22 marzo 2016

Kapuściński, luci e ombre di un grande reporter

Nel 1956 Ryszard Kapuściński rimane bloccato in India per la crisi nel canale di Suez. Doveva tornare in Polonia sulla gloriosa Batory, transatlantico polacco scampato innumerevoli volte all'affondamento durante la seconda guerra mondiale, costruito a Monfalcone in pieno fascismo e pagato con una fornitura di carbone. Quello in India era il suo primo grande viaggio da inviato. Per il ritorno, dovrà ripiegare su un volo via Afghanistan e Mosca. Siamo nel periodo del Disgelo – titolo di un romanzo di Erenburg -, della fine dello stalinismo... Accanto a Kapuściński c'è un passeggero che piange atterrando a Varsavia. Reduce dai gulag, non avrebbe mai pensato di rivedere casa. Kapuściński lo racconta nel suo ultimo libro, In viaggio con Erodoto, una sorta di bilancio esistenziale, prima della morte, avvenuta nel 2007. Dove ritorna sui primi passi da reporter nei continenti in ebollizione post-coloniale. L'India e soprattutto l'Africa. La folgorazione, la passione intellettuale a cui dedicherà tutta la vita e il proprio mestiere.

Uscito in Italia con Feltrinelli, In viaggio con Erodoto è ora un audiolibro, prodotto dalla Emons, letto da Marco Balliani. Potete trovarlo sul portale del Narratore. Che cosa c'entra Erodoto con la Batory, Suez e Stalin? Tiene compagnia a Kapuściński, spaesato e giovane reporter polacco in paesi sconosciuti, Storie. L'antico testo di Erodoto dove si descrivono popolazioni ancora più remote ed esotiche, i cui nomi si sono persi nella nebbia del tempo. Nomi di città scomparse, descrizioni di usanze barbare, eutanasie violente di parenti che culminano con pasto cannibale... Gli etiopi emettono uno sperma nero, come gli indiani, non bianco. Le amazzoni seducono un nemico mentre va a fare i bisogni. Vicende che sconfinano nel mito. Il destino di un uomo non si può giudicare fino all'ultimo come apprenderà a sue spese Creso, l'uomo che sovrasta tutti in ricchezza. Il modo in cui passa gli ultimi anni, il modo in cui muore è determinante. E poi le guerre. Erodoto scrive affinché “le opere degli uomini non siano dimenticate”. E le opere degli uomini sono soprattutto le guerre.

Kapuściński ha una formazione di storico e scrive come sempre benissimo. Le sue pagine sono scolpite, letterarie, essenziali, come quelle di Hemingway. I ricordi sono precisi e potenti. L'inondazione in India, la gente che cammina scalza e dorme per strada... Il Sudan dove va nel deserto a farsi una canna notturna e assiste a un concerto di Louis Armstrong, nell'indifferenza del pubblico. Li divide l'oceano. Il Congo dove infuria la guerra civile. Aldilà dei mezzi espressivi, è questo il segno distintivo di Kapuściński: l'avere raccontato la gente comune. I riflessi della grande storia – le rivoluzioni e i cambiamenti del dopoguerra - sulle popolazioni.

Lo avvantaggia il fatto di essere polacco, provenire da un Paese comunista che guarda al Terzo Mondo e si trova a sua volta nell'orbita di dominio sovietica. Lo avvantaggia ma fino a un certo punto. È stato davvero un miracolo che un giornalista polacco, lavorando per i media di regime con la scarsità di mezzi e libertà espressiva che comporta, sia riuscito a imporsi come uno dei giornalisti più letti e apprezzati della seconda metà del Novecento. Un miracolo che dimostra come la scelta di concentrarsi sui grandi reportage, di puntare a un discorso di qualità e profondo respiro, di mettere davanti a tutto la passione per il mestiere, sia alla fine l'unica cosa che conta. Kapuściński è oggi l'autore polacco più tradotto e conosciuto nel mondo. I Meridiani Mondadori gli hanno dedicato un volume.

Qualcosa di simile ha fatto Tiziano Terzani, che si è sottratto al giornalismo italiano fuggendo in Asia con la moglie tedesca, lavorando per lo Spiegel e scrivendo libri. Terzani e Kapuściński si sono incrociati raccontando entrambi la dissoluzione dell'Unione sovietica. I libri sono Imperium per Kapuściński e Buona notte Signor Lenin per Terzani. Tra le cose migliori che hanno scritto. Un percorso opposto ha fatto Montanelli, che dopo avere scritto splendide corrispondenze di guerra, dopo avere raccontato come nessun altro la rivolta di Budapest del '56 (La sublime pazzia della rivolta) e altro ancora, si è calato in un ruolo che non amava, il direttore, dedicandosi inoltre a scrivere una serie di libri di storia a quattro mani con colleghi. Probabilmente aveva già dato – aveva già avuto – sul fronte della scrittura al fronte, e gli premeva incidere sulla realtà italiana in un momento pesante come gli Anni di Piombo.

Visto che siamo in ballo con le ombre, oltre che con le luci, non possiamo non guardare a quelle di Kapuściński. Nel 2010 in Polonia è uscita una lunga biografia, firmata da Artur Domosławski, giornalista che conosceva Kapuściński e ha avuto ampio accesso ai documenti. In Italia l'ha pubblicata Fazi, con questo titolo: La vera vita di Kapuściński. Di recente Domosławski è stato condannato da un tribunale polacco a togliere il capitolo che riguarda la movimentata vita sentimentale di Kapuściński, dove si trova pure un'intervista all'amante. La vedova, Alicja Kapuściński , medico a Varsavia, lo ha citato in giudizio.

Non sono le uniche ombre, ma dove c'è luce ci sono necessariamente ombre. Dopo la morte, sono saltati fuori documenti in cui emerge che Kapuściński ha collaborato con i servizi segreti della Polonia comunista. Un prezzo che forse ha dovuto pagare per continuare a viaggiare, a scrivere. Lo scontro frontale non era il suo forte, ha cercato di aggirare l'ostacolo. La collaborazione è ridotta al minimo sindacale ma non manca qualche nota non proprio lusinghiera. Negli anni '60 la Polonia conosce un rigurgito antisemita e diverse personalità di origine ebraica sono costrette all'esilio. Una di queste, Maria Sten, incontra Kapuściński in Messico. Kapuściński riferisce ai servizi. Un po' come se venisse fuori che Montanelli ha fatto qualche rapportino all'Ovra, che era in contatto con la polizia politica fascista.

Kapuściński ha saputo navigare bene, forte del suo talento e del successo, prima nazionale poi internazionale, nel mare marxista in cui si trovava la Polonia dopo la 'liberazione' da parte dell'Armata rossa. Ha usato il regime per scrivere, per viaggiare, per fare libri, passare mesi e anni in Africa e Sudamerica... Questo ha comportato compromessi. Non dobbiamo farci abbagliare dal mito romantico del grande reporter solitario. Il giornalista polacco godeva di amicizie e protezioni dentro al regime. In particolare di un funzionario del partito incontrato in India proprio durante il primo viaggio, Ryszard Frelek. Mentre viaggia con Erodoto, si rappresenta come un giornalista alle prime armi e sperduto, per la prima volta lontano dai confini patrii, che non sapeva l'inglese ed era in balia del mondo. In realtà lo aiutava il corrispondente della Pap in India, che farà carriera politica e diventerà un suo protettore. Il funzionario di cui sopra. Kapuściński non ne fa menzione nel libro. Rovinerebbe l'aura avventurosa che Kapuściński ha saputo costruire intorno a sé.

Il titolo originale della biografia di Domosławski è Kapuściński-non fiction. Come dire che il Kapuściński raccontato da Kapuściński è un personaggio fittizio? In realtà, pare avesse solo, e ogni tanto, la tendenza a esagerare, come sostengono colleghi stranieri che hanno condiviso avventure con lui. Probabilmente non sempre quando scrive di avere rischiato la fucilazione è vero. Le strade africane non sempre erano malmesse come le ha descritte. A me ha deluso un po' sapere che alcuni ricordi di infanzia non sono veri. Imperium per me è stato un libro formativo e importante per capire l'Unione sovietica al tramonto, e non solo. Le cronache e analisi di Kapuściński restano validissime.

Nondimeno è deludente sapere che il prologo dove racconta la sua infanzia di guerra, a Pinsk e Varsavia, contiene esagerazioni e cose non vere. Non è vero che il padre sia fuggito da un treno sovietico di deportati. Tantomeno diretto verso il massacro di Katyn – come dire Cefalonia o le fosse Ardeatine in Italia. Non è vero che a scuola imparasse il russo dal libro di Stalin, Problemi del leninismo. Era un semplice abbecedario. Varie volte – In viaggio con Erodoto non fa eccezione – racconta che da bambino durante la guerra andava in giro scalzo. Era figlio di insegnanti e non così povero, non esageriamo. Gli serviva per sentirsi fratello di indiani e africani...

Il “Kapuściński protagonista dei libri di Kapuściński ”, per dirla con Domosławski, non sempre coincide con quello vero, quello reale. In fondo non è solo per lui che li leggiamo ma non è bello saperlo. Soprattutto perché Kapuściński è un giornalista militante, non privo di qualche ingenuità retorica e terzomondista... Forse per questo alla fine, stando nel genere del grande giornalismo letterario, gli preferisco dei personaggi più sopra le righe, provocatori, che si presentano subito con tutte le loro luci e le loro ombre. L'Egon Erwin Kisch della Casa delle Maddalene. Il Gian Carlo Fusco di Quando l'Italia tollerava. Il Malaparte di Kaputt e La Pelle, l'unico di tutti questi a diventare un classico letterario mondiale, un punto di riferimento. Il Capote di A sangue freddo.

 


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