28 agosto 2018

Italia assetata

È uscito a luglio il XIII rapporto su Gli indicatori del clima in Italia curato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), che ha compiuto un’analisi dei dati nel 2017 e un raffronto con la serie storica a partire dal 1961, confermando ciò che probabilmente molti di noi già sapevano: lo scorso anno, con un’anomalia della temperatura media rispetto alla serie storica di +1.20 °C, è stato uno dei più caldi a livello globale – dopo il 2016 e il 2015 – degli ultimi decenni. Tale anomalia ha riguardato sia le temperature medie annuali su terraferma, sia quella su continenti e oceani insieme. Escluso il 1998, tutti gli anni più caldi della serie storica sono quelli successivi al 2000, mostrando così in modo molto evidente l’implacabile aumento delle temperature globali.

Le regioni più calde sono state quelle del Pacifico centro-occidentale, dell’Oceano Indiano occidentale, le aree meridionali dell’America del Sud, le aree sud-occidentali degli Stati Uniti e alcune regioni dell’Asia orientale. Nel contempo, i ghiacci dell’Artide e dell’Antartide hanno registrato tra le minori estensioni minime e massime della serie.

Per quanto concerne l’Italia, il 2017 si colloca invece al nono posto tra quelli più caldi dal 1961, con un valore di +1.30°C. Tuttavia, l’aspetto più allarmante è stato quello della siccità, che ha riguardato buona parte del territorio nazionale, creando così numerosi problemi di gestione delle risorse: nel luglio di quell’anno, infatti, diverse regioni – per esempio la Sardegna, il Veneto, il Piemonte e la Campania – chiesero lo stato di calamità o furono costrette a imporre riduzioni al prelievo d’acqua. Con un’anomalia di precipitazione cumulata media di -22% circa, il 2017 è stato dopo il 2001 l’anno più secco della serie storica. Analoghi problemi, ma ancor più gravi, si sono avuti in Portogallo, per il quale il 2017 è stato l’anno di maggiore siccità dal 1931. Una forte siccità si era registrata anche nel 2016 e si tratta in ogni caso di una tendenza costante che – analogamente a quella dell’innalzamento delle temperature – forse neppure ha più senso definire “anomala”: si tratterà piuttosto di imparare a farci i conti e a gestirla con intelligenza nei decenni a venire.


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