11 dicembre 2019

Janis Joplin, genio ribelle e dolente

Chi era Janis Joplin, oltre a essere la prima superstar donna della musica rock? Quando a 24 anni, nel giugno del 1967, sale sul palco del Monterey Pop Festival, in pochi conoscono il suo nome al di fuori della vibrante scena di Haight-Ashbury a San Francisco. Quella esibizione trionfale e trasformativa a capo di una band tutta al maschile le cambierà la vita. Come ben documentato dal regista Don Alan Pennebaker, l’acme di pathos drammatico è raggiunto con il quinto e ultimo brano, la reinvenzione di Ball and Chain della cantante di blues Mae ‘Big Mama’ Thornton.

La stampa si scatena. Janis diventa la ragazza-poster di Monterey, «la vera regina del Festival», scrive Phil Elwood sul San Francisco Examiner. Stavolta il plauso è reale: lei fa proprio scena. Mentre i suoi musicisti, i Big Brother and the Holding Company, vengono ignorati. Nasce una stella. Janis tocca il cielo con un dito. Si trova in una valle di luci, ma la notte scende presto.

Una illuminante biografia intima, Janis. Her Life and Music, scritta dalla critica musicale americana Holly George-Warren e pubblicata da Simon & Schuster, scandaglia gli sgomenti della giovane texana. Testimonianze inedite di amici evidenziano la sua costante e fatale prossimità al limite estremo in cui si è già con un passo dentro la morte.

Janis è un’anima ribelle e dolente che attraversa i confini dei generi musicali. Ha quel male invisibile sepolto nell’anima, una fascia di tenebra nel suono della voce squarciata. In quelle note blues-soul-rock si perde e si ritrova, nel suo io smisurato di vertigine e tormento. Come un potente trattore cingolato munito di una grossa lama sul davanti, Janis apre la via del rock al femminile, rimovendo cumuli di macerie del pregiudizio, barriere e ostacoli che vengono spinti ai lati, sperando non tornino in pista. Janis è selvaggia e apertamente bisessuale in un tempo in cui è illegale esserlo.

I suoi antenati furono tra i primi a giungere nel Nuovo Mondo dall’Inghilterra, dalla Scozia e dalla Svezia. Erano austeri predicatori, soldati della guerra civile, donne e uomini di frontiera che non si lasciavano scalfire. Alcuni erano stati rapiti dagli indiani. «Vengo da un lignaggio di pionieri», diceva Janis agli amici preoccupati per il suo bere di troppo.

Suo padre, Seth Joplin, era un ingegnere della Texaco sfuggito negli anni Trenta agli effetti devastanti della dust bowl che si sentivano anche ad Amarillo, la sua città natale nelle grandi pianure nord-occidentali del Texas. Era riuscito a trovar lavoro a Port Arthur, nel Sud-Est del Texas, dove aveva potuto mettere su famiglia grazie all’industria petrolifera. Seth era un uomo introverso dagli occhi blu. Amava ascoltare Bach e discutere di letteratura e filosofia. Era dichiaratamente ateo. «Mio padre mi ha indotto a pensare. Lui è la ragione per cui sono come sono», disse Janis in un’intervista. Sua madre, Dorothy Bonita East, era una cristiana devota che trascorse l’infanzia in un ranch dell’Oklahoma, traumatizzata dai litigi furibondi dei genitori. Con molti sforzi, si trasformò in un’estroversa cha amava suonare il piano, cantare e ballare.

Janis Lyn Joplin nasce il 19 gennaio 1943, prematura di un mese. Viene alla luce alle 9.30 del mattino. È minuta: pesa 2 chili e 400 grammi. La piccola siede al centro del mondo dei suoi genitori. Gli occhietti azzurri si illuminano quando il babbo torna a casa dal lavoro. Vuol far colpo sui genitori. Ma con la nascita dei fratellini l’esclusività viene meno e le attenzioni disattese carburano il suo bisogno viscerale e prepotente d’amore e dipendenza.

Ha quattro anni quando la madre canterina acquista un pianoforte per insegnarle a suonare e cantare. Ma di lì a poco a Dorothy viene diagnosticato un tumore benigno alla ghiandola tiroidea e sotto ai ferri il chirurgo le danneggia irreparabilmente le corde vocali. Incapace d’esprimere ciò che sente, Seth agisce d’acchito, ordinando che il pianoforte venga portato via. La scusa è «torno stanco dall’ufficio» e «il picchiettare (di Janis) sulla tastiera mi dà sui nervi». Leggendo tra le righe di questa nuova biografia ho l’impressione che la voce per sempre mutilata della madre e la voce zittita della bambina siano un’unica voce: siano la voce spezzata di Janis Joplin. La bimba perde metaforicamente la voce, il suono e il senso di sé. È già in potenza ciò che sarà in atto durante un’adolescenza in balia di emozioni fosche e della signora in nero, la depressione, che non passerà più.

Per affermare la sua esistenza diviene un maschiaccio chiassoso. A 13 anni gioca all’aperto ancora a torso nudo. La maturazione fisica è lenta. La ragazzina detesta il suo aspetto fisico, soprattutto dopo la fioritura dell’acne. È insicura.

Mostra una forte attitudine per le arti visive e i genitori la incoraggiano a dipingere. Ma inizia a rifugiarsi anche nella musica dopo aver visto in televisione Elvis Presley all’Ed Sullivan Show. Ne è stregata. Scopre e ascolta altri e nuovi suoni, l’album di debutto di Odetta, Odetta Sings Ballads and Blues. Riproduce la rotondità delle note della cantante folk afroamericana che diventerà la voce del movimento dei diritti civili. Anche Janis a scuola si batte per porre fine alla segregazione razziale, in quel Port Arthur ostile nei confronti degli afroamericani. I compagni la chiamano sprezzatamente una nigger lover. Si sente un pària nella sua città natale. Inizia ad abbandonarsi all’alcol che le placa l’oscuro male di vivere. 

A 14 anni c’è però anche una luce a guidarle il cammino. La lettura di Sulla strada di Jack Kerouac è una rivelazione, quasi una scienza dello spirito che le indirizza l’esistenza, quel viscerale vagabondare tra il Texas e San Francisco ancora da venire. A 14 anni rompe con le convenzioni e inizia a sentirsi una beatnik. Si trucca le labbra e gli occhi come un’eroina di Kerouac e si sottopone a dolorosi trattamenti antiacne nello studio di un dermatologo.

L’alcol smorza la paura d’essere giudicata, al liceo, dove viene costantemente bullizzata. Janis bigia la scuola e fallisce alle verifiche. Comincia a vedere uno psicologo. A maggio del 1960 si diploma, ma a fatica. È ubriaca marcia quando sale barcollante a ritirare il diploma.

Si iscrive all’università, al vicino Lamar State College of Technology alla facoltà di arte. Janis ha 17 anni e il blues di Bessie Smith le squarcia il cuore come una lama di coltello. Ma la sua via è la pittura. Dipinge, e regala i suoi nudi agli amici. È influenzata dallo stile di Amedeo Modigliani, che scopre grazie a una citazione di Kerouac. Legge con estremo interesse la biografia di Modì firmata dalla figlia Jeanne. Dipinge copiosamente, ma il problema sono le vendite. Non c’è interesse di mercato ed è frustrante. Invece di sviluppare la sua visione pittorica, demorde. Si dà per vinta, naufragando nell’alcol.

Viene trattata per alcolismo a 17 anni. Improvvisamente sogna di diventare una cantante. Studentessa fallita e confusa molla l’università e con l’aiuto di una zia trova un lavoro in California, a Santa Monica, come operatrice telefonica. Nel tempo libero canta al Gas House di Venice. Finalmente libera, sperimenta di tutto: alcolici, droghe e rapporti bisessuali con una varietà di partner. Fa l’autostop in direzione di San Francisco, dove a North Beach trova Lawrence Ferlinghetti alla sua libreria, la City Lights Bookstore, in Columbus Avenue.

Torna a Port Arthur e ritenta l’università. Stavolta vira sull’Università del Texas, ad Austin. Ma invece di studiare, si esibisce nei locali. Canta fiera e scalza, dentro ai suoi jeans Levi’s. La voce è un raschiato vibrato. Prova piacere a cantare e anche a comporre canzoni. Una delle prime è What Good Can Drinkin’ Do che fa: «Bevo tutta la notte, ma il giorno dopo mi sento ancora triste / C’è un bicchiere sul tavolo, dicono che smusserà il mio dolore (...)». Janis mischia dexedrine, anfetamine con il Seconal, un barbiturico con proprietà ipnotiche, quel 1962. In università è un inferno. Decide di tornare in California.

A fine gennaio 1963 giunge a San Francisco, dove «si è molto più liberi ‒ si può fare ciò che si vuole e qui nessuno ti rompe», dirà a un giornalista. Diventa l’ospite fissa del music club Coffee and Confusion. La voce si muove ritmicamente dall’uno all’altro grado della serie di suoni. Le note basse si mescolano coi piagnucolii rauchi e i berci lacerati. Ogni volta canta Black Mountain Blues di Bessie Smith. «I primi dieci anni cantai proprio come lei», dice in un’intervista del 1970. «La copiavo molto, ho cantato tutte le sue canzoni». Si sente la reincarnazione della signora del blues degli anni Venti. Come lei, fonde sprezzo, pathos e disperazione nel canto. Giusto due mesi prima di morire, Janis acquista una lapide per la tomba di Bessie Smith che era rimasta anonima.

L‘inquietudine la mangia viva anche a San Francisco, ma almeno qui il suo nome gira. Compra una Vespa di seconda mano per spostarsi da un club all’altro nella Baia. Inizia a iniettarsi metanfetatamina e non vede l’ora di trovare un ‘old man’, un uomo maturo, ed essere felice.

Pensa d’averlo scovato in Peter de Blanc, un elegante newyorchese che si fa chiamare ‘l’ingegnere’. Dice d’essere stato una spia al servizio della Francia durante la guerra d’Algeria e decanta la sua famiglia molto facoltosa. I due diventano inseparabili, ma presto lui assume comportamenti paranoici: pone a stoccaggio fucili nella sua Land Rover e dice di ricevere messaggi dagli abitanti della luna. Ma le promette di sposarla e lei si beve tutto. Quando Janis comunica la sua gioia ai genitori, lui si fa ricoverare in un reparto di psichiatria. Lei lo inonda di lettere d’amore in cui lo definisce il suo ‘giubbotto di salvataggio’. È cotta di un fabbricatore di menzogne. De Blanc non è single bensì coniugato con tanto di prole. Ha pure appena messo incinta un’altra ragazza. Janis inizia a farsi cucire l’abito da sposa e prepara la foto ufficiale di fidanzamento: i capelli raccolti in un raffinato chignon. «Spero d’apparire abbastanza carina agli occhi della tua famiglia», gli scrive. «Questa è la prima volta nella mia vita egomaniacale in cui mi sento timida (...) Sono così fottutamente insicura».

De Blanc risponde che deve tornare in ospedale per via di un parassita che gli sta attaccando la milza. Il matrimonio va rimandato a quando la sua salute mostrerà segni di miglioramento. Glielo ordina il suo psichiatra. Janis reagisce assumendo ansiolitici e inizia a vedere a sua volta uno psichiatra, Bernard Giarratano, che le toglie le fette di salame sugli occhi. Trova il coraggio di scrivere a de Blanc per l’ultima volta: «Ora per me è difficile crederti e comprenderti!». È determinata a guardarsi dentro. A Giarratano dice anche che vuole essere eterosessuale.

Gli inganni di de Blanc hanno effetti rovinosi sulla sua psicologia. Non si fiderà mai più di nessuno che le dichiari il suo amore. Si butta a capofitto nella musica.

Nel 1967 stipula un contratto con Albert Grossman, il famoso manager di Bob Dylan. Per un periodo frequenta il cantautore Country Joe McDonald, e fa sesso con Jim Morrison, ma la relazione è tossica. Siamo ai tempi del successo strepitoso di Light My Fire. A una festa lui le sbatte la faccia sul tavolo e lei lo colpisce in testa con una bottiglia.

La fama esplode anche per Janis con Monterey. Si libra ancora più in alto con la cover in versione rock di Piece of My Heart. È lei la diva che incanta il pubblico del Fillmore, non i psichedelici Big Brother che lascerà alla fine del 1968 per la carriera da solista. Ma le insicurezze sul futuro si faranno spettri. Quando nei primi mesi del 1969 prende a farsi d’eroina, Peggy Caserta diventa la sua nuova fiamma. Peggy ha una boutique di vestiti ad Haight-Ashbury, il Mnasidika, che veste le nuove rock stars. Janis entra in negozio attirata da un paio di jeans. Costano 7 dollari e non può pagarseli. Chiede a Peggy se può acquistarli a rate, facendo un primo versamento di 50 centesimi.

Peggy è scioccata che la regina bianca del blues non possa permettersi una simile cifra. A Woodstock, in quei giorni di mezzo agosto leggendari, Peggy sarà lì con lei. Janis sul palco accompagnata dal nuovo gruppo, la Kozmic Blues Band. Indossa una camicetta di velluto a campana ed è completamente fatta. Scivola al microfono liberando la voce torturata. Ora allo strizzacervelli dice che è terrorizzata dall’atto di cantare: crede possa distruggerla. La vecchia paura del suono materno riecheggia in lei. Ciononostante intensifica le sue esibizioni. Ogni volta è una pena guardarla e ascoltarla.

Janis dorme con tutti: fan, musicisti e perfino gli Hells Angels, ma continua a sognare un uomo maturo col quale metter su famiglia. Mette radici acquistando una casa modesta nel Marin County, nella frazione di Larkspur, tra l’eterna bellezza delle sequoie giganti. Nel salotto di casa campeggia un poster di Bob Dylan, che considera un semidio. Janis ha fame d’amore.

Si concede un viaggio in Brasile per distrarsi e smettere con l’eroina. Sulla spiaggia di Ipanema incontra David Niehaus, un tipo dell’Ohio che la intriga, ma non si fida più. Per David, lei sarà il primo vero amore. Fanno l’autostop fino in Salvador e poi il rientro in California. David torna a rivagabondare. E Janis ripiomba nel blues cosmico. «Quel buco, quel vuoto, quell’assoluta mancanza sono ciò che ti rendono infelici», dirà in una delle ultime interviste. 

È in sala di registrazione quando apprende della morte di Jimi Hendrix a Londra, quel 18 settembre 1970, per overdose di barbiturici. La vedono piangere a dirotto, inconsolabile. Sono amici dai tempi di Monterey. Lui le chiedeva consigli, facendola sentire importante. Sedici giorni dopo, al Landmark Hotel di Hollywood, scambia due parole con il concierge che non si è accorto che c’è posta per lei: una lettera lungamente attesa, vergata da David Niehaus dall’Asia in data 17 agosto. «Dai, Mama! Vorrei tu fossi qui... Vieni a vedere com’è l’Oriente. Il Nepal in ottobre sarà qualcosa di magico... Scrivimi... Se riesci, vieni fra qualche settimana... Mi manchi davvero. Le cose non sono le stesse quando sei da solo. Ti amo, Mama, più di quanto pensi».

Fra qualche ora dovrà registrare in studio le parti vocali di Buried Alive in the Blues, (Sepolta viva nel blues), per il nuovo album Pearl, ma intanto torna in camera, la numero 105. Si siede sul bordo del letto e l’ago dell’eroina è già in vena. Non c’è il tempo dello slancio euforico stavolta. Le pupille a spillo e il respiro impazzisce repentino. Janis sviene, sbatte il viso sul comodino e il sangue spilla. Il corpo verrà trovato incastrato tra comodino e letto. China White, una variante micidiale di eroina sintetica, le ha chiuso i polmoni e il cuore, quel 4 ottobre 1970, ammettendola al maledetto “club dei 27”.

La stampa sa del suo alcolismo, ma non abbastanza del suo uso di eroina. Dapprima si ipotizza un suicidio e poi anche un omicidio. La verità emerge dall’autopsia e dal rapporto di medicina legale supervisionato da Thomas Noguchi, che determinò anche la causa della morte di Marilyn Monroe. Le esequie vengono celebrate il 7 ottobre con un rito privato a Los Angeles e le ceneri sparse nell’Oceano, lungo la costa di Marin County.

Niehaus legge la notizia dall‘Afghanistan. «Siamo stati stupidi a permettere che l’ultimo abbraccio fosse davvero l’ultimo», scrive poi in un libro. Sono stati scimuniti a non cogliere la rosa dell’amore. Pearl esce postumo. È il capolavoro che dura nel tempo con il singolo Me and Bobby McGee di Kris Kristofferson, che Janis adorava. Mentre Buried Alive in the Blues rimane strumentale, voce sua spezzata.

 

Immagine: Janis Joplin (26 giugno 1970). Crediti: Grossman Glotzer Management Corporation [Public domain], attraverso commons.wikimedia.org

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