27 settembre 2021

Jazz cosmopolita ad Accra, di Steven Feld

In una pagina delle Vite e dottrine dei filosofi illustri, Diogene Laerzio ricorda la posizione dello stoico Zenone in rapporto alla parola “Cosmo”, cui egli attribuiva tre differenti significati: «la divinità di questo nome, l’ordinamento degli astri e, infine, la composizione e mescolanza delle due cose, ovvero una composizione di dio e cielo». Di tale visione, componenti importantissime erano la concordia fra ciò che è discorde, l’equilibrio fra i molteplici piani dell’essere, ognuno dei quali sembra muoversi di un moto indifferente a quello degli altri, e l’armonia, come scriveva Filolao con quell’essenzialità capace di scendere alla radice, fra quelli che lui definiva elementi limitati e illimitati; in questa prospettiva, compito della musica era quello di andare a effettuare l’unione fra cose, elementi e dimensioni eterodossi e in apparenza inconciliabili, realizzando così quella coincidentia oppositorum che l’escissione di un tertium mediatore, consumatasi nella modernità, fa apparire oggi bizzarra e apparentemente impraticabile. È l’epifania del Cosmo come totalità organica e armonizzata a intonare il proprio canto in queste concezioni, quel Cosmo del quale Franchino Gaffurio offrì perfetta sintesi in un’immagine giustamente celebre del suo trattato Practica musicae, laddove Muse, pianeti e note musicali trovano intima corrispondenza sotto l’egida di Apollo e delle Grazie.

Non ci si dovrà stupire perciò se tali pratiche, messe di fronte all’eclissi dell’esperienza e all’ibridazione di quelli che un sapere antropologico ancora ingenuo chiama “frutti puri”, trovino infine, per manifestarsi ed esprimere la propria efficacia, strade differenti da quelle percorse finora. Strade che condurranno chi avrà il desiderio di imboccarle in un pellegrinaggio fitto di deviazioni, di sentieri che a un primo sguardo appaiono senza sbocchi, di radure aperte imprevedibilmente su paesaggi dei quali nemmeno si immaginava l’esistenza.

Di questo mondo, uno studioso come Steven Feld, importante antropologo e etnomusicologo americano, è intenso e appassionato studioso e cultore: grazie a una ricerca sul campo compiuta in Papua Nuova Guinea presso il popolo Kaluli (esperienza di cui Suono e sentimento, pubblicato per la prima volta nel 1982, distilla l’essenza), in Feld matura una visione che individua nel suono ontologie relazionali potentissime, «maniere acustiche di conoscere il mondo mediante percorsi orientati verso i suoni che esso produce». Attraverso una vibrazione profonda del significato che, eludendo l’antropocentrismo, riesce così a disciogliere l’unilateralità utilitaristica legata alla perfetta identità del fenomeno con sé stesso, i canti degli uccelli nella foresta, per i Kaluli, scaturiscono come «presenze di spiriti ancestrali e come segnatempo spazio-temporali»; allo stesso modo, i canti modulati con voce d’uccello collegano ogni cosa: «vivi e morti, presente e passato, umano e aviario, terra e cime degli alberi, villaggio e foresta»; perfetta immagine di quella «composizione di dio e cielo» della quale, secondo Diogene, parlava Zenone.

È a tutti gli effetti, quello che Feld mette in atto, un movimento che lo conduce dal dolore per un’esperienza mortificata e frammentata, per quello scacco cui la modernità è andata incontro, a quell’Unus Mundus che nel suo pensiero viene declinato in una peculiare forma di cosmopolitismo, il quale trova la sua più compiuta esplicazione in un volume straordinario del 2012 che finalmente, grazie a Il Saggiatore nella traduzione di Marco Bertoli, è ora disponibile anche in Italia: Jazz cosmopolita ad Accra.

Nell’ottobre del 2004 Feld raggiunse ad Accra Ruti Talmor, all’epoca sua dottoranda in antropologia, per seguire le fasi finali del suo lavoro; in cambio di un aiuto con il materiale video, la studentessa promise al proprio docente che gli avrebbe presentato artisti e musicisti locali. In quel momento Feld ne era ancora del tutto ignaro, ma quegli incontri lo avrebbero condotto, negli anni successivi, ad accantonare temporaneamente il lavoro che stava svolgendo sul paesaggio sonoro (e culturale) che le campane avevano plasmato nella storia europea, a favore, nei cinque anni successivi, di lunghi soggiorni ad Accra, dove il confronto, la collaborazione e l’interplay con un gruppo di artisti ghanesi non solo andò a rifinire la forma dell’acustemologia concepita dall’autore nel corso degli anni, ma contribuì anche a offrire una fisionomia del tutto originale alla diaspora africana.

Il corpo centrale del testo è costituito, appunto, da quattro incontri con artisti (con Guy Warren, Nii Noi Nortey, Nii Otoo Annan e l’ensemble La Drivers Union Por Por Group), quattro dialoghi fra le cui trame narrative (sapientemente elaborate in forme picaresche e divaganti) emergono temi importanti dell’antropologia e della etnomusicologia contemporanee: in primo luogo, la riflessione sui confini e la loro naturale porosità indifferente all’artificiosa chiusura che l’individualità, intesa come lacerto vagante e distaccato dal flusso torrenziale che il suono del sax di Coltrane rappresenta così bene, ha stabilito come legge della cultura egemone; ma anche la meditazione sulla natura improvvisatoria, liberatoria e libertaria che la pratica musicale jazzistica, intesa dagli artisti ghanesi in modo del tutto anti-dogmatico, mette in atto, in un processo capace anche di ripulire il volto di alcune delle figure più normate della cosiddetta cultura occidentale (Bach o Beethoven, per esempio) da quello spesso belletto col quale le nostre convenzioni lo hanno impiastricciato. È in questo senso che Guy Warren (alias Kofi Ghanaba), fra i primi artisti ghanesi ad approdare e a incidere negli Stati Uniti negli anni Cinquanta, si concentra sul concetto di tempo e sui suoi paradossi; se da un lato, infatti, non può fare a meno di descrivere come un fallimento la sua esperienza coi jazzisti americani, interessati a un passato idealizzato e ideologico che un musicista africano, contemporaneo e in carne e ossa, non poteva che eludere e tradire, dall’altro trova una soluzione a questo problema facendo deflagrare questa disastrosa linearità temporale attraverso un movimento che il suo bastone sankofa simboleggia con incredibile efficacia: sulla sua sommità, infatti, l’immagine di un uccello che gira il capo di centottanta gradi per togliersi un uovo dalla schiena, appare come l’Urbild di quanto viene espresso nella frase pronunciata più volte dallo stesso Warren: «se vuoi andare avanti, ritorna prima alle tue radici».

Nella struttura musicale del libro si inserisce in limine, come perfetto tema iniziale, un lungo saggio che Carlo Serra scrive per l’edizione italiana a commento delle pagine di Feld, capace di illuminare con intensità gli snodi più importanti dell’opera, quelli dove il lettore meno avvezzo alla materia potrebbe trovarsi in difficoltà. Il torto più grande che si potrebbe fare a un libro così importante, infatti, sarebbe quello di considerarlo semplicemente rivolto agli specialisti; al contrario, una volta superate le normali asperità che una visione così ricca e complessa solleva, qualsiasi lettore troverà fra le pagine di Jazz cosmopolita ad Accra un mondo assai più ricco e fervido di quello prosciugato e esanime nel quale, molto probabilmente, si sta trovando suo malgrado a vivere.  

 

Steven Feld, Jazz cosmopolita ad Accra. Cinque anni di musica in Ghana, traduzione di Marco Bertoli, edizione italiana a cura di Carlo Serra, Il Saggiatore, 2021, pp. 424

 

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