25 luglio 2014

Kafka sulla spiaggia e su Ebay

Vi piacerebbe avere una prima edizione della Metamorfosi di Kafka? Quella originale uscita quando l'autore era ancora un giovane sconosciuto e imperversava la prima guerra mondiale... Basta una breve ricerca per trovarla su Ebay a 4.500 dollari americani. Il collezionista di libri, il feticista della carta e dell'inchiostro, assomiglia al giocatore, quindi crede nella buona stella, aspira al colpaccio.

Vorrebbe trovare il racconto kafkiano da uno straccivendolo di Praga per due soldi. Eventualità sempre più difficile: ai tempi di Internet, chiunque può farsi un'idea di quanto vale quello che vuole vendere. E pure lo straccivendolo boemo avrà un nipote con l'iPhone. Naturalmente sto parlando della Metamorfosi in tedesco (Die Verwandlung) perché le traduzioni sarebbero arrivate solo molto dopo – la prima traduttrice di Kafka è stata Milena Jesenská che ha curato la versione ceca del racconto –, ma anche se uno non capisce la lingua può comunque godere del possesso del libro, così fragile e allo stesso tempo potente. Uno dei più potenti testi della letteratura tedesca del '900, come lo ha definito la Jesenská nel necrologio dell'amico e amante. Nel Morbo di Gutenberg (Liguori Editore), Ambrogio Borsani racconta che Betrachtung, la raccolta di racconti di Kafka, sempre pubblicata in vita, è andata in catalogo da Lame Duck a 65mila dollari. La differenza stratosferica tra i due prezzi si deve alla firma di Kafka, presente solo sul secondo libro e non su quello messo in vendita ora da Ebay. Comunque sia il prezzo è alto per un autore del '900. La first edition fever, relativamente ai libri del secolo scorso, è una cosa recente. Risale agli anni '80/90 e la corsa a Kafka è stato uno dei primi sintomi. Ambrogio Borsani non solo è affetto da first edition fever ma più in generale da quella che gli inglesi chiamano book-madness. Il malato si riconosce dal modo in cui guarda un libro: più che il testo – molto spesso già letto – lo interessa il paratesto. Vale a dire tutto quello che sta intorno, sopra e sotto. Come il feticista che in una donna guarda le scarpe. La data di stampa, prima di tutto, nel caso del libro. Trovarci dentro una lettera autografa sarebbe poi il sogno dei sogni. Se morbo di Gutenberg deve essere è giusto che tocchi il picco in presenza del primo testo stampato a caratteri mobili: la Bibbia. In Italia non ce n'è neanche una a meno che per Italia non si consideri il Vaticano che ne possiede ben due. Il valore di un esemplare è sui trenta milioni di euro. Borsani non si addentra nei meandri esoterici e iniziatici della papirologia, delle pergamene, rotoli del Mar Morto e dintorni, non vuole fare l'Indiana Jones dei manoscritti perduti, non vuole fare l'eco a Eco. La sua bibliofilia non prescinde dal contenuto. E anche se è stato un pubblicitario famoso – leone d'argento a Cannes -, non disponeva di capitali per andare troppo a ritroso nel tempo. Il mercato di fascia alta, non dico altissima, gli era generalmente precluso. Inoltre, poiché soffre del morbo fin da bambino non poteva che cedere alle ricadute abbandonando la pubblicità per dedicarsi ai libri. Dopo avere fatto il copywriter, ha diretto Wuz – rivista dedicata alle storie dei libri -, ed è autore di diversi e apprezzati romanzi dove viaggia nello spazio ma soprattutto nel tempo grazie ai libri, alle piste letterarie, tra questi Stranieri a Samoa (Neri Pozza) e Martinica incantatrice di poeti (Archinto). Il caso gioca sempre un ruolo importante nella deriva. Come quando Borsani racconta di avere dimenticato il portafogli da un libraio vicino a piazza Navona, il quale era il fratello dello scrittore Cesare Zavattini. Quando se ne è accorto, la libreria era chiusa. Non esisteva ancora il cellulare ma il telefono fisso sì. E così il libraio – che cercava disperatamente di rintracciarlo – gli ha dato appuntamento alla bottega e gli ha pure regalato un libro del fratello (con dedica autografa ispirata al ritrovamento): Ipocrita 1943. Prima edizione, manco a dirlo. Fuori pioveva. Borsani racconta anche di un viaggio con la moglie alla ricerca di libri – pure le vacanze per il bibliofilo diventano schiavitù, vizio, come il giocatore al casinò in trasferta -, durante il quale è finito a Volterra. Era una notte buia e tempestosa. Non trovando più posto in alcun albergo ha chiesto ospitalità in un convento. Una giovane suora graziosa lo ha accolto scusandosi di poter solo offrire un alloggio di fortuna. Nella biblioteca: “Era come se a un maniaco sessuale che cerca asilo l'albergatore dicesse: Non abbiamo più camere ma se vuole la faccio dormire con le mie tre figlie”. Qui Borsani confessa l'abuso, cioè il furto di un libro (L'ultimo Abengerace, di Chateaubriand): niente di prezioso, Edizioni Paoline. Ma il rimorso morde per avere tradito la buona fede e la gentilezza della suorina. La notte successiva, facendo tappa a Modena, lascia la macchina, una Renault4 rossa, parcheggiata con bagaglio e i libri vari scovati durante il viaggio. La ritroverà aperta ma il ladro ha portato via solo libri (ignorando il resto). Compreso quello fregato in convento. Punizione divina così simbolica che per molto tempo Borsani ha atteso la telefonata di un amico che gli rivelasse lo scherzo. Inutilmente.   Se anche a quei tempi era impensabile trovare – come da utopia dell'ammorbato di Gutenberg – l'inestimabile Sidereus Nuncius di Galileo Galilei da un rigattiere o in una cantina in procinto di essere sgomberata, si potevano fare buoni affari che la first edition fever e l'avvento di Internet avrebbero reso molto più difficili. Il Sud è stato l'ultima riserva di caccia. Nel magazzino di un librario con bancarella Borsani trova, in mezzo a tante porcherie, qualcosa di più prezioso: “Cominciammo a setacciare. Veniva fuori della roba buona. Era il primo posto non ancora scremato che ci capitava. E a un certo punto da quei poveri scaffali apparve una visione che mi paralizzò completamente lasciandomi in uno stato ipnotico. Il tempo sembrava come sospeso nell'angusto spazio di quel garage nascosto in una vietta sperduta di Catania. La copertina su cui ero rimasto incantato mostrava un'illustrazione xilografica blu, un uomo nudo seduto sulla roccia con la testa tra le mani. Le scritte dicevano: Vitaliano Brancati, Fedor, Studio Editore Moderno, Catania 1928. Ne conoscevo l'esistenza ma non lo avevo mai visto in nessun catalogo”. Fedor è la prima - e rara - opera scritta dall'autore di Don Giovanni in Sicilia, Paolo il caldo, Il bell'Antonio... Va da sé che un collezionista coatto – fenomelogia e terminologia che mutuo da Chatwin – si esalta per un'opera minore e marginale, dunque quasi introvabile. Il contenuto non c'entra: è come la figurina del portiere Pizzaballa. Zoff era più bravo ma ce l'avevano tutti. Difficile ormai pensare a simili trouvaille da portare via con due lire. Il morbo di Gutenberg è anche la rievocazione di un mondo editoriale cambiato, attraverso la prospettiva delle vecchie carte, l'angolo di visuale del rigattiere. Negli anni '80 in via di Cicco Simonetta, zona Corso Genova, Milano, fino a notte fonda si potevano sfogliare e magari acquistare libri alla Chimera. Una libreria dove potevi incontrare Pier Vittorio Tondelli, Aldo Busi, Alda Merini... Un altro dei frequentatori era Roberto Volponi, figlio di Paolo, scrittore e poeta. Roberto, ricorda Borsani, si vendeva qualche rara prima edizione del padre, e questo non era l'unico affare che si poteva fare alla Chimera. Roberto Volponi è morto in un incidente aereo a Cuba nell'89. Tondelli se ne è andato poco dopo. Alda Merini è diventata un personaggio televisivo da Maurizio Costanzo prima della dipartita. Busi è ancora in forma ma difficile incontralo in via Cicco Simonetta perché la zona si è gentrizzata e – causa rincaro affitto – la Chimera ha chiuso. Papiro o pixel, prima edizione o ultima ristampa economica che sia, Chimera o multistore Mondadori: i libri continueranno a circolare... Il morbo di Gutenberg troverà altri sfoghi? Kafka su Ebay oltre che sulla spiaggia? Se il paratesto non accenderà più fuochi febbrili alla portata di tutti, resta pur sempre il testo. L'ultima parte del diario di un vizio è dedicata non alla memoria di scoperte fortunose, quanto alla rievocazione di momenti particolari della vita in cui l'autore ha letto un libro. Di solito quando si legge non si pensa al resto. Ma accade a tutti di leggere un libro in circostanze che rendono l'esperienza indimenticabile. Borsani ricorda di avere letto il racconto Le rovine circolari, di Borges, su un autobus notturno in Thailandia (e poi di avere dimenticato il libro, Finzioni, nella tasca del sedile), La montagna incantata, da adolescente e convalescente, in campagna sotto a un albero di albicocche, Chiedi alla polvere in un albergo che dava sulla pista di atterraggio dell'aeroporto a Los Angeles. Senza lettura non c'è bibliofila. 


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