21 febbraio 2021

Versi come boccate d’ossigeno. Intervista a Antonella Anedda

 

Leggendo il nuovo libro di Antonella Anedda, Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola (Chiarelettere, 2021), scritto con Elisa Biagini e curato da Riccardo Donati, mi torna in mente un breve passaggio del discorso tenuto dal poeta Ghiorgos Seferis nel 1963, quando gli venne conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Seferis disse:«La poesia affonda le sue radici nel respiro umano – e che sarebbe di noi, se il nostro respiro venisse meno? È un atto di fede – e Dio solo sa se i nostri mali peggiori non li dobbiamo alla mancanza di fede» (trad. M. Caracausi). Risulta immediata, quasi naturale, l’associazione tra ossigeno e respiro per figurarsi la poesia: l’idea di immaginare la poesia come chimica e pratica, «atto di fede» per abitare il presente.

 

Per questo motivo, Antonella, vorrei chiederle innanzitutto cosa pensa di questa relazione poetica, di respiro e ossigeno, di chimica e pratica. Ma soprattutto mi interessa chiederle: quanta fede abbiamo oggi in questo respiro/ossigeno, in questo “credo”?

 

Alla parola fede preferisco fiducia e alla parola credo preferisco pensiero. Condivido con gli altri autori di questo libro, Elisa Biagini e Riccardo Donati, la parola respiro, ma anche in questo caso come qualcosa di profondamente naturale che riguarda tutti: esseri umani e animali e piante. Forse addirittura la poesia è in quel minimo spazio tra respiro e respiro. Più che di un credo la poesia si nutre di un “eppure”, nonostante tutto c’è, sopravvive. Nonostante tutto come scrive un poeta che amo molto, Marianne Moore, a leggerla con un’attenzione vi si scopre uno spazio per l’autentico.

 

Nelle settimane passate molti sono rimasti travolti dalla voce della poetessa Amanda Gorman, che ha letto una sua composizione durante l’Inauguration Day del nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Tra gli aspetti che più hanno colpito l’uditorio internazionale, c’è stato l’uso del pronome noi: questa pronuncia plurale dei suoi versi sembrava davvero creare, progettare una comunità, una comunità americana, una comunità umana. Nel vostro libro, lei ed Elisa Biagini accennate alla poesia come metodo attraverso cui riconoscersi e creare comunità. Quindi, mi domando, quanto è difficile confrontarsi col pronome noi in poesia? E come, e in che misura, la poesia edifica comunità?

 

Non sono sicura che crei una comunità. In questo forse sono meno ottimista di Elisa Biagini e Riccardo Donati, eppure …eppure. Una poesia può essere un modo inaudito, non convenzionale per leggere la realtà. Agli attori che gli chiedevano indicazioni su come recitare Bertold Brecht diceva: «Non così, ma così». C’è uno scarto tra così e così. Possiamo usare qualsiasi pronome. Tutto dipende dal tono, da un elemento impercettibile, da un’architettura che calibra ragione ed emozione e riesce a dare una prospettiva inaspettata. È un equilibrio (difficile). I buoni sentimenti non bastano, non bastano le buone intenzioni. La banalità può fare breccia sul momento e la retorica apparentemente funzionare. Piace. Nulla di male ma siamo in un territorio diverso. La poesia è una forma molto particolare di conoscenza, non è sfogo, e non è neppure solo intelletto. Leggerla con attenzione può procurare piacere, è una forma molto particolare, di conoscenza.

 

Il sottotitolo del libro è Per un’ecologia della parola. È una formula che rapisce per la sua attualità e per la sua efficacia…

 

Volevamo riprendere l’etimologia del termine, pensare a uno spazio concreto della parola, un luogo dove è possibile stare. Volevamo anche suggerire una visione non antropocentrica della lettura delle cose. Un verso può essere una boccata d’ossigeno. In questo senso si può parlare di un’ecologia della parola. Abbiamo pensato questo titolo prima dell’ondata del virus, ma ora può indicare qualcosa di ulteriore nella difficoltà fisica: leggere, ascoltare parole non di plastica può avere senso.

 

Viviamo in una quotidianità in cui la parola è continuamente abusata, dai social network alle Camere del Parlamento. E della parola cominciamo davvero ad avere paura per la violenza da cui viene segnata. Questa sua natura ostile cosa comporta nella nostra società? Come possiamo reagire? Qual è il percorso che dobbiamo intraprendere per pensare, e attuare, una sana ecologia delle parole?

 

Forse cominciando a rispettare le parole? Pensarci su? Avere dubbi? Non affannarsi a commentare, interpretare, accusare spesso solo per mettersi in mostra. Sapere che le parole ostili hanno un suono, essere consapevoli che se le pronunciamo quel suono si amplifica, viene accolto, dilaga, può generare non solo banalità ma odio etc. Chi scrive, ovunque scriva, dovrebbe trovare un punto in cui la riflessione non esclude la frontalità. Una franchezza senza astio?  Non so. Come vede le mie risposte sono domande a me stessa prima di tutto.

 

C’è una sua riflessione, all’interno di Poesia come ossigeno, su cui mi piacerebbe soffermarmi: «Il paesaggio snaturato dalla costruzione di centri commerciali ha delle ripercussioni sul linguaggio». Qual è il rapporto tra lingua/linguaggio, poesia e paesaggio? In che modo convivono o vengono in conflitto? In che modo si alimentano reciprocamente o reciprocamente perdono di forze?

 

Andrea Zanzotto, con cui si chiude l’antologia, descrive perfettamente soprattutto negli ultimi anni della sua poesia questo intreccio paesaggio-linguaggio. Il paesaggio detta il linguaggio. La storia scrive sulla terra, storia e geografia sono connesse profondamente tra loro. Un centro commerciale non è il male in assoluto ma lo è se sfigura un luogo per ubbidire solo al profitto e ha come conseguenza lo sfruttamento dei più deboli. Certo penso che questo si riverberi sul linguaggio.  La bellezza non deve coincidere con una minoranza, deve essere di tutti come l’acqua.

 

Prima citava la bellissima antologia del volume, commentata da lei e da Elisa Biagini. In questi difficili mesi di lockdown, su quali testi le è capitato di ritornare?

 

Sono tornata ai classici. Rileggere Alcmane, Saffo mi dà gioia, i loro paesaggi, la notte, il meleto, il mare. Nel mese in cui ho avuto il Covid mi è capitato di rileggere Spinoza. Perché? Perché non è innamorato né della morte né di se stesso, mi mette di buonumore. Certo non era affetto da quella paura di perdere un’occasione a cui oggi si dà il nome di FOMO (fear of missing out) ma che c’è sempre stata. Prima ho parlato di parole di plastica: mi riferivo a un libro che ho riletto, scritto anni fa ma molto attuale: Parole di plastica di Uwe Porksen curato da Rocco Ronchi, un filosofo amico (e vivo).

 

Un’ultima domanda. Nel libro ripetete più volte che la poesia non salva. Ma confidare nella poesia, come diceva Seferis, in un certo senso, non significa credere nella possibilità di un risanamento, di una ricucitura tra sé e il mondo?

 

Forse. Si può provare (non è affatto facile) di volta in volta a rammendare. Sembra difficile, come per la poesia, eppure. Forse nella consapevolezza della nostra vulnerabilità è inscritta già una possibilità di risanamento. Siamo mortali mortalmente spaventati.

 

Immagine: Giovane donna prende una boccata d'aria fresca rilassante. Crediti: fizkes / Shutterstock.com

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