23 novembre 2021

L’America Latina a Trieste

Dal 6 al 15 novembre si è svolta nella città di Trieste la XXXVI edizione del Festival del Cinema Ibero-Latino Americano, che da 36 anni riunisce i principali operatori latinoamericani del settore dando loro la possibilità di mostrare le proprie opere al pubblico italiano. Una scelta felice quella di organizzare anche quest’anno il Festival in presenza oltre che in streaming, consentendo ad un pubblico sempre più ampio di seguire la manifestazione. È altresì importante segnalare che il Festival comprende anche una sessione dedicata alla penisola iberica, dove vengono presentate opere provenienti da Spagna e Portogallo. 

 

Quest’anno la Sala Luttazzi e il Museo Revoltella sono stati i luoghi in cui registi, produttori, attori, giornalisti e, naturalmente, il pubblico hanno avuto l’opportunità di godersi 90 film e documentari, oltre a presentazioni e dibattiti. Tutti i film proiettati, così come i dialoghi con il pubblico, sono stati sottotitolati in italiano e simultaneamente tradotti grazie alla collaborazione tra il Festival e l’Università di Trieste e la sua prestigiosa facoltà di studi linguistici moderni per interpreti e traduttori. Il Festival collabora anche con le Università di Udine, Padova, Venezia, Bologna e Salerno, oltre che con altre istituzioni.

 

Il premio per il miglior lungometraggio è andato quest’anno al film cileno La mirada incendiada (2021), della regista Tatiana Gaviola, premiato dalla giuria composta da Luigi Cuciniello, Enric Bou e Alberto García Ferrer. Basato su una storia vera che ebbe luogo durante una protesta contro la dittatura militare di Pinochet nel 1986, racconta la vicenda di Rodrigo Rojas de Negri, un giovane fotografo che lavorava per un’agenzia internazionale, e della sua compagna Carmen Gloria Quintana. Entrambi sono stati cosparsi di benzina da una pattuglia militare e bruciati vivi. Rodrigo è morto per le ferite riportate e Carmen Gloria è sopravvissuta con il corpo e il viso deformati. Il premio per la miglior regia è andato invece all’argentino Martín Desalvo con El silencio del cazador (2019), mentre il Messico ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura con Amalgama (2021) di Carlos Cuarón.

La Repubblica Dominicana ha vinto il premio speciale della giuria con Malpaso (2019) del regista Héctor Valdez. Per il pubblico del Festival, il miglior film è stato Mapa de sueños latinoamericanos (2020), del regista argentino Martín Weber. Andrebbe inoltre sottolineata la ricchezza dei documentari presentati, che mostrano la realtà della vita politica e sociale della regione. Tutte le informazioni e il programma del Festival si possono trovare sul sito cinelatinotrieste.org ,  dove, tra l’altro, sono presenti le descrizioni delle diverse categorie di concorso, le trame dei film, i profili dei membri della giuria e dei registi.

 

L’America Latina rimane ancora una regione lontana e sconosciuta per gran parte dell’Italia; quindi un festival di questa natura offre l’opportunità di avvicinare i Paesi e la loro cultura all’Europa. Inoltre, il Festival svolge un lavoro di divulgazione portando i film vincitori dell’ultima edizione in varie città d’Italia. Trieste è così sicuramente diventata un punto di riferimento indispensabile per i registi latinoamericani. Rappresenta una delle poche finestre d’accesso a un continente, come l’Europa, ricco di creazioni e cultura cinematografica, che è stato e continua ad essere di ispirazione per molti cineasti latinoamericani, così come per le nuove generazioni che esplorano questo infinito universo d’arte.  Allo stesso modo, per il pubblico italiano rappresenta un’opportunità per seguire l’evoluzione dell’industria cinematografica in una lontana parte del mondo che è cresciuta e ha sviluppato una sua particolare visione, ricca di storia e creatività. Per la città di Trieste è infine un’occasione per proiettarsi a livello internazionale e un’opportunità per entrare nell’immaginario latinoamericano.

Il Festival ha raggiunto un considerevole prestigio grazie al lavoro e allo sforzo del suo fondatore e direttore, Rodrigo Diaz, che è arrivato in Italia come uno dei tanti rifugiati sfuggiti alla lunga notte di terrore e sangue causata dalla dittatura militare cilena guidata da Augusto Pinochet. Non solo l’Italia gli ha aperto le porte, ma le autorità italiane hanno contribuito a rendere possibile questo Festival, attivo dal 1985 grazie al sostegno della città di Trieste e della regione Friuli-Venezia Giulia. Oggi questa alleanza può e deve essere ulteriormente rafforzata grazie alla proficua collaborazione con l’Università di Trieste e con un tessuto ricco di collaborazioni con varie istituzioni pubbliche e private. Ancora più importante è il sostegno generoso e incondizionato dato da decine di studenti che lavorano volontariamente per nove giorni, accompagnando gli ospiti, traducendo, distribuendo materiale e dando informazioni sul Festival.

 

Trieste si è così guadagnata un posto nel cuore del cinema latinoamericano, e la città ha arricchito la sua proposta culturale con un festival di prestigio e attraverso il quale hanno sfilato i grandi nomi del cinema, soprattutto, e anche della letteratura, come il compianto scrittore Luis Sepúlveda, che ha sempre dato il suo appoggio a questo spazio per mostrare il lavoro degli artisti latinoamericani. Il ruolo che il Festival ha acquisito è un merito del lavoro di squadra e dello zelo con cui il suo direttore ha difeso la sua indipendenza, resistendo talvolta alle pressioni di alcuni Paesi. Inoltre, dal 2003 il Festival assegna il Premio Salvador Allende a varie personalità della cultura, del cinema, dell’arte, della scienza e della politica.  Tra questi il giornalista Roberto Savio, i registi Carmen Castillo e Patricio Guzmán, lo scienziato Fernando Quevedo e la fondatrice dell’associazione argentina Madres de la Plaza de Mayo, Vera Vigevani Jarach. In riconoscimento della lotta per il rispetto dei diritti umani in America Latina, il premio è stato assegnato postumo all’ex primo ministro italiano, Bettino Craxi, e al diplomatico Tomaso de Vergottini, che nel 1973 non esitò ad aprire le porte dell’ambasciata italiana a Santiago a centinaia di uomini e donne perseguitati dalla dittatura militare cilena. 

 

Il paradosso per l’America Latina è che il Festival del Cinema Ibero-Latino Americano di Trieste ci permette di vedere film che non arrivano nei circuiti commerciali della regione, nella maggior parte dei casi dominati dai grandi distributori americani che agiscono solo con criteri di mercato. Né ci sono incentivi o accordi tra i governi per presentare le creazioni prodotte nei vari Paesi e per generare attraverso il cinema una maggiore conoscenza che contribuirebbe a una reale integrazione. Ecco perché il Festival, con i suoi oltre 90 film, documentari, cortometraggi, serie televisive, costituisce per il pubblico italiano un unicum, uno sguardo straordinario sulla cultura e sulla società dell’America Latina.

 

Dobbiamo molto della profondità e dell’intelligenza di questo “sguardo” al direttore scientifico Rodrigo Diaz e alla squadra di giovani donne e uomini che con lui seguono tutta l’organizzazione del Festival. Dobbiamo a Rodrigo l’idea di coinvolgere in questo lavoro il mondo delle scuole ‒ in primis la scuola interpreti ‒ per far conoscere, attraverso il Festival, la ricchezza della cultura dell’America Latina e per creare, grazie al Festival, un ponte tra due continenti.

Ma ci sembra che in questo sforzo, che dura da trentasei anni, ci sia un’altra importante convinzione: quella che è proprio la cultura la forma migliore per difendere il valore della libertà ed essere lo strumento per avvicinare e far conoscere culture differenti che da sempre si sono contaminate. 

Quella fiducia nella diplomazia culturale che dovrebbe essere al centro delle politiche dei nostri tempi.

 

 Crediti immagine: d13 / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0