27 agosto 2021

Il vento della rivoluzione, di Marcello Flores e Giovanni Gozzini

 

Secondo un micidiale aforisma di Woody Allen, «Dio è morto, Marx è morto e anche io non mi sento troppo bene». Se si escludono ritualità nostalgiche e le opportunità editoriali fornite dagli anniversari, perché mai dedicare ancora spazio, a cent’anni dalla sua, travagliatissima, nascita e a trenta da quella che, con Momigliano, si potrebbe a buon diritto definire La caduta senza rumore di un impero, alla vicenda del movimento comunista italiano?

Il vento della rivoluzione offre una nutrita serie di risposte a un interrogativo, tutt’altro che illegittimo, come quello di cui sopra, non mancando al contempo di fornire una ricca messe di spunti di riflessione che ogni sinistra (non solo in Italia) farebbe bene a non trascurare. Ciò naturalmente ammesso che essa ancora ambisca, da un lato, ad essere all’altezza del proprio ruolo di promotrice di quell’Utopia attiva che Zygmunt Bauman ha riconosciuto quale forse l’eredità più luminosa del socialismo; dall’altro a non ripetere, nella tragedia come nella farsa, una serie impressionante di errori che nel tempo ne hanno sancito la totale perdita di credito, non da ultimo proprio presso quei Dannati della terra ai quali avrebbe dovuto in primo luogo rivolgersi.

Il (sotto)titolo del saggio di Marcello Flores e Giovanni Gozzini non deve ingannare. Certo, il cuore del volume è costituito da quella che si potrebbe, non a torto, definire la prima parte (capitoli 1-3, pp. 3-107), dedicata alle «cause profonde» di tucididea memoria all’origine della scissione di Livorno del 1921 e alla conseguente nascita del Partito comunista (PC). In prima fila vi è la guerra mondiale, la quale manda in frantumi, non solo in Italia, una visione del mondo che celebra i propri fasti in un clima galvanico a base di ottimismo fideistico e isteria catastrofista tra l’ultimo decennio del XIX secolo e il primo del successivo (cfr. le pp. 174-177, in cui non a caso fa capolino una testimone quant’altri mai perspicace di quelle atmosfere, pur dalla propria «sublime distanza» nella Pietroburgo decadente degli anni Dieci, quale Anna Achmatova).

A strettissimo giro di posta segue l’ottobre, da un lato figlio diretto della catastrofe bellica, e della capacità quasi istintuale di Lenin di leggere gli eventi come forse nessuno all’interno delle classi dirigenti – per lo meno – dei Paesi belligeranti e, dall’altro, padre (nell’opinione degli autori anche padrone) spirituale sia del neonato «piccolo partito» (pp. 85-92) italiano sia di una mitologia il cui spettro – nemesi della storia – si sarebbe aggirato nei circoli dirigenti italiani per un settantennio. Non è un caso, insomma, argomentano Flores e Gozzini, che PC e URSS nascano (pressappoco) e muoiano, letteralmente, in simultanea.

L’esposizione è limpida, l’argomentazione cristallina, il giudizio severissimo (benché, forse anzi proprio perché, molto sofferto). Il più forte Partito comunista d’Europa (in proporzione in grado di esercitare negli anni Cinquanta una capacità attrattiva superiore persino alla casa madre sovietica) nasce da una sconfitta elettorale (la prima di una lunga serie); quest’ultima frutto di un abbaglio (la convinzione di poter applicare meccanicamente un modello – quello insurrezionale bolscevico – come se si trattasse di una formula matematica, valida in ogni tempo e in ogni luogo in virtù delle ferree leggi del materialismo dialettico); essa a sua volta contemporaneamente frutto e causa di una valutazione grossolanamente errata (diretta conseguenza di un’ignoranza non meno crassa) del contesto socioculturale di quello che si vagheggia essere il proletariato italiano.

Da qui, tra l’altro, la miope valutazione del fascismo in fase sempre più aggressivamente ascendente (pp. 97-106) e il vicolo cieco di una fedeltà (non meno cieca: Togliatti, a voler essere cauti, non esce immacolato dalle pagine del saggio) a Mosca foriera nel tempo di contorsionismi imbarazzati, imbarazzanti e – specialmente nel corso degli «anni cannibali» nei tardi Trenta ‒ ai limiti del criminale.

Questi difetti congeniti, perché tali sono, e per precise ragioni storiche, nella tesi di Flores e Gozzini, finiranno per provocare (o accentuare?) uno scollamento tra idea (o illusione) e corpo sociale – si veda a questo proposito il micidiale paragrafo su «ideologia e conoscenza», pp. 107-112 – il cui sbocco ultimo, nonostante i tentativi (abortiti: è la tesi de La metamorfosi di Canfora) di Togliatti stesso nel primo dopoguerra, sarà una lenta agonia ed una morte che, con il senno di poi ampiamente annunciata, ciò nondimeno colse (molti) di sorpresa, aprendo una nuova stagione, se migliore spetta ad altri giudicare, della politica italiana e per più versi europea (ma in realtà a tutti gli effetti mondiale).

Volendo porre la questione da un altro punto di vista, la parabola del PC sembrerebbe confermare la bontà della lettura storica dell’epoca (presente e futura) data da Filippo Turati, padre nobile e ‒ in perfetto stile edipico ‒ prontamente assassinato dalla nuova falange rivoluzionaria capeggiata da Bordiga, secondo la quale l’unica via ad una democrazia di impronta sociale era, e avrebbe continuato ad essere, quella di un riformismo alieno da partigianerie e settarismi i quali, come la storia avrebbe dimostrato, da destra come da sinistra paiono destinati ad un solo esito: la violenza.

A queste critiche non si può, né si dovrebbe, sfuggire. La trasformazione – o si trattava forse di uno sviluppo naturale? – del marxismo in una religione laica di impronta apocalittica (è la tesi portante de La casa del governo di Slezkine) ha avuto come conseguenza ineluttabile, argomentano gli autori, la liquidazione sotto le etichette più turpi (per esempio quella di sentimentalismo borghese) della salute dell’umanità – o, per dirla con Auerbach, della sua schiera eletta nella figura del proletariato – in favore di una salvezza in nome della quale si è giustificato qualsiasi prezzo. Il mondo si cambia vivendo in esso, non rifiutandolo.

Fare i conti con la propria storia è una premessa ineludibile per costruire qualcosa di veramente nuovo e, se possibile, non solo foriero di cocenti disillusioni pagate con sofferenze inenarrabili e compromessi laceranti. Resta da capire – e in merito gli autori non si pronunciano – se avesse torto o no Rossana Rossanda quando sosteneva che «il comunismo ha sbagliato, ma non era sbagliato». Non si tratta di una questione triviale.

Turati aveva ragioni da vendere nel suo monito contro la generazione che si apprestava, forse con troppa sicumera, ad esautorarlo: ciò che egli, e non solo lui, sottostimava sembra essere stata la capacità di un sistema economico (che è poi, soprattutto, un’ideologia) di appropriarsi, distorcendole a proprio vantaggio, anche delle più sincere istanze di cambiamento e di giustizia sociale trasformandole nell’ennesimo puntello all’ordine da esso costruito ed indispensabile alla propria sopravvivenza; un ordine ‒ come, ultime di una lunga teoria, le recenti cronache pandemiche hanno eloquentemente mostrato ‒ che si fonda su un’espansione tendenzialmente infinita a carattere predatorio e, in ultima analisi, autofago. Un detto persiano sostiene che, «se quel che vedi allo specchio non ti piace, non prendertela con lui». Analogamente, non ci si può lamentare delle presunte storture – che sono invece componenti strutturali – di un’entità, Il Capitale, che fa quello per cui è nata: riprodursi, costi quel che costi. Se non altro, la vicenda storica del PC (per tacere di quella dei suoi omologhi internazionali) dovrebbe (ma può ancora?) fungere da perenne memento di ciò che si sarebbe voluto (dovuto) fare di contro a ciò che si è fatto, onde riprendere un sentiero interrottosi troppo presto, ma i cui tesori nascosti sono, forse, ancora lungi dall’essere stati portati alla luce.

«Siamo realisti, ma sogniamo l’impossibile»: nonostante Il vento della rivoluzione sembri aver lasciato da tempo il posto a una debilitante bonaccia, c’è ragione di sostenere che in nulla queste parole, le quali incarnano come poche altre il senso più nobilmente utopico di ciò che è (stato?) il comunismo, abbiano perso la propria capacità di interpretare l’esistente al fine di cambiarlo davvero.

 

Marcello Flores, Giovanni Gozzini, Il vento della rivoluzione. La nascita del Partito comunista italiano. Roma-Bari, Laterza, 2021, pp. 251

 

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