20 febbraio 2019

Lagerfeld, camaleontico e monumentale

Karl Lagerfeld – l’arguto monarca della moda – è morto ieri mattina a Parigi. Protagonista eclettico e indiscusso di una storia professionale ricca di esordi fulminanti, dotato di un’eccelsa qualità intuitiva, Lagerfeld si è sempre divertito in maniera più o meno maniacale a sfidare tutto e tutti pur di urlare al mondo che l’unico vero lusso di cui far vanto è l’intelligenza. Muovendosi in un mondo di vipere spietate – quello della moda – che alterna da sempre frivolezza  e castigo, con l’aspetto in bilico fra quello di un marchese saltato fuori dalle pagine de Le relazioni pericolose (il romanzo epistolare di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos), e quello scheletrico di un’iguana del rock ripulita dagli eccessi e dal sovrappeso, Karl Lagerfeld ha vissuto alla costante e famelica ricerca di un riverbero – punk o di qualsiasi altra epoca gli andasse a genio – che potesse spalancargli le porte a nuove esperienze stilistiche.

Nato ad Amburgo dall’unione fra un imprenditore caseario (appartenente a una famiglia di banchieri tedeschi) e una commessa di un negozio di lingerie femminile, Karl approdò a 14 anni nella capitale francese per iniziare a studiare arte e disegno. Proprio quel talento, che gli ha permesso di dare libero sfogo alle sue visioni rivoluzionarie, è stato il suo più prezioso compagno di viaggio.

Due, soltanto due, i patti di eterna fedeltà stipulati: il primo nel 1965 con le sorelle Fendi – che gli proposero di collaborare per esplorare nuove mete stilistiche – e il secondo nel 1983 con Chanel.  Scelto dal presidente Alain Wertheimer – all’indomani del decimo anniversario della scomparsa della fondatrice Gabrielle Chanel – affinché traghettasse la casa di moda francese verso acque meno incerte e più gratificanti, Lagerfeld decise così che bisognava imbastire con la clientela un dialogo duraturo che travalicasse la storia senza rinnegarla. Il rilancio è stato rivoluzionario e deflagrante come un’esplosione atomica. Lagerfeld con boria imperiale capì che era giunto il momento di sdoganare il sacro e naftalinico passato per ridare al marchio un aspetto – un po’ più strafottente e pieno fino all’ossessione di loghi e simboli iconici in bella vista – che andasse a braccetto con i codici e le regole della più stravagante contemporaneità. Il risultato ancora oggi è sotto gli occhi di tutti. Impavido e fiero come un guerriero – se pur esile e leggiadro – Karl lo è sempre stato; nessun tentennamento o perplessità neppure quando in netto anticipo sul mondo firmò una collezione per una nota catena di abbigliamento a basso costo.

Stacanovista di lusso in eterno movimento, avido lettore e amante della poesia, così come della storia dell’arte antica e contemporanea, Karl Lagerfeld era apprezzato anche per l’immenso contributo offerto al mondo dell’arte grafica. Si votò ufficialmente alla fotografia nel 1987, quasi certo che quella nuova attitudine creativa avrebbe innescato in lui l’ambizione di un secondo mestiere. Così è stato. Lo stilista tedesco, infatti, da quel momento ha celebrato ulteriormente la bellezza diventando artefice di tutte le campagne stampa delle griffe di cui è stato mente creativa, realizzando servizi fotografici per riviste patinate, e innumerevoli scatti per mostre e libri di impareggiabile successo. Era proprio attraverso la fotografia che il “kaiser della moda” (l’imperatore, questo il suo soprannome) riusciva a stravolgere le rigide impalcature del proprio Io, poiché come amava ripetere: «Bisogna avere molte personalità dentro per poterle cambiare». Di certo il suo magazzino sensoriale – così come i libri ammassati fino al soffitto, nel suo sancta sanctorum nel cuore della Parigi intellettual-chic – era strapieno di immagini accatastate divenute inconscio e pronte all’occorrenza a tornare a galla per creare una nuova tendenza o una più fresca visione.  Se è vero, parafrasando Johann Wolfgang Goethe, che «Per costruire un avvenire migliore bisogna far riferimento alle fondamenta del passato» è altresì vero che l’uomo-culto Karl Lagerfeld, senza mai dare e darsi troppe spiegazioni, quasi come un sadico dittatore di se stesso – con le dita ingioiellate da un sovrannumero di anelli, gli occhi coperti da grandi occhiali con le lenti oscurate, e il colletto della camicia alto e inamidato – è riuscito nell’ardua impresa di restare camaleontico e monumentale fino alla fine. Come soltanto le creature mitologiche che guardano sempre altrove sanno fare. 

 

Crediti immagine: Frederic Legrand - COMEO / Shutterstock.com

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