24 novembre 2022

In Val Trebbia, seguendo il fiume che non c’è

Metti una domenica di sole in Val Trebbia, in quel territorio a sud di Piacenza che da piatto e piano si fa via via più irregolare, salendo verso il Passo del Penice, il Piemonte e la Liguria. Trafficate strade statali intersecano carreggiabili di campagna, orizzonti lineari e filari di gelsi, testimonianze di vecchi confini nei campi spogli autunnali. Si vorrebbe seguire il fiume, quel corso liquido chiamato al femminile che segna la valle e disegna il tragitto dal capoluogo fino a Bobbio. La Trebbia però è sparita: là dove c’era l’acqua ora ci sono ghiaia e massi e il suo letto è ridotto a un arido serpentone pietroso, interrotto solo da pozze e acquitrini. Qui c’è una tenda piantata tra le anse, a ridosso dell’argine un uomo passeggia con il cane, laggiù alcuni ragazzi prendono il sole tra i ciottoli. A ogni curva si spera di scorgere il flusso gagliardo della corrente, ma l’aspettativa ogni volta è delusa: il poderoso affluente di destra del Po al momento è scomparso, ennesima vittima dell’eccezionale siccità di questo 2022 così avaro di frescura e di pioggia.

 

La Trebbia a Rivergaro, ottobre 2022 (foto di Valeria Canavesi)

Prima tappa a Rivalta, piccolo borgo sovrastato da una torre di guardia medievale. Ogni cosa qui è ben tenuta, ordinata, perfetta. Anche troppo: il castello, le case e la chiesa fanno bella mostra di sé tra le botteghe, i ristoranti, i muri ripuliti e le panchine ordinatamente disposte. Si respira un’atmosfera poco vissuta e a favore di turista: una dimensione purtroppo comune a molti paesi dell’entroterra nazionale, spopolati di abitanti e assaltati dai visitatori occasionali. Anche qui il fiume non si vede e non si sente; meno male però che il paesaggio intorno ripaga con gli interessi: il bosco di Croara, raro esempio di foresta planiziale, ci accompagna verso Travo con il fuoco dei colori autunnali e la lussureggiante presenza di castagni, cerri, frassini, roverelle. All’entrata del paese svettano alcune costruzioni in legno: si tratta delle capanne del Parco archeologico di Travo, ricostruite dove sorgevano i casoni preistorici di età neolitica, arredate con copie dei reperti rinvenuti durante gli scavi. Dovremmo essere a due passi dalla Trebbia, ma anche qui scorgiamo solo arbusti e cespugli cresciuti con invadenza nel suo alveo. Dell’acqua, nessuna traccia. Sul ponte che porta a Rivergaro la visuale si apre nello sconforto: il fiume è ridotto a una striscia di acqua bassa che si muove pigra accanto alla SS 45. La strada scorre veloce insieme a biker e motociclisti; i paesi scivolano via tra boschi, locande e campi brulli. Tra una curva e l’altra, ciò che resta della Trebbia appare e scompare come in un grottesco nascondino. L’idea è di stanarla a Bobbio, sotto il ponte emblema della cittadina emiliana, quel Ponte Gobbo lanciato dal centro storico verso i calanchi dell’altra sponda. Ed eccola, la prova del nove: sotto i 273 metri di saliscendi di questo straordinario manufatto scorre adagio ciò che rimane del fiume.

 

Vista di Bobbio dal Ponte Gobbo (foto di Valeria Canavesi)

Delle undici arcate (undici!) solo un paio assolvono allo scopo di sovrastare l’acqua e alcune domande sorgono spontanee: cos’era la Trebbia secoli fa? Quali correnti ne segnavano il corso? Dove è finita tutta quella portata di acqua, di energia e di vita? Oggi lo spazio sottostante è per metà occupato da strade, parcheggi e cantieri: segno che l’agonia del fiume non riguarda solo questo siccitoso 2022. E là, sotto le ultime arcate, dove la Trebbia potrebbe scorrere in pace, rimane solo un timido torrente, stretto tra l’argine e l’ennesima distesa pietrosa. Il cambiamento climatico qui ci sfida guardandoci dritto negli occhi, eppure sul ponte le persone sorridono come al solito, scattando selfie e scartocciando caldarroste. La passeggiata a Bobbio aiuta solo un po’ a rasserenare i pensieri: tra le vie e la bella piazza si intuisce la forte vitalità di questo borgo, cresciuto intorno all’antichissima abbazia fondata nel 614 da san Colombano. Intanto si è fatta sera: non c’è tempo per lo straordinario tappeto mosaicale della chiesa abbaziale e per il castello Malaspina che vediamo da lontano. Ci ripromettiamo di tornare e, chissà, magari insieme al fiume.

 

Immagine di copertina: Il Ponte Gobbo o Ponte del Diavolo, Bobbio, Piacenza (foto di Valeria Canavesi)