in I Want You.

I visitatori vengono ispirati a giocare con il proprio pensiero creativo all’interno del Bob Dylan Center (foto per gentile concessione di Mariella Radaelli)

Come conferma il riconoscimento del Nobel per la Letteratura 2016, Dylan ha assunto un profondo impegno con la parola. Le sue canzoni non confinano con la letteratura: sono letteratura, poesia americana anche se Dylan non appartiene al canone dei poeti americani. Ma è stato amico dei poeti beat, soprattutto di Allen Ginsberg. E a questo legame il Center rende omaggio. Scorgo una copia di Howl di Ginsberg. Molti libri beat si trovano nel Gift Shop e nell’angolo libreria, la Reading Alcove, al primo piano, dove mi fermo per una pausa di lettura. Quest’anno l’Università di Tulsa terrà la conferenza annuale dedicata proprio al rapporto tra Dylan e i beat. Il Center offre opportunità e apre le porte agli studiosi dell’opera di Dylan. Ricercatori accedono ai materiali degli archivi curati dal dottor Mark Davidson. Si vuole inoltre stabilire un dialogo con il Dylan pittore e scultore. Jenkins mostra una serie di opere a pastello che Dylan realizzò nel 2012. Sono ritratti fatti ad amici. Ma anche «la moda è una lente illuminante attraverso la quale analizzarne la carriera», dice Jenkins.  Lo stile di Dylan non passa inosservato. Ci sono i capi indossati nel film Masked and Anonymous e nel filmato del brano Cold Irons Bound. E anche la mitica giacca di pelle nera indossata nella storica, rivoluzionaria, ‘elettrica’ performance al Folk Festival di Newport del 1965, quando Bob oltraggiò il santuario della musica folk con una Fender Stratocaster.

 

Quando nel 2016 si profilò l’idea di un museo a Tulsa, Dylan dichiarò: «Sono felice che i miei archivi raccolti in tutti questi anni abbiano finalmente trovato una casa e che vengano collocati accanto all’opera di Woody Guthrie e ai preziosi manufatti delle nazioni dei nativi americani. Per me questo ha molto senso ed è un grande onore». Guthrie, il grande menestrello e ‘hobo’ venerato dal giovane Dylan era figlio di queste terre ancora riserva indiana. Il Center non solo collabora con l’Università di Tulsa che gestisce l’Institute for Bob Dylan Studies, ma attingerà anche dalla ricchezza spirituale degli artisti indiani d’America. E lo sta già facendo con Joy Harjo, poetessa appartenente alla tribù Creek di Tulsa, scelta dal Bob Dylan Center come prima artista in residenza. Per ora Dylan non ha visitato il Center. «Si fida della nostra gestione», dice Jenkins. «Lui sa che l’invito è sempre valido ma se deciderà di non venirci a trovare, non ci sorprenderemo. Ha sposato la filosofia del guardare sempre in avanti e mai indietro. Non ama fare esercizi di nostalgia». Ma di Tulsa ha appena detto di apprezzare «the hum of the heartland», l’energia del cuore della gente comune.

 

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Immagine di copertina: Filmati e registrazioni inedite scorrono all’interno degli spazi del Bob Dylan Center, Tulsa, Stati Uniti (foto per gentile concessione di Mariella Radaelli)

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