10 gennaio 2021

Il tempo plurale

È un singolare destino, quello del tempo. Il destino di pervadere ogni esperienza; di essere la condizione stessa del linguaggio – per parlare enunciamo infatti una parola dopo l’altra –; di costituire il nucleo della materia atomica, molecolare, biologica, psichica, cosmica, e però di essere compreso con difficoltà e persino di essere messo in dubbio, nonostante la schiacciante forza del suo apparire.

È che si tratta di un apparire molto particolare. Il tempo non lo si vede, annusa, tocca, non lo si gusta, non lo si ascolta, non lo si percepisce. Almeno è questo che di solito si dice. E invece se si sta un po’ più attenti vedremo che la realtà è diversa.

Il tempo infatti lo si tocca negli oggetti che si modificano, invecchiano, decadono. Lo si ascolta in ogni brano musicale, a qualsiasi genere, epoca, autore appartenga; non a caso per comporre e per eseguire un qualunque brano la prima condizione è stabilire e comunicare i tempi musicali. Lo si annusa nel mutare dei profumi, così diversi nelle diverse età degli enti e delle stagioni. E soprattutto il tempo si vede. Dove? Ovunque. Nella trasformazione che muta in ogni istante le caratteristiche degli enti; nell’accadere degli eventi; nell’insieme degli enti e degli eventi, che chiamiamo processi.

Tra questi enti, eventi e processi, il tempo emerge con chiarezza dentro i corpi, in ogni essere vivente e specialmente nei nostri volti. Più di ogni altro ente, è il volto umano a costituire il luogo nel quale il tempo si fa visibile, poiché è nei volti che la materia continuamente vibra e il tempo si incarna. Guardarci allo specchio significa scoprire di volta in volta l’orologio del mondo, del nostro mondo, del mondo che noi stessi siamo. Il volto è una parte complessa, espressiva, delicata e direi magica della corporeità. Il tempo si fa dunque percepibile negli organismi, per i quali il tempo costituisce la dinamica originaria, ultima e fondante. Siamo tempo che cammina.

E quindi il tempo è certamente una struttura matematica e fisica esprimibile con la ricchezza e il rigore delle equazioni ma è anche il più radicale dei sentimenti umani. È la dimensione nella quale enti, eventi e processi esistono. Tutto ciò che c’è nel mondo è in sé temporale ed è per questo che noi siamo immersi nel tempo saputo (cognitivo) e nel tempo vissuto (fenomenico).

Ogni filosofia consapevole della ricchezza e complessità del mondo coniuga il tempo cognitivo e quello fenomenico all’interno di un sapere vivo, capace di sentire e di vedere che il tempo è – detto adesso in termini un poco più esatti – l’identità della linea generata dagli eventi e la differenza degli eventi generati. Questa definizione significa semplicemente che la struttura temporale del mondo non è costituita da una qualche corrente dentro la quale gli eventi accadono ma che a produrre il flusso temporale è lo stesso accadere degli eventi. Non esiste, in altre parole, una retta del tempo dentro la quale gli eventi scorrono ma sono gli eventi che esistendo producono tale retta. Non c’è un tempo nel quale gli eventi accadono ma l’accadere degli eventi è il tempo. Che dunque non è un dato soltanto mentale e neppure soltanto fisico.

Il tempo, in sintesi, è la differenza della materia nei diversi istanti del suo divenire ed è l’identità di questo divenire sia nel permanere di quella particolare materia (nonostante tutte le trasformazioni da essa subite) sia in una coscienza che coglie il divenire e la sua molteplicità: dal puro sussistere fisico-chimico all’esistere come coscienza consapevole. Il tempo èquindi l’essere nella sua unità plurale di identità e differenza.

Proprio per questo il tempo ha molte manifestazioni, si dice in tanti modi, è plurale: il tempo cosmico dei miti più antichi e dei primi racconti filosofici; il tempo fisico studiato da una ricca varietà di discipline, tra le quali primeggia appunto la fisica; il tempo convenzione dei calendari e degli orologi; il tempo sociale e antropologico dei riti, delle feste, dei ritmi quotidiani, del lavoro, delle città; il tempo psicologico diverso nelle diverse condizioni; il tempo genetico dei ricordi nostri e dei nostri avi; il tempo corpomentale al quale ho accennato prima, quello che scaturisce dalla corporeità viva che sa di esistere nel flusso inarrestabile degli eventi.

Se nelle difficoltà dell’esistenza umana la filosofia può dare una ‘dritta’ e suggerire un piccolo segreto per vivere meglio, esso consiste dunque nell’evitare l’errore di negare il tempo, anche nel senso di pensarlo come un nostro nemico. Essere amici del tempo – e accettare dunque la potenza del suo dileguare – è invece la condizione di ogni serenità. Perché essere amici del tempo significa semplicemente diventare amici di noi stessi, che siamo tempo incarnato.

E allora si comprende meglio la difficoltà da cui siamo partiti: comprendere il tempo è difficile perché è come per l’occhio voler guardare se stesso. Può farlo solo in uno specchio. Questo specchio è la filosofia.

 

Immagine: Sabbia che attraversa i bulbi di una clessidra che misura il tempo che passa. Crediti: Min C. Chiu / Shutterstock.com

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