26 settembre 2021

L’Iliade e la rabbia del futuro

È una questione millenaria, che ha interrogato, nel corso dei secoli, lettori di tutte le epoche: Iliade o Odissea? Qual è il poema omerico che intercetta meglio il sentimento del tempo che stiamo attraversando?

Le risposte e gli apprezzamenti, verso l’uno o l’altro testo, sono sempre stati i più disparati. Inoltre, fin dall’antichità i lettori di Omero hanno pensato che tra le due opere ci fosse una separazione: chi credeva che l’Iliade fosse un’opera di gioventù e l’Odissea di vecchiaia; altri che pensavano che la prima fosse di Omero e l’altra di alcuni suoi allievi; altri ancora erano convinti che Omero non esistesse e fossero, sia l’una che l’altra, l’insieme del lavoro di decine e decine di aedi.

Insomma, ancora oggi non ne sappiamo un granché, né tantomeno riusciamo a deciderci tra le due. Ma l’Iliade e l’Odissea sono arrivate fino a noi integre e ciascuno di noi sceglie a quale opera legarsi maggiormente.

Del loro fascino imperituro è certo prova il successo delle recenti riscritture che ha fatto Madeline Miller, La canzone di Achille e Circe, che grazie alla piattaforma social di TikTok sono diventate letture «virali», legando ragazzi di tutto il mondo e portando i due libri tra le classifiche dei libri più venduti di molte nazioni.

Ecco, dal tempo in cui Alessandro Magno si addormentava avendo accanto a sé i due volumi omerici sembra che non ci sia davvero mai stata una cesura.

Ma da dove prende vita questa malìa?

L’Odissea ha certo il fascino dell’avventura, del viaggio, del desiderio infinito di ricerca; la figura di Odisseo, poi, è irresistibile, l’eroe che «di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri»: un prototipo del cosmopolita contemporaneo, potremmo pensare, e non sbaglieremmo di molto. C’è da sottolineare che l’Odissea è anche un libro sul rapporto tra i padri e i figli, anzi è un libro di figli alla ricerca dei propri padri; comincia infatti con Telemaco che non ricorda quasi più il volto di Odisseo, che lo lascia a Itaca quando era piccolissimo, e allora decide di andare a cercarlo per mare, suo padre, ovunque sia.

E Omero lo ritrae, Telemaco, alla fine del primo libro, con queste parole che stringono il cuore: «Lì egli tutta la notte, coperto da un vello di pecora,/ progettava nella mente il viaggio che Atena aveva ispirato».

Chissà quante volte è successo pure a noi di vivere un momento come questo, di passare una notte a pensare al viaggio che avremmo intrapreso l’indomani.

Ciononostante, secondo chi scrive queste poche pagine, è l’Iliade ad abitare con maggiore consapevolezza il presente e a darci una visione necessaria per osservare il futuro.

Proviamo a spiegarci.

L’Iliade è universalmente conosciuta come il feroce racconto della guerra di Troia, come il poema della rabbia cieca, quella di Achille che uccide barbaramente i suoi nemici per vendicare l’amato Patroclo; perciò viene associato all’idea di sopraffazione, di strage, per la filosofa Simone Weil è il «poema della forza». Addirittura, nel suo saggio «L’Iliadeo il poema della forza», scrive di un processo di oggettificazione, ovvero di un particolare potere che avrebbero i protagonisti omerici, capaci di ridurre a oggetti i nemici che si inchinano alla loro forza. Per dimostrarlo Weil riportala scena finale del poema: il re di Troia, Priamo, orbo del figlio Ettore, va da Achille, suo assassino, ancora colmo di ira, per reclamarne il corpo e dargli sepoltura. Priamo si prostra, si attacca stretto alle ginocchia di Achille, e comincia a piangere, invocando la sua dignità di padre, dicendo che anche Achille è figlio, e conosce l’amore che soltanto un padre è in grado di nutrire per un figlio. Per Weil tra i due c’è uno scompenso di forze: Priamo è debole, Achille è forte. Priamo si rende oggetto, Achille il detentore della forza. Priamo si arrende alle lacrime, Achille si difende col suo fiele.

A rileggerla oggi, però, la lettura di Weil risulta estremamente parziale, quasi ingiusta. Perché in quel momento Priamo non è debole né oggetto: è forte tanto quanto Achille, anzi, possiede una forza che Achille ancora non possiede, la forza della vergogna e del rispetto: non ha vergogna di piangere, di supplicare, di dirsi padre; ha rispetto per sé stesso, per le persone che ama, per l’assassino di suo figlio. Achille, risponde piangendo e scostandolo «dolcemente». La rabbia scompare. Gli restituisce il corpo di Ettore, così potrà seppellirlo. È Achille a cedere alla forza di Priamo, non il contrario.

Perché l’Iliade si chiude con questa scena? Un poema che era cominciato con la mènis di Achille, con la sua ira irrefrenabile (prima parola della letteratura occidentale, pensiamoci), perché si chiude con la scena di un padre che supplica un figlio?

Perché l’Iliade non è il racconto della guerra di Troia o il poema della rabbia o della forza, non si concentra sulle carneficine e sulle stragi. L’Iliade è il poema della vergogna e del rispetto: il rispetto per il dolore proprio e altrui, il senso proprio di vergogna che ti fa sentire debitore verso l’altro (Priamo verso Achille, Achille verso Priamo). Che sono le maggiori qualità che un uomo possiede, e dentro di sé prova – con molte difficoltà – ad amministrare.

Non sarà un caso, credo, che in greco antico le due parole, rispetto e vergogna, coincidono in una sola, aidòs.

 

 

Immagine: Sarcofago greco antico decorato con scene dell'Iliade. Crediti: Lefteris Papaulakis / Shutterstock.com

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